mercoledì 13 dicembre 2017

Santa Lucia, vergine e martire di Siracusa

Παρθενίαν ἀκήρατον, ἐμμελῶς ἐξασκήσασα, προσηνέχθης χαίρουσα τῷ Ποιήσαντι· ἀρνησαμένη γὰρ πρόσκαιρον νυμφίον, πανεύφημε, ἐνυμφεύθης τῷ Χριστῷ, καὶ τὸν δρόμον τελέσασα, διὰ πίστεως, καὶ φαιδροῦ μαρτυρίου νῦν παρέχεις, τοῖς τιμῶσί σε Λουκία, τῶν ἰαμάτων χαρίσματα.

Avendo custodito ordinatamente l'integra verginità, vi offriste gioiosa al Creatore: avendo rifiutato uno sposo mortale, o degna di ogni lode, vi deste in sposa a Cristo, e compiuta la corsa, mediante la fede e lo splendido martirio, ora offrite a coloro che vi onorano, o Lucia, i doni delle guarigioni.
(Vespro di rito bizantino, Stichirà di S. Lucia)

Francesco dal Cossa, Santa Lucia, 1472-73

AGIOGRAFIA DELLA SANTA
da leggersi al Mattutino della festa, nel II notturno

Lucia, vergine di Siracusa, illustre dall'infanzia e per la nobiltà dei natali e per la fede, andò a Catania insieme con la madre Eutichia, che soffriva perdita di sangue, per venerarvi il corpo di sant'Agata: e dopo aver pregato umilmente sulla tomba di Agata, ottenne per intercessione di lei la salute alla madre. Allora ella supplicò subito la madre di permetterle di distribuire ai poverelli di Cristo la dote che le avrebbe data. Quindi appena ritornata a Siracusa, vendette tutti i suoi beni, e ne distribuì il prezzo ricavato ai poveri. Il che appena lo riseppe colui al quale i genitori l'avevano, contro la volontà della Vergine, fidanzata, denunziò Lucia come cristiana al prefetto Pascasio. Questi non avendo potuto né con preghiere, né con minacce piegarla al culto degli idoli; anzi egli vedendo, che quanto più si sforzava di farla cambiare di sentimenti tanto più ella sembrava infiammata a celebrare le lodi della fede cristiana: «Non parlerai più così, le disse, quando sentirai i colpi ». Cui la Vergine: « Ai servi di Dio non possono mancare mai le parole, avendo Cristo Signore detto loro: Quando sarete condotti davanti ai re e ai presidi, non vi preoccupate di che e di come lo direte: perché in quel momento vi sarà dato di che dire: perché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito Santo, che parla in voi». Avendole domandato Pascasio: «Lo Spirito Santo è dunque in te?» Ella rispose: «Quelli che vivono castamente e piamente sono tempio dello Spirito Santo». Ma lui: «Ti farò condurre in un luogo infame, perché lo Spirito Santo ti abbandoni». E la Vergine a lui: «Se mi farai violentare nolente, la castità mi meriterà doppia corona». Quindi Pascasio, acceso d'ira, comandò di trascinare Lucia dove venisse violata la sua verginità: ma per un prodigio divino, la vergine rimase così immobile dov'era, da non potersi allontanare con nessuna violenza. Perciò il prefetto fattole spandere attorno pece, resina e olio bollente, ordinò d'accendervi il fuoco: ma siccome la fiamma non le faceva alcun male, dopo essere stata tormentata in molti modi, le trapassarono la gola con un colpo di spada. Mortalmente ferita, Lucia predicendo la tranquillità della Chiesa, che sarebbe succeduta alla morte di Diocleziano e Massimiano, rese lo spirito a Dio il tredici Dicembre. Il suo corpo sepolto a Siracusa, fu poi trasportato a Costantinopoli e infine a Venezia.


L'arca che custodisce il corpo della Santa nella chiesa di S. Geremia a Venezia

Messa Tridentina nella chiesa di S. Geremia (altare del Santissimo) il 13 dicembre 2016

Sancta Lucia, ora pro nobis!

lunedì 11 dicembre 2017

60 abitanti e 120 presepi: così in Friuli difendono il Natale

Da "Il Giornale" del 3 dicembre, riportiamo questo interessante articolo, che racconta della singolare ma interessante iniziativa di un paesino cattolico del Friuli, che ha voluto pubblicamente manifestare la propria fede e la propria tradizione, nonostante le istanze dei laicisti liberisti italiani, che non perdono occasione per eclissare i simboli della tradizione cristiana "per non offendere le altre religioni" (fossero le false religioni a volerlo!, ma invece - peggio ancora! - ci troviamo in presenza dei capricci di ferventi anticattolici di stampo liberal che odiano la religione tout court, e che negli ultimi cinquant'anni vedono sempre più approvate le loro barbare volontà, vista la nuova tollerante politica ecclesiastica). Un encomiabile esempio da imitare ovunque!

Sessanta abitanti e 120 presepi: "Così difendiamo il Natale"
L'iniziativa in controtendenza di un borgo friulano mentre in tutta Italia i simboli cristiani sono a rischio
di Serenella Bettin


Scriviamo da un paese che è un presepe. In un Paese che discute se promuovere o censurare i simboli della tradizione cristiana (dalla natività all'albero di Natale, dalle recite «laiche» nelle scuole agli eccessi del politicamente corretto) c'è ancora un paese, ai piedi delle Dolomiti Friulane, che difende con forza la nostra cultura e uno dei suoi simboli più importanti: il presepe.

Ecco, un piccolo borgo di sessanta anime riesce a mettersi d'accordo e mantenere forte questa tradizione.

Poffabro è un paesino in provincia di Pordenone: sessanta anime effettive residenti d'inverno e quasi centoventi presepi a Natale. Arriviamo a Poffabro che è quasi l'ora di pranzo, la gente si sta preparando, oggi è festa qui, perché si inaugura la rassegna, giunta alla ventesima edizione, di «Poffabro: presepe tra i presepi». Avvolto dalle montagne cosparse di zucchero a velo, Poffabro si trova incastonato ai piedi del Monte Raut. Borgo del comune di Frisanco, sopravvissuto al devastante terremoto che colpì il Friuli il 6 maggio del 1976, ora sopravvive anche al lento declino delle tradizioni a cui vergognosamente assistiamo rassegnati.

Un paese, inserito dall'Anci tra i «Borghi più belli d'Italia» che riesce ad attirare migliaia di visitatori: Italia, Austria, Olanda, Slovenia, tutti per questa rassegna di presepi che è una delle più belle d'Italia. E li vedi i presepi, incastonati ovunque. Nelle finestre, lungo i vicoli acciottolati, sotto gli archi di pietra battuta, sui davanzali delle case, sotto i portici, dentro gli scantinati, appesi agli alberi, dentro ai santuari, incassati dentro piccole grotte, sopra gli attici, tra i terrazzi, o preparati con cura sopra i giardini. Ogni casa ha il suo, ogni piccolo spazio di questo piccolo borgo antico è riempito di addobbi, candele, alberelli di legno, arbusti coperti con i cappelli di tanti piccoli Babbo Natale, ghirlande, fili d'oro, fili d'argento, vischio e bacche rosse. I presepi sono grandi, alti, bassi, fatti di legno, di ceramica, di stoffa, di cartone; fatti perfino con le casette di frutta dipinte di bianco. Piccole natività ricavate anche dentro i tronchi degli alberi.

Ieri tutti questi presepi alle 18 sono stati illuminati, dando il via alla rassegna organizzata dall'associazione «Scarpéti» e ideata da Adriana Cozzarini. «I nostri presepi - dice al Giornale il vicesindaco di Frisanco, Gianluca Coghetto - vengono fatti anche da non pofavrîns, cioè gli abitanti di Poffabro». A realizzare le natività sono stati artisti, appassionati, famiglie e associazioni mosse dall'amore per questa tradizione . «Noi abbiamo la casa qui ci dicono Sara e Lucio Corazza ogni anno veniamo a Poffabro per preparare il presepe. Ogni casa ha il suo». «C'è gente che ne prepara anche cinque ci racconta Valentino Brun-Rizza - perfino gli olandesi che hanno comprato casa a Poffabro, fanno il presepe. Bisogna vederli di sera, quando sono illuminati». E ieri infatti, sull'imbrunire, quel paesino incastonato ai piedi di un monte, cominciava ad accendersi di luci e candele soffuse. Triste che per trovare ancora chi difende la cristianità, occorra fare così tanti chilometro e addentrarsi ai piedi delle montagne.

La questione della lingua nella liturgia

Ricorre oggi la festa di Papa San Damaso I (+384), che tra le molte sue opere vien ricordato per aver commissionato a S. Girolamo una nuova traduzione ufficiale della Bibbia, e aver disposto che la liturgia romana venisse officiata in latino, e non in greco come avveniva in precedenza.



Si è recentemente svolto a Venezia un convegno sulla questione della lingua nella liturgia, analizzata a partire dalla cosiddetta disputa trilinguista, accaduta nel IX secolo proprio nella città lagunare, ove alcuni ecclesiastici rimproverarono i Santi Cirillo e Metodio di aver tradotto i testi liturgici in slavo, quando le uniche lingue ammesse nelle cose sacre sarebbero state le tre del Titulus Crucis, ovverosia l'ebraico, il greco e il latino. Tra gl'interventi, molto interessante è stato quello di un sacerdote greco-ortodosso e professore, da cui traggo lo spunto per la stesura di questo breve articolo.

Posto che Nostro Signore Domineiddio comprende tutte le lingue, ci fu un motivo se per le cose sacre ogni popolo scelse lingue che non erano di uso comune, varianti arcaiche e non più comprese dal popolo. L'elenco seguente vuole presentare soltanto alcuni esempi: il greco koinè per la Chiesa costantinopolitana, il paleoslavo ecclesiastico per quella slava, il ge'ez per quella etiope, l'armeno classico per quella armena, l'aramaico per la quella siriaca, il latino per la Chiesa occidentale... persino le confessioni protestanti che mantengono in sé l'idea di una "high church" (e cioè il luteranesimo classico e l'anglicanesimo ufficiale, non influenzati dalle istanze riformate e di stampo carlostadiano) usano una versione poetica e medievale della loro lingua per la liturgia. Ma addirittura i pagani facevano uso di lingue antiche e incomprese dal popolo: Quintiliano ci riferisce che nel I secolo d.C. i sacerdoti salii, durante le processioni in onore di Marte e Quirino, cantavano degli stichi sacri, i cosiddetti carmina saliaria, in un linguaggio talmente arcaico che nemmeno loro stessi sapevano cosa stessero dicendo.

Molti Papi del XX secolo si sono adoperati per difendere la purezza della lingua latina nella liturgia: memorabile fu l'intervento di Pio XII durante un convegno, avendo ei detto che "sarebbe tuttavia superfluo il ricordare ancora una volta che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino". Pio XI invece, nell'epistola apostolica Officiorum omnium, scriveva che: "infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli, richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare". Persino Giovanni XXIII con la costituzione Veterum sapientia ribadì vieppiù l'indispensabilità del latino, la cui conservazione "non è solo una questione di cultura o di lettere, ma propriamente una questione di Religione". Uno dei motivi più additati dai Pontefici, fu l'espressione dell'unione di tutta la Chiesa latina alla sua origine romana, come testimoniarono S. Pio X e Leone XIII, così come lo slavo ecclesiastico unisce tutte le chiese slave e quella greca tutte le chiese che si riferiscono alla tradizione costantinopolitana.

In questa analisi bisogna stare molto attenti, per non sfociare in un assurdo e antistorico romanocentrismo tipico di una certa parte tradizionalista, a non considerare tutto in prospettiva romana. La prima lingua usata nella liturgia fu il greco, anche a Roma. Dunque è inutile invocare una predilezione divina per la lingua latina o cose del genere che non farebbero che rendere antistorica e risibile una tesi del genere, senza contare l'annoso problema d'incoerenza con il fatto che la Chiesa Cattolica sempre ammise che le Chiese Orientali in comunione con essa (e financo le compagini balcaniche di rito latino) utilizzassero la loro propria lingua liturgica. L'analisi è invece molto semplice e definitiva: in qualsiasi religione (meno che nell'irreligione, quella a cui cerca di avvicinarsi il modernismo) esistono uno spazio sacro inviolabile, degli oggetti sacri intoccabili. Così, esiste giocoforza una lingua sacra immutabile, che dovrà conservarsi sempre tale, poiché espressione dell'immutabilità della Chiesa e della liturgia; proprio come l'oggetto liturgico, che in sé non ha nessuna elezione ab origine, ma viene costruito con una forma dignitosa e immutabile per uno scopo alto e immutabile qual'è la Sacra Liturgia. I caratteri di una lingua sacra vengono dunque ad essere: l'immutabilità (perché sia espressione della continuità perenne della Chiesa e del rito), l'arcaicità (perché sia distaccata dall'uso quotidiano), l'elevatezza (perché si adatti all'azione più sacra di tutte, la liturgia).

Avendo già parlato dell'immutabilità, vengo all'arcaicità. Ciò che rende gravemente errata l'analisi del Gueranger è sostenere che le Chiese Orientali avessero preferito introdurre la lingua del popolo, la quale poi si fossilizzò nella forma dell'epoca, "venendo a contatto coi misteri dell'altare". La cosa è necessariamente antistorica: anzitutto, la prima lingua liturgica fu proprio orientale, ossia il greco; non già il greco del I secolo d.C., però, ma una sua forma più pura, risalente al IV secolo a.C., ricca peraltro di composti tipici della poesia epica, di certo non parlata dalla gente comune a quel tempo. Il latino fu un'introduzione successiva, ma comunque fu introdotto in una forma "classica" di quattro secoli anteriore rispetto a quella in uso al tempo, una forma lontanissima dall'uso parlato persino degli abitanti dell'Urbe. Stesso discorso può farsi per le altre lingue liturgiche succitate, compreso lo slavo ecclesiastico, che ad oggi i linguisti studiano accuratamente, dacché è formato un corpus di fonemi, lessemi e strutture che si rifanno a una lingua "panslava" ben anteriore al IX secolo, quasi sicuramente non più in uso tra il popolo in quegli anni.
Ma perché si rende necessario l'uso di una lingua arcaica, incompresa? Lo si è già accennato, per mantenere il necessario distacco tra il quotidiano e l'eterno, tra il contingente e il trascendente, tra il profano e il sacro; la stessa separazione fisica che la balaustra e l'iconostasi trasmettono, la trasmette l'uso della lingua antica. L'istanza che il popolo capisca la liturgia, infatti, può essere eretica in due modi:
- gnostica, poiché ammette che l'esperienza religiosa avviene solo attraverso la comprensione totale di essa, e dunque l'uomo, insuperbito nelle sue potenzialità, diventa il vero attore della Religione
- protestante, poiché ammette che lo scopo principale della liturgia sia la catechesi del popolo, quando sappiamo che nella religione cattolica la Divina Liturgia è essenzialmente il Sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, e solo secondariamente si esercita il munus docendi, la predicazione, che deve certo avvenire in lingua volgare, ma è in sé nettamente separata e inferiore rispetto all'officio dei Sacri Misteri.
Ciò non significa che chiunque voglia comprendere qualcosa della liturgia rischi di sfociare in una delle summenzionate eresie: come noi possiamo sapere cosa fa il sacerdote dietro l'iconostasi, così noi possiamo leggere dai messalini la traduzione della liturgia. Ma, pur sapendo cosa stia facendo, noi non vediamo il sacerdote dietro l'iconostasi, così come, pur sapendo cosa stia dicendo, non capiamo le sue parole. In ciò si verifica mirabilmente e sensibilmente la distinzione invalicabile tra sacro e profano.
Contraria a questo principio è anche la lettura in lingua volgare di Epistola e Vangelo durante la Messa tradizionale (anche dopo che siano stati cantati in latino), così come purtroppo sulla scorta del Movimento Liturgico molti "tradizionalisti" oggi fanno. La Chiesa Cattolica ha sempre riprovato e condannato come eretiche le proposizioni per cui fosse doveroso da parte dei Cattolici il leggere le Sacre Scritture, l'averle accessibili in lingua volgare, etc. Ciò non significa assoluta impossibilità di leggere le Scritture, né di averle tradotte in lingua volgare, ma ne esclude assolutamente l'uso durante la Sacra Liturgia, poiché sarebbe un accordo alle tesi gianseniste, per le stesse questioni succitate. E a volte, in ciò, il popolo, nato nella religione, risulta spontaneamente più fedele rispetto all'irreligione modernista della gerarchia (che vorrebbe invece attribuire le sue riforme a delle non meglio precisate istanze popolari): mi raccontarono che in una chiesa ortodossa, dopo che il Vangelo fu letto in greco classico, il celebrante prese a rileggerlo in greco moderno. Il popolo si sedette e i concelebranti indossarono il copricapo, poiché spontaneamente essi non lo avvertivano come Vangelo, dal momento che non veniva cantato nella lingua sacra.

Nonostante le molte cose che dovrebbero essere dette a riguardo del punto superiore, non voglio allungare eccessivamente quella che si propone di essere un'analisi sintetica, e passo immediatamente a concludere col secondo punto: l'elevatezza. Si è detto che a scopo altissimo deve corrispondere un linguaggio elevatissimo; e qui si viene a un comportamento antitradizionale tipico di alcuni esponenti cattolici degli anni '50, quello della "ritraduzione" in un latino più "classico e polito" (come la Nova Vulgata di Bea). Essi non comprendevano la grande differenza tra l'elevatezza dello stile tipica degli autori profani e pagani, ricercata attraverso strutture sintattiche complesse e raffinate figure retoriche, e quella tipica della Sacra Scrittura e dei testi liturgici, che invece è data dall'incommensurabilità medesima dei misteri che da essi vengono trasmessi.

Non voglio nemmeno riflettere su quale enorme tesoro è stato perduto dalla Chiesa Cattolica quando essa, nella sua parte ufficiale, abbandonò de facto la lingua latina (pur conservandola de jure), né su cosa sta rischiando l'Ortodossia greca scadendo negli stessi errori modernisti e filogiansenisti. Voglio chiudere citando due testi liturgici, in latino e greco, e lasciando che, assaporandone l'elevatezza inarrivabile trasmessa dai mirabili misteri della fede che vengono trattati, possiamo godere di quell'inestimabile patrimonio sacro trasmessoci dai Padri e conservato purtroppo ormai solo da poche persone rimaste fedeli alla Tradizione.

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per hujus aquae et vini mystérium, eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostrae fieri dignátus est párticeps, Jesus Christus Fílius tuus Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. Amen.
(rito romano, formula di benedizione dell'acqua da infondere nel vino)

Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες, καὶ τῇ ζωοποιῷ Τριάδι τὸν τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες, πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν, ὡς τὸν Βασιλέα τῶν ὅλων ὑποδεξόμενοι, ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα.
(rito greco, inno cherubico)

venerdì 8 dicembre 2017

In festo Immaculatae Conceptionis Beatae Mariae Virginis

Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

La festività dell'Immacolata Concezione, del concepimento di Maria Vergine senza macchia di peccato originale, è di origine orientale, e fu portata in Occidente nell'ottavo secolo. La devozione all'Immacolata andò particolarmente sviluppandosi in Italia meridionale, e specialmente in Sicilia, dove l'Immacolata è considerata la patrona dell'isola, e particolarmente nella città di Palermo, ove era festa di precetto sin dal 1323, e dove la città rinnovava annualmente il voto di difendere anche a costo del proprio sangue la Beatissima Vergine Immacolata. Nonostante la grande popolarità, in tutta la Chiesa è rimasto lungamente aperto il dibattito sulla veridicità dell'immacolatezza della Vergine, accennata in alcuni apocrifi del Nuovo Testamento ed entrata nel lessico teologico attraverso gli attributi di Παναγία (Tutta Santa) e Παναμώμητος (Tutta Pura). Se la Patristica (Proclo e Sofronio in Oriente, Agostino in Occidente) non aveva dubbi sulla natura perfetta, speciale e incorruttibile della Vergine, "nata come i cherubini colei che è fatta di argilla pura e immacolata", nel Medioevo sembra prevalere la tesi per cui Maria nacque nel peccato originale e poi fu redenta e purificata del tutto a partire dal momento in cui prese Cristo nel suo grembo. Quest'opinione della "redenzione anticipata", formulata per la prima volta da S. Anselmo d'Aosta, fu accettata e ripresa anche da S. Alberto Magno, S. Bonaventura, S. Bernardo di Chiaravalle e S. Tommaso d'Aquino. Il primo a riportare in auge nella scolastica medievale la tesi dell'Immacolata Concezione fu Duns Scoto, detto perciò Doctor Immaculatae, che nel suo trattato Ordinatio scrive: "Cristo esercitò il più perfetto grado possibile di mediazione relativamente a una persona per la quale era mediatore. Ora, per nessuna persona esercitò un grado più eccellente che per Maria [...]. Ma ciò non sarebbe avvenuto se non avesse meritato di preservarla dal peccato originale". Molto accese furono le controversie a partire dal XIV secolo: Clemente VI fu il più fiero avversario del de Mayronis, che invece portò avanti le tesi scotiane; contro Scoto scrissero anche il carmelitano Baconthorp (che riteneva illogico pensare che una figlia di Eva quale Maria fosse esente dal peccato originale) e il domenicano Giovanni da Montesono, mentre egli fu ampiamente dai francescani Giovanni Vidal e Andrea di Novocastro. I teologi parigini ammettevano come possibile la tesi immacolatista, ma non escludevano quella macolatista: per diversi secoli i teologi resteranno divisi tra scotisti (immacolatisti) e tomisti (macolatisti), ancorché a livello popolare (come dimostrano le numerose raffigurazioni pittoriche circolanti sin dal 1400) la tesi della Concezione Immacolata sia oramai universalmente diffusa. Tuttavia, il giudizio della Chiesa Ufficiale fu ancora per secoli prudente: Sisto IV, alla fine del XV secolo, introdusse a Roma la festa della Concezione, proibendo contemporaneamente di definire eresie sia le tesi macolatiste che quelle immacolatiste. Papa Alessandro VII e Clemente XI, tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, furono i più grandi sostenitori delle tesi immacolatiste: introdussero il titolo di "Immacolata" nella festa, prima nel calendario locale romano e poi in quello universale, e ne sponsorizzarono ufficialmente il culto. Finché, nel 1848, Pio IX volle chiudere l'annosa questione, e interpellò un gruppo numeroso di teologi, tra cui anche il Rosmini, che pur definendo la tesi immacolatista "moralmente sicura", ne sconsigliò un pronunziamento dogmatico; di parere avverso furono i vescovi, interpellati con l'enciclica Ubi Primum, di cui 546 su 603 si espressero favorevolmente all'Immacolata Concezione, in quanto non sarebbe stato "conveniente" che il Figlio di Dio si incarnasse nel grembo di una donna se questa non fosse stata perfettamente monda da qualsiasi peccato, dogmaticamente proclamata con la bolla Ineffabilis Deus del 1854: declaramus, pronuntiamus et definimus, doctrinam quae tenet beatissimam Virginem Mariam in primo instanti suae conceptionis fuisse singulari omnipotentis Dei gratia et privilegio, intuitu meritorum Christi Iesu Salvatoris humani generis, ab omni originalis culpae labe praeservatam immunem, esse a Deo revelatam atque idcirco ab omnibus fidelibus firmiter constanterque credendam.

Il dogma dell'Immacolata, negato dai Protestanti, contrariamente a quanto si crede comunemente, non è negato dalla Chiesa Ortodossa, dove, sulla scorta anche di pareri favorevoli risalenti all'età dei Padri, mancando il pronunciamento dogmatico, sussiste ancor oggi quella diversità di visioni che ha caratterizzato anche il cattolicesimo latino per molti secoli.

Predica sull'Immacolata
di padre K. Zu Loewenstein

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

“La Santissima Vergine Maria, nel primo istante della Sua Concezione, per singolare Grazia e privilegio di Dio Onnipotente, e in vista dei meriti di Cristo Gesù + Salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia del Peccato Originale”. Questo è il Dogma dell’Immacolata Concezione proclamato nella Bolla Ineffabilis Deus del beato Pio IX nell’anno 1854.

Cosa era questa macchia del Peccato Originale? Gli effetti del Peccato Originale erano i seguenti: l’entrata della morte e della sofferenza nel genere umano; la perdita della Grazia santificante per loro, e la sua mancanza per tutta la loro discendenza dal concepimento in poi; la perdita della chiarezza dell’intelletto e della forza della volontà; la perdita del dominio completo della ragione sulle passioni; una certa soggezione al demonio. Ciò che viene descritto come ‘ogni macchia del Peccato Originale’ nel caso della Madonna si riferisce alla mancanza della Grazia santificante dal concepimento in poi. In altre parole la Madonna fu concepita nella Grazia santficante.

Ma la Santissima Vergine  fu preservata non solo dal Peccato Originale, ma anche dal peccato personale, come dichiara il sacro Concilio di Trento nelle seguenti parole: “La Chiesa mantiene che la Beata Vergine mediante un privilegio speciale di Dio, poteva evitare tutti i peccati, anche veniali, durante tutta la Sua vita. Così che può essere applicata a Lei la frase del Cantico dei Cantici: Tutta bella sei tu, o mia diletta, e macchia non è in te (Ct.4,7)”.

Sant’Alfonso M. de Liguori commenta: “Da che Ella ebbe uso della ragione, cioè, dal primo istante della sua immacolata concezione nell’utero della Santa Anna, sin da allora cominciò con tutte le sue forze ad amare il Suo Dio, e così seguì a far sempre più avanzandosi nella perfezione, nell’amore, in tutta la Sua vita. Tutti i Suoi pensieri, i desideri, gli affetti, non furono che di Dio, non disse parola, non fece torto, non diede occhiata, non un respiro che non fosse per Dio e per la Sua gloria, senza mai storcere un passo, senza mai distaccarsi un momento dall’amore Divino”.

La preservazione della Madonna dal Peccato Originale e personale sono le condizioni della purezza della Madonna, della purezza sublime richiesta dal Suo rapporto ineffabile con Dio. Nelle parole di san Bernardo: “Con ragione si presenta Maria ammantata di Sole; Lei  che ha penetrato oltre ogni nostra immaginazione l’abisso profondissimo della Divina Sapienza, così che per quanto lo consente la condizione di una creatura, Ella appare come immersa in quella Luce inaccessibile”.

Questa sublime purezza della Beatissima Vergine fu rivelata all’anima del Sommo Pontefice Beato Pio IX.  Egli raccontò che: “mentre Dio proclamava il Dogma per la bocca del Suo Vicario, Dio stesso dette al mio spirito un conoscimento sì chiaro e sì largo dell’incomparabile purezza della Santissima Vergine che, inabissato nella profondità di questa conoscenza, cui nessun linguaggio potrebbe descrivere, l’anima mia restò inondata di delizie inenarrabili, di delizie che non sono terrene, nè potrebbero provarsi che in Cielo. Nessuna prosperità, nessuna gioia di questo mondo potrebbe dare di quelle delizie la minima idea, ed io non temo affermare che, il Vicario di Cristo, ebbe bisogno di una grazia speciale per non morire di dolcezza sotto l’impressione di cotesta cognizione, di cotesto sentimento della bellezza incomparabile di Maria Immacolata”.

Proviamo, carissimi fedeli, a crescere ogni giorno nella nostra devozione all’Immacolata Concezione, che a causa della Sua vicinanza a Dio e del Suo profondo Amore materno verso ognuno di noi,  è l’Avvocata più potente che ci sia per noi presso l’Altissimo. AffidiamoLe i nostri affanni, onoriamola con la preghiera del Santo Rosario, amiamoLa nei nostri cuori.


+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

giovedì 7 dicembre 2017

Proiezione del film "Nostra Signora di Fatima"

Il Circolo culturale Cornelio Fabro ha organizzato per mercoledì 13 dicembre, alle ore 18.30, presso l'Oratorio S. Osvaldo di Udine, la proiezione del film "Nostra Signora di Fatima", a conclusione dell'anno del centenario delle apparizioni.


La partecipazione è aperta a tutti. Aderiscono formalmente la SITA FVG e la Compagnia di S. Antonio.

mercoledì 6 dicembre 2017

S. Messa sulle reliquie di S. Nicola - comunicato e resoconto

La mattina di mercoledì 6 dicembre il reverendo don Paolo Rakic, del clero di Trieste, ha cantato Messa nella festa di S. Nicola di Myra sull'altare che conserva le di lui reliquie, nella bella e misconosciuta chiesa di S. Nicolò del Lido di Venezia.


La Messa, che ha visto la partecipazione di un numero di persone relativamente buono, considerati il luogo e l'orario alquanto scomodi, è stata organizzata dalla direzione del nostro sito, che ne ha curato particolarmente il servizio liturgico, con l'aiuto dei ministranti che normalmente servono la Messa antica a Venezia e collaborano con le nostre iniziative; il canto invece è stato curato da amici del Comitato S. Canziano, che si occupa abitualmente dell'organizzazione Messa antica a Padova.

Ringraziamo contestualmente, oltre al celebrante e a tutti coloro che hanno curato gli aspetti suddetti della celebrazione, la Compagnia di S. Antonio che ha collaborato all'organizzazione, il parroco don Giancarlo Jannotta per la concessione della chiesa, il sagrestano, e il parroco degli Alberoni don Lucio Panizzon, che ha assistito coralmente alla S. Messa.
Speriamo che questa iniziativa, fondamentale per rivitalizzare il culto di reliquie veneziane importantissime ma pressoché dimenticate, potrà essere ripetuta l'anno prossimo, e possa essere accompagnata da altre iniziative che porteranno nuovamente il culto tradizionale sugli altari delle più importanti chiese venete.

L'altare di S. Nicolò in fase di preparazione.
Per la S. Messa, il presbiterio è stato riportato nelle sue condizioni originali, spostando l'altare posticcio versus populum, gli amboni e gli altri oggetti della Messa postconciliare. La nobile semplicità del santuario tridentino risplendeva come il degno scrigno dell'umile vescovo S. Nicola.

martedì 5 dicembre 2017

San Nicola di Mira, vescovo e confessore, il taumaturgo

Riportiamo la lunga ed esaustiva biografia del Santo Vescovo Nicola scritta da padre Gerardo Cioffari O.P., grande ed esperto studioso dell'Oriente Cristiano.

Icona di S. Nicola di produzione cretese

San Nicola è uno dei santi più venerati ed amati al mondo. Egli è certamente una delle figure più grandi nel campo dell’agiografia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui quanto a universalità e vivacità di culto.
Ogni popolo lo ha fatto proprio, vedendolo sotto una luce diversa, pur conservandogli le caratteristiche fondamentali, prima fra tutte quella di difensore dei deboli e di coloro che subiscono ingiustizie. Egli è anche il protettore delle fanciulle che si avviano al matrimonio e dei marinai, mentre l’ancor più celebre suo patrocinio sui bambini è noto soprattutto in Occidente.

La Patria di San Nicola

San Nicola nacque intorno al 260 d.C. a Patara, importante città della Licia, la penisola dell’Asia Minore (attuale Turchia) quasi dirimpetto all’isola di Rodi. Oggi tutta la regione rientra nella vasta provincia di Antalya, la quale comprende, oltre la Licia, anche l’antica Pisidia e Panfilia.
Nell’antichità i due porti principali erano proprio quelli delle città di San Nicola: Patara, dove nacque, e Myra, di cui fu vescovo.
Prima dell’VIII secolo nessun testo parla del luogo di nascita di Nicola. Tutti fanno riferimento al suo episcopato nella sede di Myra, che appare così come la città di San Nicola. Il primo a parlarne è Michele Archimandrita verso il 710 d.C., indicando in Patara la città natale del futuro grande vescovo. Il modo semplice e sicuro con cui riporta la notizia induce a credere che la tradizione orale al riguardo fosse molto solida.
Di Patara parla anche il patriarca Metodio nel testo dedicato a Teodoro e ne parla il Metafraste. La notizia pertanto può essere accolta con elevato grado di probabilità.

L'infanzia

Di S. Nicola di Bari, si sa ben poco della sua infanzia. Le fonti più antiche non ne fanno parola. Il primo a parlarne è nell’VIII secolo un monaco greco (Michele Archimandrita), il quale, spinto anche dall’intento edificante, scrive  cheNicola sin dal grembo materno era destinato a santificarsi. Sin dall’infanzia dunque avrebbe cercato di mettere in pratica le norme che la Chiesa suggerisce a chi si avvia alla vita religiosa.
Nicola nacque nell’Asia Minore, quando questa terra, prima di essere occupata dai Turchi, era di cultura e lingua greca. La grande venerazione che nutrono i russi verso di lui ha indotto alcuni in errore, affermando che sarebbe nato in Russia. Non è mancato chi lo facesse nascere nell’Africa, a motivo del fatto che a Bari si venerano alcune immagini col volto del Santo piuttosto scuro (“S. Nicola nero”). In realtà, Nicola nacque intorno all’anno 260 dopo Cristo a Patara, importante città marittima della Licia, penisola della costa meridionale dell’Asia Minore (oggi Turchia). Nel porto di questa città aveva fatto scalo anche S. Paolo in uno dei suoi viaggi.
Il fatto che l’Asia Minore fosse di lingua e cultura greca, sia pure all’interno dell’Impero Romano, fa sì che Nicola possa essere considerato “greco”. Il suo nome, Nikòlaos, significa popolo vittorioso, e, come si vedrà, il popolo avrà uno spazio notevole nella sua vita.
Da alcuni episodi (dote alle fanciulle, elezione episcopale) si potrebbe dedurre che i genitori, di cui non si conoscono i nomi, fossero benestanti, se non proprio aristocratici. In alcune Vite essi vengono chiamati Epifanio e Nonna (talvolta Teofane e Giovanna), ma questi, come vari altri episodi, si riferiscono ad un monaco Nicola vissuto (480-556) due secoli dopo nella stessa regione. Questo secondo Nicola, nato a Farroa, divenne superiore del monastero di Sion e poi vescovo di Pinara (onde è designato anche come Sionita o di Pinara).
Amante del digiuno e della penitenza, quando era ancora in fasce, Nicola era già osservante delle regole relative al digiuno settimanale, che la Chiesa aveva fissato al mercoledì ed al venerdì. Il suddetto monaco greco narra che il bimbo succhiava normalmente il latte dal seno materno, ma che il mercoledì ed il venerdì, proprio per osservare il digiuno, lo faceva soltanto una volta nella giornata.
Man mano che il bimbo cresceva, dava segni di attaccamento alle virtù, specialmente alla virtù della carità. Egli rifuggiva dai giochi frivoli dei bambini e dei ragazzi, per vivere più rigorosamente i consigli evangelici. Molto sensibile era anche nella virtù della castità, per cui, laddove non era necessario, evitava di trascorrere il tempo con bambine e fanciulle.

La dote alle fanciulle

Carità e castità sono le due virtù che fanno da sfondo ad uno egli episodi più celebri della sua vita. Anzi, a questo episodio si sono ispirati gli artisti, specialmente occidentali, per individuare il simbolo che caratterizza il nostro Santo. Quando si vede, infatti, una statua o un quadro raffigurante un santo vescovo dell’antichità è facile sbagliare sul chi sia quel santo (Biagio, Basilio, Gregorio, Ambrogio, Agostino, e così via). Ed effettivamente anche in libri di alta qualità artistica si riscontrano spesso di questi errori. Il devoto di S. Nicola  ha però un segno infallibile per capire se si tratta di S. Nicola o di uno fra questi altri santi. Un vescovo che ha in mano o ai suoi piedi tre palle d’oro è sicuramente S. Nicola, e non può essere in alcun modo un altro Santo. Le tre palle d’oro sono infatti una deformazione artistica dei sacchetti pieni di monete d’oro, che sono al centro di questa storia.
L’episodio si svolge a Mira, città marittima ad un centinaio di chilometri da Patara, ove probabilmente Nicola con i suoi genitori si era trasferito. Secondo alcune versioni i suoi genitori erano morti ed egli era divenuto un giovane pieno di speranze e di mezzi. Secondo altre, i genitori erano ancora vivi e vegeti e Nicola dipendeva ancora da loro. Quale che sia la verità, alle sue orecchie giunse voce che una famiglia stava attraversando un brutto momento. Un signore, caduto in grave miseria, disperando di poter offrire alle figlie un decoroso matrimonio, aveva loro insinuato l’idea di prostituirsi allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente al matrimonio.
Alla notizia di un tale proposito, Nicola decise di intervenire, e di farlo secondo il consiglio evangelico: non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra. In altre parole, voleva fare un’opera di carità, senza che la gente lo notasse e lo ammirasse. La sua virtù doveva essere nota solo a Dio, e non agli uomini, in quanto se fosse emersa e avesse avuto gli onori degli uomini, avrebbe perduto il merito della sua azione. Decise perciò di agire di notte. Avvolte delle monete d’oro in un panno, uscì di casa e raggiunse la dimora delle infelici fanciulle. Avvicinatosi alla finestra, passò la mano attraverso l’inferriata e lasciò cadere il sacchetto all’interno. Il rumore prese di sorpresa il padre delle fanciulle, che raccolse il denaro e con esso organizzò il matrimonio della figlia maggiore.
Vedendo che il padre aveva utilizzato bene il denaro da lui elargito, Nicola volle ripetere il gesto. Si può ben immaginare la gioia che riempì il cuore del padre delle fanciulle. Preso dalla curiosità aveva cercato invano, uscendo dalla casa, di individuare il benefattore. Con le monete d’oro, trovate nel sacchetto che Nicola aveva gettato attraverso la finestra, poté fare realizzare il sogno della seconda figlia di contrarre un felice matrimonio.
Intuendo la possibilità di un terzo gesto di carità, nei giorni successivi il padre cercò di dormire con un occhio solo. Non voleva che colui che aveva salvato il suo onore restasse per lui un perfetto sconosciuto. Una notte, mentre ancora si sforzava di rimanere sveglio, ecco il rumore del terzo sacchetto che, cadendo a terra, faceva il classico rumore tintinnante delle monete. Nonostante che il giovane si allontanasse rapidamente, il padre si precipitò fuori riuscendo ad individuarne la sagoma. Avendolo rincorso, lo raggiunse e lo riconobbe come uno dei suoi vicini. Nicola però gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessuno. Il padre promise, ma a giudicare dagli avvenimenti successivi, con ogni probabilità non mantenne la promessa. E la fama di Nicola come uomo di grande carità si diffuse ancor più nella città di Mira.

Nicola è eletto vescovo

Intorno all’anno 300 dopo Cristo, anche se il cristianesimo non era stato legalizzato nell’Impero e non esistevano templi cristiani, le comunità che si richiamavano all’insegnamento evangelico erano già notevolmente organizzate. I cristiani si riunivano nelle case di aristocratici che avevano abbracciato la nuova fede, e quelle case venivano chiamate domus ecclesiae, casa della comunità. Per chiesa infatti si intendeva la comunità cristiana. E questa comunità partecipava attivamente all’elezione dei vescovi, cioè di quegli anziani addetti alla cura e all’incremento della comunità nella fede e nelle opere. Questi divenivano capi della comunità e la rappresentavano nei concili, cioè in quelle assemblee che avevano il compito di analizzare e risolvere i problemi, e quindi di varare norme che riuscissero utili ai cristiani di una o più province.
Solitamente erano eletti dei presbiteri (sacerdoti), laici che abbandonavano lo stato laicale per consacrarsi al bene della comunità. L’imposizione delle mani da parte dei vescovi dava loro la facoltà di celebrare l’eucarestia, e questo li distingueva dai laici. Non mancano però casi, e Nicola è uno di questi, in cui l’eletto non è un presbitero, ma un laico. Il che non significa che passava direttamente al grado episcopale, ma che in pochi giorni gli venivano conferiti i vari ordini sacri, fino al presbiterato che apriva appunto la via all’episcopato.
In questo contesto ebbe luogo l’elezione di Nicola, che lo scrittore sacro descrive in una cornice che ha del miracoloso. Essendo morto il vescovo di Mira, i vescovi dei dintorni si erano riuniti in una domus ecclesiae per individuare il nuovo vescovo da dare alla città. Quella stessa notte uno di loro ebbe in sogno una rivelazione: avrebbero dovuto eleggere un giovane che per primo all’alba sarebbe entrato in chiesa. Il suo nome era Nicola. Ascoltando questa visione i vescovi compresero che l’eletto era destinato a grandi cose e, durante la notte, continuarono a pregare. All’alba la porta si aprì ed entrò Nicola. Il vescovo che aveva avuto la visione gli si avvicinò e chiestogli come si chiamasse, lo spinse al centro dell’assemblea e lo presentò agli astanti. Tutti furono concordi nell’eleggerlo e nel consacrarlo seduta stante vescovo di Mira.
L’episodio forse avvenne diversamente, anche perché, come si è detto, all’elezione dei vescovi partecipava sempre il popolo. Ma l’agiografo, vissuto in un’epoca in cui i vescovi avevano un potere più autonomo rispetto al laicato, narrando così l’episodio intendeva esprimere due concetti: Nicola fu fatto vescovo da laico e la sua elezione era il risultato non di accordi umani, ma soltanto della  volontà di Dio.

La persecuzione di Diocleziano

Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano mise fine alla sua politica di tolleranza verso i cristiani e scatenò una violenta persecuzione. Questa durò un decennio, anche se i momenti di crudeltà si alternarono con momenti di pausa. Nel 313 gli imperatori Costantino e Licinio a Milano si accordarono sulle sfere di competenza, prendendosi il primo l’occidente, il secondo l’oriente. Essi emanarono anche l’editto che dava libertà di culto ai cristiani. Sei anni dopo (319), in contrasto con la politica costantiniana filocristiana, Licinio riaprì la persecuzione contro i cristiani.
Nelle fonti nicolaiane antiche (anteriori al IX secolo) non si trova alcun riferimento alla persecuzione. Considerando però che il vescovo di Patara Metodio affrontò coraggiosamente la morte, sembra probabile che anche il nostro Santo abbia dovuto patire il carcere ed altre sofferenze, non ultima quella di vedere il suo gregge subire tanti patimenti. 
Alcuni scrittori, come il Metafraste verso il 980 d.C., specificavano che Nicola aveva sofferto la persecuzione di Diocleziano, finendo in carcere. Qui, invece di abbattersi, il santo vescovo avrebbe sostenuto ed incoraggiato i fedeli a resistere nella fede e a non incensare gli dèi. Il che avrebbe spinto il preside della provincia a mandarlo in esilio. Autori successivi hanno voluto posticipare la persecuzione patita da Nicola, individuandola in quella di Licinio, piuttosto che in quella di Diocleziano. Ciò per ovviare al fatto che durante la persecuzione Nicola era già vescovo e, secondo loro, sarebbe stato consacrato vescovo fra il 308 ed il 314.
Lo storico bizantino Niceforo Callisto, per rendere più viva l’impressione di un Nicola vicino al martirio e con i segni delle torture ancora nelle carni, scriveva: Al concilio di Nicea molti splendevano di doni apostolici. Non pochi, per essersi mantenuti costanti nel confessare la fede, portavano ancora nelle carni le cicatrici e i segni, e specialmente fra i vescovi, Nicola vescovo dei Miresi, Pafnuzio e altri.

Il Concilio di Nicea

L’imperatore Costantino, con la sua politica a favore dei cristiani, il 23 giugno dell’anno 318 emanava un editto col quale concedeva a coloro che erano stati condannati dalle normali magistrature di presentare appello al vescovo. Ma, mentre la Chiesa con simili provvedimenti si rafforzava nella società pagana, ecco che un’opinione intorno alla natura di Gesù Cristo come Figlio di Dio (se uguale o inferiore a quella del Padre) suscitò una polemica tale da spaccare l’impero in due partiti contrapposti. A scatenare lo scisma fu il prete alessandrino Ario (256-336), coetaneo di S. Nicola. Per risolvere la questione e riportare la pace l’imperatore convocò la grande assemblea (concilio) a Nicea nel 325.
Data l’ubicazione in Asia Minore ben pochi furono i vescovi occidentali che vi presero parte, mentre quelli orientali furono quasi tutti presenti. Qualcuno ha voluto mettere in dubbio la partecipazione di Nicola a questo primo ed importantissimo concilio ecumenico. Ma se è vero che il suo nome (come quello di S. Pafnuzio) non compare in diverse liste, è anche vero che compare in quella redatta da Teodoro il Lettore verso il 515 d.C., ritenuta autentica dal massimo studioso di liste dei padri conciliari (Edward Schwartz).
Una delle preghiere più note della liturgia orientale si rivolge a Nicola con queste parole: O beato vescovo Nicola, tu che con le tue opere ti sei mostrato al tuo gregge come regola di fede e modello di mitezza e temperanza, tu che con la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e col tuo amore  per la povertà le ricchezze celesti, intercedi presso Cristo Dio per farci ottenere la salvezza dell’anima.
Questa antica preghiera viene solitamente collegata proprio al ruolo svolto da Nicola al concilio di Nicea. Alla carenza di documentazione sulle sue azioni a Nicea suppliscono alcune leggende, la più nota delle quali (attribuita in verità anche a S. Spiridione) è quella del mattone. Dato che a provocare lo scisma era stato Ario, che non ammetteva l’uguaglianza di natura fra il Dio creatore e Gesù Cristo, il problema consisteva nel dimostrare come fosse possibile la fede in un solo Dio se anche Cristo era Dio. Considerando poi che la formula battesimale inseriva anche lo Spirito Santo, Nicola si preoccupò di dimostrare la possibilità della coesistenza di tre enti in uno solo. Preso un mattone, ricordò agli astanti la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco.  Il che stava a significare che la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non intaccava la verità fondamentale che Dio è uno. Mentre illustrava questa verità, ecco che una fiammella si levò dalle sue mani, alcune gocce caddero a terra e nelle sue mani restò soltanto terra secca.
Ancor più nota a livello popolare è la leggenda dello schiaffo ad Ario, legata all’usanza dei pittori di raffigurare agli angoli in alto il Cristo e la Vergine in atto di dare l’uno il vangelo l’altra la stola. Secondo questa leggenda Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie di Ario che si ostinava a negare la divinità di Cristo, levò la destra e gli diede uno schiaffo. Essendo stata riferita la cosa a Costantino, l’imperatore ne ordinò la carcerazione, mentre i vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. I carcerieri dal canto loro lo insultavano e beffeggiavano in vari modi. Uno di loro giunse anche a bruciargli la barba. Durante la notte Nicola ebbe la visita di Cristo e della Madonna che gli diedero il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o omophorion (segno del ministero sacramentale). Quando andò per celebrare la messa, indotto da spirito di umiltà, Nicola evitò di indossare i paramenti vescovili, ma alle prime sue parole ecco scendere dal cielo la vergine con la stola e degli angeli con la mitra. Ed appena terminata la celebrazione ecco rispuntargli folta la barba che la notte precedente i carcerieri gli avevano bruciata.
Queste però sono tutte leggende posteriori, poiché, a parte la sua presenza in quel concilio (sull’autorità di Teodoro il Lettore ed alcune liste del VII-VIII secolo), non si sa nulla di ciò che fece Nicola a quel concilio. Certo è che fu dalla parte di Atanasio e dell’ortodossia, altrimenti la liturgia non l’avrebbe chiamato regola di fede.

L'eretico Teognide

Il silenzio degli antichi scrittori sul ruolo di Nicola a quel concilio si spiega forse col fatto che Nicola ebbe un atteggiamento diverso da quello del capo del partito cattolico ortodosso, Atanasio di Alessandria. Pur avendo un carattere altrettanto energico, Nicola era più sensibile alla ricomposizione dell’armonia nella Chiesa. Non si fermava come Atanasio alla difesa ad oltranza delle fede, ma tentava anche tutte le vie per riportare gli erranti (eretici) nel grembo della Chiesa. Un atteggiamento che dovette apparire ad Atanasio come troppo incline al compromesso, e di conseguenza non degno di essere ricordato fra i difensori della fede. Questa “damnatio memoriae” da parte di Atanasio (che pure menziona molti vescovi) si spiega anche col fatto che quasi certamente Nicola militava politicamente nel “partito” opposto. Mentre infatti Atanasio parla di Ablavio, prefetto di Costantino, come “amato da Dio”, l’antico biografo di Nicola lo definisce “perverso e malvagio” (come ritiene anche il grande storico Eusebio di Cesarea e tutti gli storici pagani). Né la cosa deve sorprendere più di tanto. Anche oggi infatti persone degnissime militano politicamente su versanti opposti.
Che in S. Nicola si incontrassero il grande amore per la retta fede col grande amore dell’armonia nella Chiesa, è testimone S. Andrea di Creta, il quale scrive: Come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della Chiesa dei Marcianisti. La disputa procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una sia pur minima asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo  dicendo: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira”.
Nonostante il riferimento ai Marcianisti (talvolta è scritto Marcioniti), il vescovo Teognide è quasi certamente il vescovo di Nicea al tempo del Concilio di cui si è parlato. Simpatizzante dell’eretico Ario, Teognide si lasciò tuttavia convincere e alla fine firmò gli atti del concilio. Quasi certamente Nicola si era messo in contatto con lui già in precedenza e dovette avere un certo ruolo nel farlo decidere a firmare gli atti. In realtà Teognide successivamente non mutò atteggiamento verso Atanasio, che continuò ad avversare decisamente. Dopo un esilio di tre anni in Gallia, al ritorno continuò a criticare il termine “consustanziale” col quale Atanasio e la Chiesa definivano il rapporto fra Padre e Figlio. Nel 336 contribuì a fare esiliare S. Atanasio.
Come si può vedere, l’antichità cristiana non fa eccezione. Anche all’interno di sostenitori della retta fede si formarono “partiti” diversi. Il che comportò persino giudizi contrapposti sul piano della spiritualità. E’ il caso di Teognide, da S. Andrea di Creta ritenuto di “santa memoria”, da altri pur sempre un eretico. Ed è il caso di Teodoreto (storico della Chiesa), dalla chiesa greca considerato un eresiarca, dalla russa un “beato” (blažennyj). Ed è pure il caso del patriarca Anastasio (729-752), dalla chiesa latina ritenuto un iconoclasta, da quella greca “di santa memoria” perché pentito, dopo essere stato salvato proprio da S. Nicola dall’annegamento.

Il tempio di Diana

Costantino aveva lasciato libertà di culto ai pagani, tuttavia è chiaro che almeno a partire dal 318, coi poteri giurisdizionali ai vescovi, i cristiani ebbero uno spazio privilegiato all’interno dell’impero. Non pochi vescovi, e sembra che Nicola sia stato fra di essi, si impegnarono per quanto possibile a cancellare dalle loro città i segni della religione pagana fino ad abbattere alcuni templi. La tradizione ci fa vedere Nicola impegnato in tal senso. Andrea di Creta nel suo celebre Encomio di S. Nicola, rivolgendosi al nostro Santo esclama: Hai dissodato, infatti,  i campi spirituali di tutta la provincia della Licia, estirpando le spine dell’incredulità. Con i tuoi insegnamenti hai abbattuto altari di idoli e luoghi di culto di dèmoni abominevoli e al loro posto hai eretto chiese a Cristo. Pur rimanendo molto vicino al testo di Andrea, Michele Archimandrita, “concretizzava” l’opera di Nicola facendo riferimento non alle armi della parola e dell’insegnamento, ma a vere e proprie spranghe di ferro per abbattere il tempio di Diana, che si ergeva imponente. Era questo il maggiore di tutti i templi sia per altezza che per varietà di decorazioni, oltre che per presenza di demoni.
Che Michele Archimandrita si fosse documentato su fonti miresi dirette è dimostrato proprio da queste sue parole. Se non avesse fatto ricorso a tali documenti difficilmente avrebbe potuto sapere di questo ruolo preminente del tempio di Diana. Dopo recenti scavi archeologici è risultato infatti che nel 141 questo tempio era stato restaurato ed ampliato dal mecenate licio Opramoas di Rodiapoli. Una conferma, questa, che quanto dice il monaco Michele riflette i racconti che si narravano a Mira nell’VIII secolo.
E’ probabile che la verità sia quella di Andrea di Creta, che ci mostra un Nicola che abbatte il paganesimo con le armi della parola. Tuttavia, a giudicare dal carattere energico del vescovo di Mira (dimostrato in altre occasioni), non è impossibile che sia avvenuto secondo il racconto dell’Archimandrita. Ciò che li accomuna, ed era una credenza molto diffusa a livello popolare, è il particolare dei demoni che abitavano in questi templi pagani, per cui quando questi venivano demoliti, i demoni venivano a trovarsi senza un tetto ed erano costretti a cercarsi altre dimore.

Carestia e grano

Il santo vescovo era impegnato però non soltanto nella diffusione della verità evangelica, ma anche nell’andare incontro alle necessità dei poveri e dei bisognosi. La parola della fede era seguita dalla messa in pratica della carità.
Al tempo del suo episcopato mirese scoppiò una grave carestia, che mise in ginocchio la popolazione. Pare che Nicola prendesse varie iniziative per sovvenire ai bisogni del suo gregge, e l’eco di queste attraversò i secoli, rimanendo nella memoria dei Miresi. Una leggenda lo vede apparire in sogno a dei mercanti della Sicilia, suggerendo loro un viaggio sino alla sua città per vendere il grano, ed aggiungendo che lasciava loro una caparra. Quando i mercanti si resero conto di aver avuto la stessa visione e trovarono effettivamente la caparra, subito fecero vela per Mira e rifornirono la popolazione di grano.
Ancor più noto è l’episodio delle navi che da Alessandria d’Egitto fecero sosta nel porto di Mira. Nicola accorse e, salito su una delle navi, chiese al capitano di sbarcare una certa quantità di grano. Quello rispose che era impossibile, essendo quel grano destinato all’imperatore ed era stato misurato nel peso. Se fosse stato notato l’ammanco avrebbe potuto passare i guai suoi. Nicola gli rispose che si sarebbe addossato la responsabilità, e alla fine riuscì a convincerlo. Il frumento fu scaricato e la popolazione trovò grande sollievo, non solo perché si procurò il pane necessario, ma anche perché arò i terreni e seminò il grano che restava e poté raccoglierlo anche negli anni successivi. Quanto alle navi “alessandrine”, queste giunsero a Costantinopoli e, come il capitano aveva temuto, il tutto dovette passare per il controllo del peso. Quale non fu la sua gioia e meraviglia quando vide che il peso non era affatto diminuito, ma era risultato lo stesso della partenza delle navi da Alessandria.
Questo miracolo è all’origine non solo di tanti quadri che lo raffigurano, ma anche di tante tradizioni popolari legate al pane di S. Nicola. A Bari, anche per facilitarne il trasporto nei paesi d’origine, ai pellegrini che giungono nel mese di maggio vengono date “serte” di taralli, tenuti insieme da una funicella.

Nicola salva tre innocenti

Tutti gli episodi sinora narrati hanno subìto l’incuria del tempo. Essi venivano narrati dai miresi e da nonni a nipoti giunsero fino all’VIII-IX secolo. Il lungo travaglio orale fece loro perdere i connotati della “storia” per apparire piuttosto come “tradizione” o come “leggenda”. I nomi dei protagonisti delle vicende si perdettero quasi del tutto. E’ vero che in tante Vite di S. Nicola si trovano i nomi dei genitori, dello zio archimandrita, del suo predecessore sulla cattedra di Mira, del nocchiero che l’avrebbe condotto in pellegrinaggio in Egitto e in Terra Santa, e così via. Ma si tratta di nomi che nulla hanno a che fare col nostro Nicola. Bisogna rassegnarsi alla realtà che, ad eccezione del concilio di Nicea e del vescovo Teognide, nessun nome compare nella vita del nostro Santo prima della storia dei tre innocenti salvati dalla decapitazione.
Questa storia, insieme a quella successiva dei generali bizantini (Praxis de stratelatis), è il pezzo forte di tutta la vicenda nicolaiana. Nell’antichità, per esprimere il concetto che questa narrazione era la più importante di tutte quelle che riguardavano S. Nicola, spesso non veniva indicata come Praxis de stratelatis (racconto intorno ai generali) ma semplicemente come Praxis tou agiou Nikolaou (storia di S. Nicola), quasi che tutti gli altri racconti non rivestissero alcuna importanza a paragone con questo.
In occasione della sosta di alcune navi militari nel porto di Mira, nel vicino mercato di Placoma scoppiarono dei tafferugli, in parte provocati proprio dalla soldataglia che sfogava così la tensione di una vita di asperità. In quei disordini le forze dell’ordine catturarono tre cittadini miresi, i quali dopo un processo sommario furono condannati a morte. Nicola si trovava in quel momento a colloquio con i generali dell’esercito Nepoziano, Urso ed Erpilio, i quali gli stavano dicendo della loro imminente missione militare contro i Taifali, una tribù gotica che stava suscitando una rivolta in Frigia. Invitati da S. Nicola, i generali riuscirono a fare riportare l’ordine. Ma ecco che alcuni cittadini accorsero dal vescovo, riferendogli che  il preside Eustazio aveva condannato a morte quei tre innocenti.
Seguito dai generali, Nicola prese il cammino per Mira. Giunto al luogo detto Leone, incontrò alcuni che gli dissero che i condannati erano nel luogo detto Dioscuri. Nicola procedette così fino alla chiesa dei santi martiri Crescente e Dioscoride. Qui apprese che i condannati erano già stati portati a Berra, il luogo ove solitamente venivano messi a morte i condannati. Ben sapendo che solo lui, in quanto vescovo, avrebbe potuto fermare il carnefice, accelerò il passo e vi giunse, aprendosi la strada fra la folla che faceva da spettatrice. Il carnefice era già pronto, e i condannati stavano già col collo sui ceppi, quando Nicola si avvicinò e tolse la spada al carnefice.
Avendo liberato gli innocenti dalla decapitazione, Nicola si recò al palazzo del preside Eustazio, entrandovi senza farsi annunciare. Giunto dinanzi al preside l’apostrofò accusandolo di ingiustizie, violenze e corruzione. Quando minacciò di riferire la cosa all’imperatore, Eustazio rispose che era stato indotto in errore da due notabili di Mira, Simonide ed Eudossio. Ma Nicola, senza contestare il particolare, gli rinfacciò nuovamente la corruzione e, giocando sulle parole, gli disse che non Simonide ed Eudossio, ma  Crisaffio (oro) e Argiro (argento) l’avevano corrotto. Avendo così ristabilita la verità e la giustizia, Nicola non infierì ma perdonò al preside pentito.

I generali liberati dalla prigione

Edificati dal comportamento del santo vescovo, i tre generali ripresero il mare e raggiunsero la Frigia, ove riuscirono a sottomettere le forze ribelli all’impero. Un po’ per il successo dell’impresa un po’ perché Nepoziano era parente dell’imperatore, il loro ritorno a Costantinopoli avvenne in un’atmosfera di vero e proprio trionfo. Tuttavia la gloria e gli onori durarono poco, perché queste sono spesso accompagnate da gelosie ed invidie.
Per malevoli suggerimenti del diavolo, ben presto si formò un partito avverso a Nepoziano e compagni. I componenti di questo partito riuscirono a coinvolgere il potente prefetto Ablavio, il quale convinse l’imperatore che i tre generali stavano complottando per rovesciarlo dal trono. Convinto o meno dell’attendibilità della notizia, Costantino preferì non correre rischi, e li fece mettere in prigione. Dopo alcuni mesi i seguaci di Nepoziano si stavano organizzando su come liberare i generali. Per cui i loro avversari, col denaro promesso a suo tempo, tornarono da Ablavio e lo convinsero a suggerire all’imperatore un provvedimento più drastico. Infatti, Costantino diede ordine di sopprimerli quella notte stessa.
Appresa la notizia, il carceriere Ilarione corse ad avvertire i generali, che furono presi da grande angoscia. Sentendosi prossimo alla morte, Nepoziano si sovvenne dell’intervento in extremis del vescovo Nicola a favore dei tre innocenti. Allora levò al Signore questa preghiera: Signore, Dio del tuo servo Nicola, abbi compassione di noi, grazie alla tua misericordia e all’intercessione del tuo servo Nicola. Come, per i suoi meriti, hai avuto compassione dei tre uomini condannati ingiustamente salvandoli da sicura morte, così ora rida’ la vita anche a noi, mosso a misericordia dall’intercessione di questo santo vescovo.
Il Signore esaudì la preghiera di Nepoziano, fatta propria dai compagni. Quella notte S. Nicola apparve in sogno all’imperatore minacciandolo: Costantino, alzati e libera i tre generali che tieni in prigione, poiché vi furono rinchiusi ingiustamente. Se non fai come ho detto, conferirò con Cristo, il re  dei re, e susciterò una guerra e darò in pasto i tuoi resti a fiere ed avvoltoi. Spaventato, Costantino chiese chi fosse: Sono Nicola, vescovo peccatore, e risiedo a Mira, metropoli della Licia.
Nicola apparve minaccioso anche ad Ablavio, e quando l’imperatore lo mandò a chiamare, entrambi pensarono ad un’opera di magia. Mandarono a prendere i tre generali per chiedere spiegazioni. Il colloquio aveva preso il binario della “magia”, quando Costantino chiese a Nepoziano se conoscesse un tale di nome Nicola. Nepoziano si illuminò, accorgendosi che la sua preghiera era stata esaudita. E narrò tutto all’imperatore, che seduta stante ne ordinò la liberazione. Anzi, volle che andassero a Mira a ringraziare il santo vescovo ed a portargli da parte sua preziosi doni, fra cui un Vangelo tutto decorato d’oro e candelieri ugualmente d’oro. Altri autori aggiungono che giunti a Mira si tagliarono i capelli in segno di gratitudine e di devozione verso il Santo.

La riduzione delle tasse    

E’ difficile dire quanto ci sia di vero e quanto sia stato il parto della fantasia di un popolo consapevole di aver avuto un “progenitore” ed un difensore. Per i Miresi Nicola era colui che aveva riportato la retta fede, la giustizia ed il benessere alla loro città. Non per nulla, secondo la testimonianza sia della Vita Nicolai Sionitae sia dell’Encomio di Andrea di Creta, essi istituirono la festa delle “rosalie del nostro progenitore S. Nicola”.
Fra le tante iniziative del Santo a favore della popolazione, intorno al VII secolo si narrava il suo intervento per fare ridurre le tasse per i Miresi (Praxis de tributo).
E’ nota a diversi storici la tendenza di Costantino a gravare le popolazioni dell’impero con tasse esorbitanti. Ed anche se i cristiani cercavano delle attenuanti, i pagani come Zosimo ricordavano che Costantino era costretto a una pesante politica tributaria a causa della sua eccessiva prodigalità. L’anonimo scrittore che compose l’Epitome de Caesaribus descriveva così la sua politica tributaria: Per dieci anni eccellente, nei dodici anni successivi predone, negli ultimi dieci fu chiamato pupillo per le eccessive prodigalità.
Quando anche la città di Mira si trovò a dover pagare tasse esorbitanti, i rappresentanti del popolo si rivolsero a Nicola affinché scrivesse all’imperatore. Nicola fece di più. Partì alla volta di Costantinopoli e chiese udienza. L’anonimo scrittore qui si lascia prendere la mano e, non tenendo conto che Nicola era vissuto al tempo di Costantino, immagina i vescovi della capitale che gli rendono omaggio riunendosi nel tempio della Madre di Dio alle Blacherne, chiedendogli la benedizione. A parte l’esagerazione di una simile accoglienza, quel tempio sarebbe stato costruito un secolo dopo la morte del Santo.
L’abbellimento agiografico si nota anche al momento dell’arrivo di Costantino. Prima che cominciasse il colloquio, l’imperatore gettò il suo mantello ed ecco che questo, incrociando un raggio di sole, rimase sospeso ad esso. Il prodigio rese timoroso e benevolo l’imperatore. Quando Nicola gli riferì come i Miresi fossero oppressi dalle tasse, chiedendogli di apportare una sensibile riduzione, l’imperatore chiamò il notaio ed archivista Teodosio, e secondo il desiderio di Nicola operò una netta  riduzione a soli cento denari.
Nicola prese la carta su cui era registrata questa concessione e legatala ad una canna, la gettò in mare. Per volere di Dio la canna giunse nel porto di Mira e pervenne nelle mani dei funzionari del fisco, i quali furono molto sorpresi ma si adeguarono. Intanto però a Costantinopoli i consiglieri di Costantino fecero notare all’imperatore che forse la concessione era stata un tantino esagerata. Per cui l’imperatore chiamò nuovamente Nicola per correggere la somma della tassa che i Miresi dovevano pagare. Il Santo gli rispose che da tre giorni la carta era pervenuta a Mira. Essendo ciò impossibile, Costantino promise che se le cose stavano veramente così avrebbe confermato la precedente concessione. I nunzi, da lui inviati per verificare quel che era accaduto, tornarono e riferirono che Nicola aveva detto la verità. Mantenendo la promessa, l’imperatore confermò la concessione.

La morte del Santo

Considerando la tradizione secondo la quale era già anziano al tempo del concilio di Nicea, con ogni probabilità il nostro Santo morì in un anno molto prossimo al 335 dopo Cristo. Come della sua nascita, anche della sua morte non si sa alcunché. Gli episodi e i particolari che si leggono in alcune Vite non riguardano il nostro Nicola, ma un santo monaco vissuto due secoli dopo nella stessa regione.

domenica 3 dicembre 2017

Dominica I Adventus

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.
Glória Patri. Sicut erat.
Ad te levávi ánimam meam...

A te ho innalzato l'anima mia, mio Dio, in te confido, non arrossirò: e non prevarranno su di me i miei nemici: e infatti tutti quelli che ti aspettano non saranno confusi.
Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi cammini.
Gloria al Padre. Come era.
A te ho innalzato l'anima mia...

(Antiphona ad introitum)

Con questa domenica la Chiesa entra in un nuovo anno liturgico, e contemporaneamente inizia il tempo dell'Avvento, un periodo di penitenza, di conversione, di vigilanza, in preparazione alla solenne commemorazione della prima venuta di Nostro Signore sulla terra, ricordandoci pure dell'attesa della imminente seconda venuta, quando egli verrà qual giudice a giudicare i vivi e i morti. L'Avvento è un tempo che va disegnandosi a Roma attorno al VI secolo ad opera di S. Gregorio Papa (così Benedetto XIV e molti altri), riprendendo delle tradizioni precedenti diffuse in tutto l'ecumene Cristiano, raccomandazioni al digiuno e all'osservazione di una "Quaresima" in preparazione del Santo Natale, andando a fissarsi attorno al IX secolo (come testimoniano gli scritti, tra gli altri, di Amalario e S. Nicolò I Papa) come un periodo di quattro settimane di mitigata penitenza. In questo periodo, la liturgia si veste di viola, si levano i fiori dall'altare, l'organo tace, come in Quaresima; non è per verità un periodo di digiuno e astinenza, ma nondimeno è richiesta ai fedeli una certa penitenza, essendo un tempo di meditazione ed ascesi, esercizio spirituale in preparazione del Natale.

La domenica Ad te levavi (detta anche Aspiciens a longe dall'inizio del primo responsorio del Mattutino) dimostra fin dalle prime parti dell'ufficio divino il carattere di attesa che sarà proprio di tutto l'Avvento: Regem venturum Dominum, venite adoremus! è l'antifona che viene ripetuta nel cuore della notte all'inizio dell'Ufficio, durante il quale inizia la lettura continuativa, che si protrarrà per tutti i quaranta giorni, del libro del Profeta Isaia (scritto probabilmente attorno al VIII secolo a.C.), il quale predisse con estrema precisione i caratteri del Messia. Tutte le antifone a tutte le ore dell'Ufficio mutano in ragione di questo tempo, riprendendo quei dolci versetti dell'Antico Testamento che descrivono l'Emmanuele veniente con potenza sulla terra.
La Stazione di oggi è a S. Maria Maggiore. È sotto gli auspici di Maria, nell'augusta Basilica che onora la Culla di Betlemme, e che perciò è chiamata negli antichi monumenti S. Maria ad Praesepe, che la Chiesa Romana ricomincia ogni anno il Ciclo sacro, volendo anche simbolicamente avvicinarsi alla Natività di Nostro Signore.

La Messa di questa prima domenica, tuttavia, a differenza dell'Ufficio che concentra tutti i suoi poetici testi sulla prima venuta, è tutta incentrata sulla seconda venuta, quella del Giudizio. E infatti è apertamente escatologica l'Epistola di S. Paolo ai Romani, che ci ricorda che è già l'ora di destarci dal sonno, imperocché la nostra salvezza (la trionfale venuta di Cristo) è più vicina rispetto a quando iniziammo a credere. Sì: assai poco manca alla venuta di Cristo, ed essa può sopravvenire da un giorno all'altro, quando meno l'uomo se l'aspetta. E San Paolo ci garantisce che essa è vicina, anche se il tempo degli uomini è certamente diverso dal tempo di Dio, e pertanto, chi ha voluto individuare una data precisa per il Giudizio, ha sempre fallato. Dunque, la notte del nostro peccato è finita attraverso l'opera redentrice di Nostro Signore sulla Croce, ed ora è sempre più vicino il giorno luminoso in cui ai giusti sarà data l'eterna beatitudine che han meritata, e ai dannati la punizione sempiterna che spetta loro. In vista di questo giorno, che potrebbe coglierci in ogni momento, quia nescimus diem neque horam qua Dominus venturus sit, S. Paolo ci esorta a gettar via da noi le opere delle tenebre, i peccati, le impurità, e a rivestirci di un'armatura di luce, di carità, di grazia. Ci esorta a camminare come alla luce del sole, non nelle empietà e nelle ubriachezze, non tra litigi e invidie, ma ci invita a rivestirci di Nostro Signore Gesù Cristo stesso, a prendere su di noi il suo dolce e soave giogo che potrà condurci alla salvezza per le nostre anime. Meravigliosamente descrive questa pericope l'atteggiamento che il Cristiano dovrà imparare durante l'Avvento, a guisa di modello per tutta la vita: è un atteggiamento di morigeratezza, di sobrietà, in cui evitare il più possibile il peccato, e anzi detestarlo, accostarsi al Sacramento della Confessione, schivare tutte le occasioni che potrebbero distrarre la nostra anima dalla ricerca dei beni celesti e dalla preparazione necessaria al giudizio implacabile che la riguarderà. Ed ecco, appunto, che tutta la liturgia delle prime due settimane di Avvento è un invito a considerare l'imminenza della seconda venuta, e ad esser pronti (estote parati! ci raccomanda Nostro Signore stesso) a ricevere questa visita terribile e gloriosa, il Dies irae. Al contempo, essa è anche un invito a discipliare il nostro animo, per poterlo disporre a godere il massimo beneficio spirituale dalle festività natalizie, rendendo il nostro cuore simile a un meraviglioso Presepe che attende che il Signore Gesù in persona venga a visitarlo la Notte di Natale.

Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis
Mostraci o Signore la tua misericordia: e donaci il tuo Salvatore.
(Graduale)

Sullo stesso tema è anche il Vangelo di questa domenica, la pericope di Luca XXI sul Giudizio Finale, la versione di Luca dello stesso lungo brano che si è letto la domenica precedente nella versione di Matteo. E dunque, poiché tutta la nostra vita tende a un'attesa del Regno e a una ricerca dei suoi tesori, la Chiesa ha voluto che lo stesso Vangelo venisse letto all'inizio e alla fine dell'Anno liturgico, ricordandoci quale sia lo scopo unico del Cristiano. E ascoltando le parole con cui Gesù descrive il giorno in cui saran scosse le potestà dei cieli, il Gueranger ci invita a pregare così in questo tempo di Avvento: "Dobbiamo dunque aspettarci di veder giungere d'improvviso la tua terribile Venuta, o Gesù! Presto tu verrai nella tua misericordia per coprire le nostre nudità, come veste di gloria e d'immortalità; ma tornerai un giorno, e con sì terrificante maestà che gli uomini saranno annientati dallo spavento. O Cristo, non perdermi in quel giorno d'incenerimento universale. Visitami prima nel tuo amore. Voglio prepararti la mia anima. Voglio che tu nasca in essa, affinché il giorno in cui le convulsioni della natura annunceranno il tuo avvicinarsi, possa levare il capo, come i tuoi fedeli discepoli che, portandoti già nel cuore, non temevano affatto la tua ira."


La Chiesa Bizantina, avendo mantenuto pressoché intatti i costumi liturgici e l'ortoprassi del IV secolo, non ha una collezione di uffici propri per il tempo di Avvento (si prosegue infatti fino a Natale la lettura del Vangelo secondo S. Luca iniziata qualche settimana prima, secondo il ciclo annuale), se non qualche riferimento al Natale nei testi degli uffici dei Santi; cionondimeno, osserva un lungo periodo di preparazione alla festa, dal 15 novembre (giorno seguente alla festa di S. Filippo secondo il Calendario greco, il che giustifica il nome popolare di "Quaresima di S. Filippo") al 24 dicembre, e dunque di 40 giorni come la Quaresima, chiamandolo appunto "Quaresima del Natale", che viene santificato anch'esso attraverso il digiuno e la penitenza. Si tratta però di un digiuno molto meno rigoroso che nella Quaresima della Pasqua (ancorché vietati carne, uova e latticini, per la maggior parte dei giorni è lecito di prendere olio, vino e pesce), giustificato dal fatto che la succitata è una venerabile istituzione apostolica, mentre la Quaresima del Natale è di istituzione monastica (la stessa motivazione fu addotta in Occidente per abbandonare, nel secolo, la pratica del digiuno dell'Avvento, al qual proposito mons. Lambertini ci ricorda come tuttavia i fedeli non siano minimamente per ciò dispensati anche dalla meditazione e da tutte quelle pratiche destinate a mettere in uno stato di preparazione alla grande festa della Nascita di Gesù Cristo).

venerdì 1 dicembre 2017

1-5 gennaio: Ritiro spirituale del Circolo Liturgico Pio VII

Un interessante appuntamento spirituale per i primi di gennaio organizzato dagli amici del Circolo Liturgico Pio VII (Fonte).


Ritiro Spirituale

"All'ascolto del Padre Nostro"

1 - 5 gennaio 2018

in Umbria.
PROGRAMMA:
In assoluto silenzio, ogni giorno 2 conferenze spirituali, recita delle Lodi, Angelus, canto dei Vespri e Compieta secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano.

Possibilità di rimanere anche fino al 6 gennaio,
con visita alla città di Perugia e Santa Messa al locale coetus fidelium.

Per informazioni:
circololiturgicopio7@libero.it

giovedì 30 novembre 2017

Il decadimento del culto delle reliquie in Occidente


Vorrei aprire questa breve riflessione con un articolo di diversi mesi fa, che traduco qui dal sito Pravoslavie.ru:

Una parte delle reliquie del grande S. Nicola, il taumaturgo, stanno per arrivare in Russia oggi, dalla Cattedrale Cattolica di S. Nicola a Bari, in Italia, ove sono custodite le reliquie del Santo fin dal 1087. Le reliquie saranno accolte a Mosca con gran cerimonia, al suono delle campane nelle oltre 600 chiese della città.
Questo è un evento unico, dappoiché, come si è detto prima, per gli ultimi 930 anni le reliquie sono state conservate in una Basilica Cattolica a Bari, e non hanno mai lasciato la città. Ogni anno, centinaia di pellegrini Russi e fedeli Ortodossi da tutto il mondo si recano a Bari per venerare le sacre reliquie del grande vescovo e santo taumaturgo. Grazie all'imminente visita delle sue reliquie, ancora più fedeli avranno l'opportunità di venerarle.
I responsabili hanno prelevato la nona costola del Santo Gerarca, situata proprio vicino al cuore, dal reliquiario sotto l'altare nella cappella della cripta della basilica italiana. La zona del cuore fisico è molto importante per la Tradizione Ortodossa, poiché è il luogo ove si trova anche il cuore spirituale, quello che è in grado di comunicare con Dio. [...] Dopo la sigla del documento [tra il metropolita Hilarion e l'arcivescovo di Bari, ndr], le reliquie saranno sistemate in una speciale arca, dal peso di circa 18 chilogrammi e ricoperta di foglia d'oro, fabbricata nei laboratori della Chiesa Russa. Il reliquiario avanzerà in una solenne processione attraverso la città di Bari fino all'aeroporto, per essere trasportata in volo sino all'aeroporto Vnukovo di Mosca, accompagnato dal Metropolita Hilarion. Le reliquie saranno accolte dal Patriarca Kirill e dal clero moscovita durante la Veglia in onore di S. Nicola alla Cattedrale di Cristo Salvatore. [...] La notizia della visita delle reliquie di S. Nicola in Russia ha provocato grande eccitazione tra i fedeli, e secondo le stime ufficiali si attendono più pellegrini di quanti siano giunti a Mosca per la visita di altre importanti reliquie. Nel 2011, oltre tre milioni di Russi hanno venerato la Cintura della Madre di Dio, portata dal Monastero Vatopedi del Monte Athos. L'attesa per venerare la sacra reliquia arrivò a durare ben 26 ore. Oltre un milione di persone da Russia, Ucraina e Bielorussia, poi hanno venerato i Doni dei Magi nel dicembre 2014, portati dal Monastero di S. Paolo del Monte Athos.

Ora, quest'anno un'altra grande reliquia è stata portata dall'Italia in un paese ortodosso, e precisamente la Grecia, quella di S. Elena conservata a Venezia; anche lì, nonostante le polemiche postume e non del tutto infondate sulla strumentalizzazione della cosa, è stato per me sorprendente vedere le quantità di onori tribuiti al corpo della Santa da parte del clero orientale, tanto qui in Italia che al loro arrivo in Grecia, e la folla sterminata di fedeli radunatisi per salutarlo. Non mi pare di ricordare che eventi del genere siano avvenuti in Italia o in altre parti dell'Europa Occidentale negli ultimi anni, o, almeno, non hanno avuto una tale copertura mediatica, né tantomeno un afflusso di pellegrini e fedeli pari a quelli di cui si è parlato sopra.
Ho in mente una scena di quando, tredicenne, visitai per la prima volta Parigi: arrivato nella Cattedrale di Notre Dame, mi misi alla ricerca della preziosissima reliquia della Corona di Spine di Nostro Signore, ivi giunta dopo la conquista latina di Costantinopoli del 1204. Non senza difficoltà e  con mia grande sorpresa, alfine scoprii che era custodita nel Tesoro, e che veniva esposta alla venerazione (in un altare laterale e nascosto) solo il primo venerdì del mese. Ma anche in quell'occasione, quasi nessuno si reca a venerare la Sacra Reliquia: i turisti continuano il loro tour passando davanti al sacro vestigio e ignorandolo totalmente; tra i fedeli locali pochi accorrono alla venerazione. Ora, c'è un bel libro scritto recentemente da un romanziere veneziano, incentrato sulla ricerca, per salvarle dall'imminente conquista turca, delle reliquie della Passione di Nostro Signore custodite nelle chiese costantinopolitane: ebbene, quel libro descrive benissimo il senso di rispetto profondo che incutevano quelle reliquie in quei secoli, per cui persino un giudeo aveva timore ad avvicinarsi ad esse! Oggi, quelle stesse reliquie vengono bellamente ignorate, almeno nel mondo occidentale!

Purtroppo, la storia delle reliquie ignorate mi fa pensare alla mia città di Venezia, in cui sono le spoglie mortali di innumerevoli santi: S. Atanasio, S. Barbara, S. Isodoro di Chio, S. Simeone Profeta, S. Donato, S. Fosca, S. Giovanni Elemosinario, S. Lorenzo Giustiniani, S. Rocco, S. Caterina da Siena, S. Giovanni Crisostomo, ovviamente S. Marco, S. Lucia, S. Nicola (circa metà del corpo, e completano esattamente quanto manca alle reliquie baresi), S. Elena, finanche S. Stefano protomartire, e moltissimi altri. Ebbene, quante tra queste sono oggetto di pellegrinaggio e venerazione? Quasi nessuna. La quasi totalità di chi ci passa davanti (e non dico tra i turisti o i visitatori, ma tra i residenti) nemmeno sa della loro esistenza!

O meglio, qualcuno che sa della loro esistenza, e che anzi si reca a venerarle da assai lungi, vi è: gli Ortodossi, specialmente i Russi. La parrocchia del Patriarcato di Mosca a Venezia è la realtà che più spesso si reca nei luoghi ove sono custodite queste sacre reliquie, celebrandovi sopra molebny, akathisti, Divine Liturgie... Più modestamente (più che altro perché non è una novità che tutti sono benaccetti nelle chiese cattoliche, tranne i tradizionalisti) vi è la FSSP veneziana, che ha celebrato occasionalmente su alcune delle reliquie custodite in città, come quelle di S. Lucia, e che non manca di offrire al bacio dei fedeli, nelle grandi feste, quelle poche che la Chiesa di S. Simeon Piccolo custodisce (reliquiari dei SS. Simeone e Giuda e S. Dorotea, e pochi frammenti di S. Marco, S. Lorenzo Giustiniani, S. Rocco e S. Pio X...). Mi ha sorpreso molto di vedere un gruppetto di pellegrini ucraini, giunti in tarda serata nella chiesa dove servo quotidianamente la Messa antica, che hanno letteralmente supplicato di poter venerare le poche reliquie dei Santi Titolari, non cessando poi più di ringraziare di aver potuto ricevere una benedizione con esse.

Personalmente, ritengo che la perdita del culto delle reliquie sia uno dei segni più visibili della protestantizzazione del cattolicesimo moderno postconciliare. Non dimentichiamoci che Lutero definiva il culto delle reliquie come "infondato, rischioso e non consigliato" (cfr. articoli di Smalcalda), Calvino addirittura come "idolatria", e che innumerevoli reliquie conservate nel Nord Europa andarono distrutte nel XVI secolo ad opera della furia protestante... Pertanto è di fondamentale importanza che i cattolici tradizionalisti dimostrino come il culto delle reliquie sia qualcosa che per secoli ha caratterizzato la fede e la devozione della Chiesa, e che il loro valore spirituale è incalcolabile. Mi sono preso l'impegno di recarmi, nelle feste dei Santi le cui reliquie sono conservate a Venezia, a venerare le loro spoglie e a recitare dinnanzi ad esse i Vespri o altri uffici in loro onore. Il coronamento dovrebbe essere riuscire a far celebrare la S. Messa antica (ho iniziato quest'anno a S. Nicola, che vorrei diventasse un appuntamento annuale; nei prossimi tempi cercherò di estendere l'iniziativa ad altre reliquie) su quante più possibile, perché i gloriosi Santi possano tornare a essere venerati così come lo sono stati per secoli, fino a 50 anni fa. E' un compito che però non posso certo assolvere da solo, ma richiede la partecipazione e l'impegno di tutti i cattolici che sono fedeli alla devozione di sempre.

Ad majorem Dei gloriam!