lunedì 16 ottobre 2017

Incontri del Seminario Tomistico Permanente

Pubblichiamo di seguito la locandina con gli incontri in programma per i prossimi mesi autunnali del Seminario Permanente di studio dei testi di S. Tommaso d'Aquino, organizzato dalla Società Internazionale Tommaso d'Aquino (SITA), sez. Friuli Venezia Giulia.

Gli incontri si terranno sempre di mercoledì alle ore 19, presso la Casa Canonica del Duomo di Udine (via Artico di Prampero n.6). Questo ciclo di lezioni verterà sui testi della Summa contra gentiles dell'Angelico Dottore.

18 ottobre - Legge morale e consigli di perfezione (S.c.G. I. III, cc. 128 – 138)
22 novembre Meriti e demeriti morali (S.c.G. I. III, cc. 129-146)
6 dicembre La grazia e il fine ultimo (S.c.G. I. III, cc. 147-165)

Per qualsiasi informazione consultare il sito www.sitafvg.it

mercoledì 11 ottobre 2017

Il Concilio di Efeso e la Divina Maternità di Maria

Nel 1931, quindici secoli esatti dopo la chiusura del Concilio di Efeso, terzo dei Concilii Ecumenici, Papa Pio XI volle istituire solennemente per l'11 ottobre, la data per l'appunto della definizione finale delle verità di fede stabilite in quel consesso, o per meglio dire la data della conferma delle decisioni già prese il 22 giugno dello stesso anno, la festa della Divina Maternità della Beata Vergine Maria.


Il Concilio d'Efeso fu convocato per il 7 giugno 431 dall'Imperatore Teodosio II, con l'accordo di Papa Celestino I, su richiesta del Patriarca di Alessandria S. Cirillo, il quale aveva avuto molto a che scontrarsi con le tesi eretiche propugnate da Nestorio. Infatti, nel pieno dei dibattiti cristologici sulle due nature di Nostro Signore, si trovò ad avere particolare successo la tesi del nestorianesimo, la quale, pur sostenendo la coesistenza di due nature in Gesù Cristo, a differenza dunque del monofisismo, negava l'unione ipostatica tra di esse, ritenendole completamente separate: l'uomo-Cristo era solo Θεόφορος, portatore di Dio, perché portava in sé l'essenza del Λόγος divino, non condividendosi però con lui totalmente. La più grande conseguenza di questa tesi era avvertibile in campo mariologico, e dunque anche nel culto mariano: essendo la natura umana di Cristo disgiunta da quella divina, solo la prima era stata generata dalla Vergine Maria, la quale era dunque Χριστοτόκος, genitrice di Cristo, e nulla più. L'eresia nestoriana rischiava tuttavia di catalizzare gran parte del mondo cristiano, dopo che, nel 428, l'eresiarca era stato nominato Patriarca di Costantinopoli, e ciò spinse il campione d'ortodossia S. Cirillo a perorare la causa del Concilio anzi all'Imperatore.

S. Cirillo d'Alessandria
Ciò che permise la risoluzione in tempi rapidi del Concilio di Efeso fu un imprevisto, che fece ritardare diversi dei partecipanti: gli stessi legati del Papa di Roma arrivarono dopo la data prevista, e il Patriarca Cirillo fremeva per l'apertura delle sessioni. Il concilio fu definitivamente aperto il 21 giugno, due settimane esatte dopo, quando a mancare ormai erano solo Giovanni Antiocheno e gli altri vescovi siriani, ossia la quasi totalità dei nestoriani che avevano diritto a prender parte al Concilio. Vista la situazione favorevole, S. Cirillo, in qualità di presidente, decise di aprire le sessioni. La prima si tenne il giorno successivo: il Patriarca Alessandrino e il Papa Romano presentarono una loro professione di fede, e chiesero ai Padri di confrontarla con quella nestoriana: essi conclusero che la prima era decisamente più aderente al Credo niceno rispetto alla seconda, che fu rigettata. Nei giorni immediatamente successivi, i Padri accolsero come verità di fede la tesi sostenuta da S. Cirillo in una sua lettera privata a Nestorio, nella quale per la prima volta compariva il termine di Θεοτόκος, genitrice di Dio, dacché la Beata Vergine avea partorito "Dio come uomo". Successivamente, 197 Padri firmarono il decreto di condanna delle tesi di Nestorio come gravemente eretiche.

Nestorio
Il 26 giugno, quando giunsero Nestorio e Giovanni, trovarono la situazione precipitata, e si affrettarono dunque a convocare un conciliabolo che condannasse come eretici Cirillo e Memnone di Efeso, suo grande sostenitore. Le tensioni tra i nestoriani e i cattolici, che si ripercuotevano non solo nella conduzione di due sinodi separati (intanto, il 31 luglio anche le ultime due dichiarazioni di fede erano state firmate dai Padri Efesini), ma anche sulla popolazione locale, pure essa divisa tra ortodossi ed eretici, andarono avanti senza eventi sostanzialmente determinanti, sinché l'11 ottobre l'Imperatore Teodosio stesso sancì la fine dei lavori del Concilio, venendo conseguentemente approvati e pubblicati gli otto canoni e i dodici anatematismi elaborati durante i cinque mesi di lavoro.

Dopo il Concilio di Efeso, il nestorianesimo fu proclamato fuorilegge da Teodosio II all'interno dell'Impero: gli eretici fuggirono in maggior parte nel vicino Impero Sasanide, dove fu ufficialmente adottato il culto nestoriano (sinodo di Seleucia, 486), che perdurò nei secoli, conoscendo una massiccia evangelizzazione sino alla Cina, e sopravvisse anche all'ondate islamiche, resistendo tuttora in alcune Chiese Orientali, come quella Caldea, separate, indipendenti ed eterodosse, ancorché una parte di esse nel XV secolo ammendò i propri errori e si riconciliò alla Chiesa Cattolica.

Icona della SS. Theotokos,
come si evince dal nomen sacrum
ΜΡ ΘΥ, stante per Μήτηρ Θεοῦ,
ossia "la Madre di Dio".
Il titolo di Θεοτόκος è probabilmente uno dei più cari alla spiritualità bizantina e orientale, essendo quello con cui più spesso è invocata la Beata Vergine; non bisogna tuttavia dimenticare che nella preghiera mariana occidentale per eccellenza, l'Ave Maria, si contiene comunque l'equivalente espressione Mater Dei. La festa della Divina Maternità, che come accennavamo all'inizio si celebra l'11 ottobre nel Rito Romano, è festeggiata anche dalle altre Chiese Orientali e Occidentali, ancorché in date diverse: nel rito bizantino e in quello ambrosiano, exempli gratia, si celebra attorno al Natale di Nostro Signore, subito dopo nell'uso greco e subito prima in quello milanese.

ATTI DEL SACROSANTO CONCILIO DI EFESO (excerpta)

Sentenza di condanna di Nestorio:

Il santo sinodo disse: oltre al resto, poiché l'illustrissimo Nestorio non ha voluto né ascoltare il nostro invito né accogliere i santissimi e piissimi vescovi da noi mandati abbiamo dovuto necessariamente procedere all'esame delle sue empie espressioni. Avendo costatato dall'esame delle sue lettere, dagli scritti che sono stati letti, dalle sue recenti affermazioni fatte in questa metropoli e confermate da testimoni, che egli pensa e predica empiamente, spinti dai canoni dalla lettera del nostro santissimo padre e collega nel ministero Celestino, vescovo della chiesa di Roma, siamo dovuti giungere, spesso con le lacrime agli occhi, a questa dolorosa condanna contro di lui. Gesù Cristo stesso, nostro signore, da lui bestemmiato ha definito per bocca di questo santissimo concilio che lo stesso Nestorio è escluso dalla dignità vescovile e da qualsiasi collegio sacerdotale.

6 Canoni:

I. Scomunica per apostasia ai metropoliti che parteggiano per le tesi del pelagiano Celestio
II. Scomunica per apostasia ai vescovi che ritrattassero la condanna sottoscritta a Nestorio
III. Svincolamento dei chierici ortodossi dall'obbedienza ai vescovi nestoriani
IV. Deposizione e scomunica per apostasia dei chierici nestoriani
V. Conferma della deposizione per i chierici deposti dai vescovi ortodossi e reintegrati da Nestorio
VI. Scomunica per chiunque disattendesse a quanto stabilito dal Santo Concilio Efesino

2 Dichiarazioni conclusive:

I. Conferma della fede stabilita dal Concilio Niceno e anatema su chiunque si allontani da essa, con condanna della setta dei Messaliani.
II. Conferma dei diritti delle suddivisioni ecclesiastiche (Patriarcati e Provincie).

12 Anatematismi:

I. Se qualcuno non confessa che l'Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne, sia anatema.
II. Se qualcuno non confessa che il Verbo del Padre assunto in unità di sostanza l'umana carne, che egli è un solo Cristo con la propria carne, cioè lo stesso che è Dio e uomo insieme, sia anatema.
III. Se qualcuno divide nell'unico Cristo, dopo l'unione le due sostanze congiungendole con un semplice rapporto di dignità, cioè d'autorità, o di potenza, e non, piuttosto con un'unione naturale, sia anatema.
IV. Se qualcuno attribuisce a due persone o a due sostanze le espressioni dei Vangeli e degli scritti degli apostoli, o dette dai santi sul Cristo, o da lui di se stesso, ed alcune le attribuisce a lui come uomo, considerato distinto dal Verbo di Dio, altre, invece, come convenienti a Dio, al solo Verbo di Dio Padre, sia anatema.
V. Se qualcuno osa dire che il Cristo è un uomo portatore di Dio, e non piuttosto Dio secondo verità, come Figlio unico per natura, inquantoché il verbo si fece carne e partecipò a nostra somiglianza della carne e del sangue, sia anatema.
VI. Se qualcuno dirà che il Verbo, nato da Dio Padre è Dio e Signore del Cristo, e non confessa, piuttosto, che esso è Dio e uomo insieme, inquantoché il Verbo si è fatto carne (43) secondo le Scritture, sia anatema.
VII. Se qualcuno afferma che Gesù, come uomo, è stato mosso nel Suo agire dal Verbo di Dio, e che gli è stata attribuita la dignità di unigenito, come ad uno diverso da lui, sia anatema.
VIII. Se qualcuno osa dire che l'uomo assunto dev'essere con-adorato col Verbo di Dio, con-glorificato e con-chiamato Dio come si fa di uno con un altro (infatti la particella con che accompagna sempre queste espressioni, fa pensare ciò), e non onora, piuttosto, con un'unica adorazione l'Emmanuele, e non gli attribuisce una unica lode, in quanto il Verbo si è fatto carne, sia anatema.
IX. Se qualcuno dice che l'unico Signore Gesù Cristo è stato glorificato dallo Spirito, nel senso che egli si sarebbe servito della sua potenza come di una forza estranea, e che avrebbe ricevuto da lui di potere agire contro gli spiriti immondi, e di potere compiere le sue divine meraviglie in mezzo agli uomini, sia anatema.
X. La divina Scrittura dice che il Cristo è divenuto pontefice e apostolo della nostra confessione, e che si è offerto per noi in odore di soavità a Dio Padre. Perciò se qualcuno dice che è divenuto pontefice e apostolo nostro non lo stesso Verbo di Dio, quando si fece carne e uomo come noi, ma, quasi altro da lui, l'uomo nato dalla donna preso a sé; o anche se qualcuno dice che ha offerto il sacrificio anche per sé, e non, invece, solamente per noi (e, infatti, non poteva aver bisogno di sacrificio chi noia conobbe peccato), sia anatema.
XI. Se qualcuno non confessa che la carne del Signore è vivificante e (che essa è la carne) propria dello stesso Verbo del Padre, (e sostiene, invece, che sia) di un altro, diverso da lui, e unito a lui solo per la sua dignità; o anche di uno che abbia ricevuto solo la divina abitazione; se, dunque, non confessa che sia vivificante, come abbiamo detto inquantoché divenne propria del Verbo, che può vivificare ogni cosa, sia anatema.
XII. Se qualcuno non confessa che il Verbo di Dio ha sofferto nella carne, è stato crocifisso nella carne, ha assaporato la morte nella carne, ed è divenuto il primogenito dei morti (47), inquantoché, essendo Dio, è vita e dà la vita, sia anatema.

domenica 8 ottobre 2017

13 ottobre: digiuno e S. Rosario per la salvezza dell'Italia e dell'Europa

Riportiamo l'indizione di questa bellissima iniziativa spirituale che, nel giorno centenario dell'ultime apparizioni di Fatima, si terrà in tutta Italia, per chiedere l'intercessione della Santissima Genitrice di Dio per la salvezza dell'Italia e dell'Europa dal rinnegamento della fede Cristiana. Una manifestazione di fede, ma anche un impegno politico e sociale.


L'AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio dei fratelli polacchi (radunatisi a migliaia a recitare il S. Rosario al confine, il 7 ottobre, per la salvezza del proprio Paese, ndr), il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario"
Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e/o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".
La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30, il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno...
Chi non può digiunare ricordi che può fare rinunce.
Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale)
MA PERCHE' PROPRIO IL ROSARIO ED IL DIGIUNO?
La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali.
Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì 13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere 

Gli appuntamenti per lo svolgimento comune di quest'importante preghiera stanno già moltiplicandosi.

  • I gruppi di preghiera del Veneziano si ritroveranno nella Chiesa del Convento dei Cappuccini, in via Cappuccina a Mestre, per il S. Rosario alle 17.30
  • Alcuni fedeli del Friuli si ritroveranno sul Santuario Mariano del Monte Lussari (punto di congiunzione tra latini, tedeschi e slavi).
  • Eventuali altre segnalazioni nel Triveneto sono benvenute. Aggiorneremo questa pagina nei prossimi giorni.
Raccomandiamo anche a chi, legittimamente impedito, non potrà pregare insieme ai fratelli, di unirsi almeno spiritualmente all'iniziativa, recitando privatamente alle 17.30 il S. Rosario, in una chiesa o anche da casa propria o dall'ufficio.

Deus vult!
Regina Sacratissimi Rosarii, ora pro nobis!

venerdì 6 ottobre 2017

Madonna del Rosario: La Battaglia di Lepanto

Come tutti ben sappiamo, la festa della Madonna del Rosario fu fissata al 7 ottobre in seguito alla felice vittoria della Lega Santa sulle forze turche durante la Battaglia di Lepanto, nel 1571. Questa battaglia è un fatto cruciale per tutta la Cristianità, e massime per la nostra Venezia cui più d'ogni altra si deve il trionfo, una nuova Crociata, un risveglio del valore della difesa armata della fede che, anche se non sarà seguita da ulteriori azioni in tal senso, resta un evento chiave della storia europea del XVI secolo e di tutta l'età moderna.
Riportiamo un bell'articolo di Marco Tangheroni, apparso sul n.80 della rivista "Cristianità" nel 1981, raro (soprattutto nella storiografia contemporanea, che tende a minimizzare Lepanto sino a farla quasi scomparire da alcuni manuali di Storia...) pezzo di storiografia cattolica su questo grande evento del nostro passato.


All’alba del 7 ottobre 1571, esattamente quattrocentodieci anni fa, aveva inizio, nelle acque di Lepanto, porto della costa ionica, situato di fronte al Peloponneso e non distante da Corfù, una delle più grandi battaglie navali della storia, frutto glorioso degli sforzi della Cristianità controriformistica. Non pare affatto fuori luogo ricordarne l’anniversario,  e ricordarlo nel modo più serio, cioè riassumendone la storia e inquadrando l’evento nella situazione del Mediterraneo negli anni immediatamente precedenti e seguenti, così da comprenderlo meglio e da poterlo valutare nella sua portata e nel suo significato.

La Cristianità e il Mediterraneo intorno alla metà del Cinquecento
Intorno alla metà del secolo XVI la situazione della Cristianità era delle più difficili. Il secolo si era aperto, è vero, all’insegna delle promettenti conquiste di nuove terre in Africa, in Asia, in America (1). Ma, già nel secondo decennio, l’incendio acceso dall’ex monaco Martin Lutero era divampato in tutta Europa, approfittando del fertile terreno costituito e preparato da molte tendenze affermatesi nel secolo precedente: dalla diffusione di un movimento culturale umanistico sostanzialmente acristiano, quando non anticristiano (2); alla decadenza della scolastica, con prevalenza in campo filosofico di un neoplatonismo paganeggiante e magico-esoterico o di un aristotelismo averroista; dalla decadenza delle élite aristocratiche e guerriere alla diffusione, nei vari ceti sociali, di una ricerca del lusso e dei piaceri, dal ricorrere di gravi crisi nella Chiesa, come l’esilio del papato ad Avignone e il successivo lungo scisma, alle difficoltà dei Papi rinascimentali di portare a termine una riforma della Chiesa, a parte qualche intervento pur significativo (3).
Mentre Carlo V tentava, attraverso una serie continua di guerre, di salvare l’unità dell’Impero, la Chiesa avviava, col grande Concilio di Trento, insieme uno sforzo di, rinnovamento e di riaffermazione solenne delle verità dogmatiche minacciate dall’errore protestante. Come spesso è accaduto nella sua bimillenaria storia, essa trovava al suo interno una straordinaria capacità di reazione, documentata dal fiorire di santi e di nuovi ordini religiosi, dei quali il più importante fu certamente la Compagnia di Gesù, fondata da sant’Ignazio di Loyola, destinata a rappresentare l’arma di punta della riconquista cattolica di una parte dell’Europa.
Questa d’altra parte era tormentata dalle contrapposizioni politiche fra Stati cristiani. Così, la Francia — del resto tormentata da decennali e sanguinose guerre di religione — non esitava, talora ad appoggiarsi, nella sua politica antiasburgica, a principati protestanti, e giungeva a vedere con qualche sollievo la forza minacciosa dei turchi nel Mediterraneo.
In questo mare, poi, al pericolo turco si aggiungevano i divergenti interessi, anche comprensibili, degli altri Stati cristiani. Così, mentre Venezia era preoccupata soprattutto delle minacce e degli attacchi che i sultani e le loro forze portavano alle posizioni che essa conservava nello Ionio e nell’Egeo, la Spagna si preoccupava in particolare della presenza musulmana nel bacino occidentale del Mediterraneo, cercando di combatterla nelle sue basi nordafricane (4). Quando la generale situazione europea consentì a Carlo V di tentare di assumere una contro-iniziativa nel Mediterraneo, essa si articolò in due grandi spedizioni contro Tunisi e contro Algeri, delle quali solo una poté considerarsi riuscita (5).
È questo un primo elemento da tenere presente: la vittoria di Lepanto e, prima ancora, la costituzione di una flotta congiunta, non fu il risultato di interessi politici convergenti. Essi, semmai, divergevano, come si vide negli anni precedenti e seguenti la battaglia stessa. Essa fu piuttosto il frutto di scelte coraggiose e responsabili di alcuni principi e uomini politici e militari cristiani, nonché della persistenza, ancora notevole, anche a livello, popolare, dello spirito di crociata (6).
Comunque, dalla fine del Trecento, l’espansione turca si era fatta sempre più minacciosa e, pur avendo conosciuto qualche battuta di arresto — sia per vittorie cristiane che per alcune crisi interne —, nel complesso essa appariva quasi inarrestabile, mentre, negli intervalli tra le vere e proprie guerre, un continuo stillicidio di incursioni, attacchi corsari, saccheggi, catture di schiavi, massacri, manteneva, sui mari e lungo le coste, il terrore nei confronti degli aggressivi infedeli. Ed è questo un secondo elemento da tenere presente per valutare Lepanto: il senso di liberazione provato non solo e non tanto per la scomparsa di un pericolo — che fu, come vedremo, temporaneo —, ma anche per la prova raggiunta che fermare i turchi, volendo, era possibile.

L’assedio di Malta nel 1565
Nella impossibilità di rievocare in questa occasione il lungo elenco di vittorie e sconfitte, di piccoli e grandi episodi, di tentativi di sforzi comuni e di prevalenze di interessi particolari, mi pare utile prendere il 1565 come anno di avvio del racconto degli eventi che culminarono nella giornata di Lepanto. Ciò soprattutto per l’importanza che ebbe il fallimento del tentativo turco di conquistare Malta, tentativo che ebbe luogo proprio in quell’anno. Si può ben dire che esso segnò la fine di un periodo di netta prevalenza turca e l’avvio di un’azione cristiana di controffensiva, ancorché marcata da quei ritmi lenti e da quelle diffidenze reciproche di cui ho sopra fatto cenno (7).
L’importanza di Malta non era legata soltanto alla perdita eventuale di una posizione geograficamente e strategicamente del massimo rilievo, ma anche al fatto che l’isola era la base di quell’ordine militare dei cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme il quale, adattandosi alle nuove circostanze, non aveva perso il suo antico spirito e il senso della sua tradizione, legati alle Crociate e alla Terrasanta. Le sue non numerose galee agivano con decisione sul mare, impegnate regolarmente in una spesso vittoriosa, sempre fastidiosa contro-guerriglia navale, mentre le sue basi costituivano un punto d’appoggio vitale per tutte le navi cristiane (8).
L’attacco a Malta, con tutte le forze turche disponibili, fu deciso in persona dal vecchio Solimano, detto il Magnifico, per vendicare i danni patiti per opera dei Cavalieri di Malta e per dare prova che, dopo vari anni di regno, era ancora capace di sferrare offensive in grande stile contro il mondo cristiano; ciò benché, tra i suoi consiglieri, ve ne fossero alcuni contrari, timorosi delle grandi capacità militari dei Cavalieri — dimostrate anche durante il lungo assedio turco di Rodi — e favorevoli, semmai, ad attaccare le posizioni spagnole di Tunisi e di La Goletta, magari con una manovra diversiva contro Otranto. Comunque, il sovrano turco non era un avventato e si preoccupò di garantirsi la neutralità della Francia e di Venezia (9).
La flotta turca si mosse con grande velocità e rapidità, mentre in Occidente ci si interrogava sui possibili obiettivi che essa avrebbe potuto perseguire; a Malta, allorché il 18 maggio 1565 la immensa flotta turca si presentò davanti all’isola, non erano stati fatti quei preparativi militari — perfezionamento delle opere difensive già esistenti, ammasso di viveri e munizioni — che sarebbero stati dettati dalla consapevolezza di dovere affrontare un così terribile assedio.
In altra occasione, semmai, racconterò in dettaglio le vicende della resistenza dei Cavalieri e dei molti episodi degni di essere conosciuti (10). Qui basterà dire che essa fu eroica, talora ai limiti dell’incredibile. Uno storico, certo non accusabile di facili entusiasmi o di intenti apologetici, Fernand Braudel, dopo aver esposto come la situazione si presentasse favorevole ai turchi, non esita a scrivere: «Ma il gran maestro, Jean Parisot de la Vallette, e i suoi cavalieri si difesero meravigliosamente. Il loro coraggio salvò tutto» (11).
In effetti, quasi tutta l’isola fu occupata, tranne alcune fortificazioni che resistettero a oltranza, nonostante i violenti bombardamenti e i ripetuti assalti. I difensori del piccolo forte di Sant’Elmo morirono tutti, ma ai turchi fu necessario più di un mese per conquistarlo. Il potente forte di San Michele resistette ancora più a lungo, anche grazie alle coraggiose sortite del gran maestro e di un pugno di cavalieri che gettavano il panico nelle fila del grande esercito turco e alleggerivano la pressione degli assedianti.
Malta ebbe così il necessario respiro. Poterono arrivare i primi rinforzi inviati dal viceré di Napoli, don Garcia de Toledo. I turchi decisero di rinunciare all’impresa, abbandonando l’isola il 12 settembre.
È stato scritto che «la vittoria delle armi cristiane — vittoria piena e decisiva — aveva richiesto dolorosi sacrifici: duecentodieci i cavalieri caduti, sessantanove i serventi d’arme morti e, diciassette i dispersi, cinque capellani caduti, cui devono essere aggiunti i soldati morti in combattimento dei quali settemila maltesi e duemilacinquecento di altre nazioni» (12). Ma Solimano il Magnifico, il conquistatore di Rodi e di Belgrado, di Buda e di Tabriz, era stato sconfitto e il mito della invincibilità delle sue armate era stato scosso.

La Lega Santa
Tuttavia, gli avvenimenti del 1565, pur favorevoli, nelle loro conclusioni, alle armi cristiane, avevano confermato i pericoli che derivavano dalla disunione politica e militare della Cristianità. La vittoriosa resistenza di Malta fu un motivo di incoraggiamento per la riscossa cristiana, ma anche un campanello di allarme. Ma altri fattori resero possibile la grande giornata di Lepanto, fra i quali, a parere di quasi tutti gli storici, anche non cattolici, decisiva fu l’azione di san Pio V, salito al pontificato all’inizio del 1566.
Il nuovo Papa era nato presso Alessandria nel 1504. Entrato giovane nell’ordine domenicano, si era distinto per l’austerità della vita e l’impegno nella difesa del cattolicesimo. Lo notò il cardinale Carafa, il quale, nel 1551, lo fece nominare commissario generale dell’Inquisizione; divenuto questi Papa con il nome di Paolo IV (1555-1559), nominò lo stimato padre Michele prima cardinale e, poi, grande inquisitore. Fu, invece, messo da parte dal successivo Papa, Pio IV, il quale, se pure ebbe il merito di chiudere il Concilio di Trento e di avviarne l’applicazione, seguiva una linea più moderata del suo predecessore. L’elezione del cardinale Ghislieri all’inizio del 1566 costituì, perciò, una sorpresa. Essa, dovuta in buona parte alla influenza in conclave di san Carlo Borromeo, segnò la definitiva affermazione, in seno alla Chiesa cattolica, di quelle forze che perseguivano lucidamente ed energicamente una strategia di contro-riforma basata sul rinnovamento della Chiesa stessa: sulla integrale applicazione delle decisioni di Trento; su un’azione, improntata a severità e decisione, di difesa della Cristianità sia sul piano esterno che sul piano interno, a tutti i livelli, da quello politico a quello culturale (13).
Fedele allo spirito di crociata e perfettamente consapevole della minaccia turca — rinnovata, dopo la morte di Solimano, dal nuovo giovane sultano, Selim, salito al trono nel 1566 —, san Pio V si adoperò in ogni modo per appianare i contrasti tra le potenze cristiane mediterranee e per spingerle a uno sforzo comune. Di lui Fernand Braudel ha giustamente scritto: «Certo, non un papa del Rinascimento: un’età ormai finita» (14). Meno giustamente, mi sembra, aggiunge che egli fu «intransigente e visionario» (15); intransigente certamente, ma visionario è termine equivoco, nella misura in cui sembra alludere non soltanto alla sua santità e alla sua tensione spirituale, ma anche a una astrattezza che la sua azione non ebbe. È spesso, purtroppo, con accuse simili che vengono liquidati i progetti la cui magnanimità spaventa; e si fanno valere le ragioni di una pseudo-prudenza politica, le quali sono, sovente, ben più irreali e astratte, anche se molto più comode.
Intanto, mentre le guerre di religione infuriavano in Francia e nei Paesi Bassi, l’espansione turca riprendeva minacciosa, non solo sul mare, ma anche alle frontiere ungheresi dell’impero. Inoltre, non senza sospetti di manovre turche, una rivolta dei musulmani di Granada, scoppiata nel 1569 si estendeva a gran parte dell’Andalusia, protraendosi a lungo.
Mentre le forze spagnole erano impegnate in questa difficile guerra, alla fine vinta sotto la guida di don Giovanni d’Austria — venticinquenne fratellastro del re di Spagna Filippo II —, Tunisi cadeva in mano musulmana e i turchi si apprestavano ad attaccare Cipro, approfittando delle difficoltà di Venezia, della quale, tra l’altro, era bruciato quasi completamente il famoso Arsenale, per un incendio di cui non si può escludere l’origine dolosa (16). Nel luglio, in effetti, i turchi sbarcavano a Cipro e nel settembre conquistavano la capitale, Nicosia. La resistenza cristiana continuò nella più fortificata Famagosta, sotto la guida dell’eroico Marco Antonio Bragadin, poi destinato a orrendo supplizio quando, nell’anno successivo, la città dovrà cadere, nonostante le promesse e i patti.
San Pio V colse l’occasione dell’attacco a Cipro per superare la politica, ormai insufficiente, dei piccoli e occasionali aiuti. Fin dall’inizio perseguì la costituzione di una vera e propria lega. Le trattative furono lente; bisognava superare interessi divergenti. Alla fine la Sacra Lega fu firmata il 20 maggio 1571, nonostante gli sforzi della Francia, che cercava di dissuadere Venezia; nonostante la riluttanza di Filippo II a impegnarsi nel Mediterraneo orientale; nonostante lo scetticismo dei veneziani, rafforzato da una deludente campagna fiaccamente condotta nell’autunno del 1570; nonostante i contrasti tra il granduca di Toscana Cosimo I e il sovrano spagnolo. Ed essa ebbe anche rapida attuazione, nonostante le obbiettive difficoltà di radunare e concentrare una forza ingente, come previsto dall’accordo e come necessario per la situazione, costruendo e armando navi, arruolando marinai e soldati, provvedendo ai rifornimenti resi tanto più difficili, in quanto il raccolto del 1570 era stato cattivo nei paesi spagnoli.

La battaglia di Lepanto
La flotta cristiana riuscì a concentrarsi a Messina alla fine di agosto del 1571. Presto, se si considerano le difficoltà che dovettero superarsi; troppo tardi, secondo i più prudenti tra i condottieri cristiani: Requesens, inviato personale di Filippo II, e Gian Andrea Doria consigliavano di limitarsi a un atteggiamento difensivo; nello stesso senso scriveva da Pisa don Garcia de Toledo. «Ma don Giovanni prestò ascolto soltanto ai capi veneziani e a quei capitani spagnuoli della sua cerchia che insistevano per l’azione; e, presa la decisione, si dedicò al compito con l’ardore esclusivo del suo temperamento» (17). In effetti, fu la sua energia, sostenuta dal fascino della sua personalità e dalla naturale attitudine al comando, a soffocare sul nascere riaffioranti contrasti tra capitani e tra equipaggi. Fu la sua volontà a perseguire lo scontro, andando a cercare l’armata nemica. Furono, poi, il suo coraggio e il suo valore militare a giocare un ruolo molto importante nella battaglia stessa.
Così, la flotta cristiana andò a cercare quella turca, la quale, dopo essersi spinta fino a metà Adriatico, era rientrata a Lepanto, per imbarcare nuovi equipaggi e nuovi viveri. La flotta cristiana era composta da duecentootto galee, quella turca da duecentotrenta. Centodieci galee avevano comandanti veneziani, anche se, per la scarsezza di uomini, gli equipaggi erano stati rinforzati con truppe provenienti dagli Stati spagnoli, in specie per il settore degli archibugieri. Trentasei provenivano da Napoli e dalla Sicilia; ventidue da Genova, al comando del Doria; ventitrè dagli Stati pontifici e da altri Stati italiani (18); quattordici dalla Spagna in senso stretto e tre da Malta (19).
La superiorità numerica, gli ordini avuti dal sultano e il suo temperamento personale indussero il comandante in capo della flotta turca, Alì, a non sottrarsi al combattimento, pur se nell’ambito dei comandanti turchi non poche voci si erano espresse in senso contrario.
Mentre le flotte si avvicinavano fu inalberato sulla galea del comandante in capo dell’armata cristiana (20) lo stendardo della Lega, offerto da san Pio V, che recava in campo cremisi il Crocifisso con, ai piedi, le armi del Pontefice, di Venezia e della Spagna. Don Giovanni e il comandante pontificio, Marcantonio Colonna, imbarcatisi su due piccoli e veloci legni, percorsero tutto lo schieramento, ricordando la natura divina della causa per cui combattevano e che il Crocifisso era il loro vero comandante. A bordo, i cappellani confessavano e i capitani incitavano; gli equipaggi lanciavano grida di guerra (21).
Un contemporaneo ricorda che nelle galee cristiane «tuttavia si toccavano assiduamente gli tamburi e ogni altra sorte di istrumenti», aggiungendo che esse «vogavano in bellissima ordinanza», cioè stando molto vicine, in modo da impedire la penetrazione di gruppi di navi nemiche (22). Il mare si calmò improvvisamente, e ciò parve miracoloso agli esperti di mare. La battaglia si accese, dopo che dalle imbarcazioni ammiraglie erano partiti i primi colpi di artiglieria.
Mentre Gian Andrea Doria, a capo dell’ala destra dello schieramento cristiano, era costretto ad allargarsi per evitare la manovra di aggiramento tentata dal corno sinistro dello schieramento turco, comandato da Euldj-Ali (23), la battaglia si decise nel centro. Le artiglierie giocarono un ruolo tutto sommato secondario, anche se la superiorità di fuoco delle sei galeazze veneziane, pesantemente armate, rimorchiate in prima fila, ebbe un peso rilevante nel gettare un sanguinoso disordine nel cuore dello schieramento nemico. Decisiva fu la superiorità delle fanterie cristiane nella serie dei combattimenti ravvicinati tra singoli gruppi di galee, guidate da capi che «non mancavano di mostrare animo gagliardo e grande» (24). Intanto, «gran parte degli schiavi cristiani che si trovavano sopra l’armata nemica […] facevano ogni sforzo per procacciare il loro scampo e la vittoria dei nostri» (25).
Molti furono gli episodi di eroismo: l’equipaggio della galera Fiorenzadell’Ordine di Santo Stefano, tutto ucciso salvo il suo comandante Tommaso de’ Medici e quindici uomini. Il generale Giustiniani, dell’Ordine di Malta, e il comandante della galera capitana dell’Ordine, fra’ Rinaldo Naro, furono feriti tre volte; quaranta cavalieri di Malta caddero nel combattimento (26): Morì, tre giorni dopo la battaglia anche il comandante in seconda veneziano, Agostino Barbarigo, il quale, accorgendosi che i suoi ordini non erano uditi bene, si scoprì il viso mentre «i nemici più fieramente saettavano; essendogli detto si coprisse […] rispose che minor offesa egli sentirebbe di essere ferito che di non essere udito», e fu così ferito mortalmente (27). Del valore di don Giovanni si è detto; va anche ricordato il grande apporto di Marcantonio Colonna e del settantacinquenne comandante veneziano Sebastiano Venier.
Le proporzioni della sanguinosa battaglia possono essere riassunte in poche cifre. Se i caduti cristiani furono circa 9 mila, quelli turchi furono 30 mila, e varie altre migliaia quelli catturati. Soltanto trenta navi turche riuscirono a fuggire; delle altre, centodiciassette catturate e divise tra gli Stati membri della Lega e le rimanenti andarono distrutte (28).

Una vittoria senza conseguenze?
E la domanda che si pone Fernand Braudel, ricordando che una serie di storici, e primo — si potrebbe dire: naturalmente — Voltaire, hanno insistito sul fatto che negli anni successivi la vittoria non fu sfruttata a fondo (29).
In effetti riemersero antichi contrasti, mentre molti altri scacchieri impegnavano la Spagna. Nel 1575 Venezia fu fiaccata da una terribile epidemia (30). Nel 1578 don Giovanni d’Austria, che era nei Paesi Bassi a combattere contro i protestanti, morì improvvisamente. Ma si tratta di osservazioni storicamente non corrette, come già ho accennato in qualche osservazione precedente.
In realtà bisognerebbe domandarsi, per capire la portata dell’avvenimento, cosa sarebbe successo se la vittoria non ci fosse stata o, peggio, se ci fosse stata una sconfitta. Non solo tutte le posizioni veneziane nei mari Egeo, Ionio e Adriatico sarebbero cadute, ma la stessa intera Italia, e forse anche la Spagna, sarebbero state alla mercé dei turchi (31).
Allora comprenderemo la gioia dei popoli cristiani (32), l’entusiasmo dei veneziani all’arrivo della notizia, i festeggiamenti fatti un po’ dappertutto. Il Papa, quando ricevette dal nunzio veneziano la notizia della vittoria, proruppe in lacrime e ripeté le parole della Scrittura: «fuit homo missus a Deo cui nomen erat Johannes» (33). Il re Filippo II stava assistendo ai vespri nella cappella del suo palazzo, quando entrò l’ambasciatore veneziano, proprio mentre veniva intonato il Magnificat, gridando Vittoria! Vittoria!.
Ma il re non volle che si interrompesse la sacra funzione. Solo al termine fece leggere il dispaccio e intonare il Te Deum(34). Segno che si manteneva il senso della esatta gerarchia della storia in una buona prospettiva cattolica.
Certamente, la vittoria era stata ottenuta grazie a «la intelligentissima prudentia de i nostri generali, la bravura e destrezza de i capitani in mandare ad effetto, il valore de’ gentiluomini e soldati nell’essequire» (35). Ma, più ancora, a ben altre forze, secondo la bella espressione del senato veneto: «Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit»«non il valore, non le armi, non i condottieri ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori» (36). Del resto, la vittoria di Lepanto era avvenuta nel giorno in cui le confraternite del Rosario facevano tradizionalmente particolari devozioni (37).
Marco Tangheroni
***
(1) Di tali conquiste non bisogna dimenticare, accanto alle altre, le motivazioni di carattere religioso; cfr. Pierre Chaunu, La conquista e l’esplorazione dei nuovi mondi (XVI secolo), trad. it., Mursia, Milano 1977.
(2) Non è questa la sede per approfondire il discorso sui limiti e sui caratteri dell’umanesimo cristiano, che certamente esistette, ma, a mio parere, senza possibilità di caratterizzare nella sostanza il periodo e le tendenze e non senza illusioni ed errori di prospettiva.
(3) Plinio Corrêa de Oliveira, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 71-73, coglie l’importanza di questo periodo nell’avvio del processo rivoluzionario. Per le tendenze — sulle quali insiste giustamente il pensatore cattolico brasiliano — è sempre affascinante e ricca di stimoli la lettura di Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo, trad. it., Sansoni, Firenze 1966. Interessante anche — proprio per l’orientamento marxista e progressista degli autori — Ruggero Romano e Alberto Tenenti, Alle origini del mondo moderno, Feltrinelli, Milano 1967. Per l’aspetto filosofico Rudolf Stadelmann, Il declino del Medioevo. Una crisi di valori, trad. it., Il Mulino, Bologna 1978 (l’originale edizione tedesca è del 1929).
(4) Fondamentale è Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, n. ed. it., Einaudi, Torino 1976, in particolare pp. 887-1326.
(5) Cfr. Giancarlo Sorgia, La politica nord-africana di Carlo V, Cedam, Padova 1963.
(6) A proposito di questo argomento si può vedere Franco Cardini, Le crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971, pp. 292-332.
(7) F. Braudel, op. cit., considera il 1565 l’ultimo anno della supremazia turca.
(8) Cfr. Ubaldino Mori Ubaldini, La marina del sovrano militare ordine di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, Regionale Editrice, Roma 1971. Per una visione d’insieme è tuttora fondamentale, sul piano degli avvenimenti militari, Camillo Manfroni, Storia della marina italiana dalla caduta di Costantinopoli alla battaglia di Lepanto (1453-1571), Roma 1897. Ricordo anche il congresso tenutosi a Venezia in occasione del quarto centenario, Il mediterraneo nella seconda metà del ’500 alla luce di Lepanto, Olfehki, Firenze 1974; cfr. anche Filipe Ruiz Martin, The battle of Lepanto and the Mediterranean, in The Journal of European Economic History, 1, 1 (1972), pp. 166-169.
(9) Cfr. U. Mori Ubaldini, op. cit., p. 220.
(10) Cfr. Francesco Balbi da Correggio, Diario dell’assedio di Malta, Palombi, Roma 1965; questo testo mi sembra il più interessante per avvicinarsi in modo diretto agli avvenimenti di quei mesi nell’isola.
(11) F. Braudel, op. cit., p. 1088.
(12) U. Mori Ubaldini, op. cit., p. 243.
(13) Cfr. Ludwig Von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, trad. it., Roma 1944.
(14) F. Braudel, op. cit., p. 1100.
(15) Ibid., p. 1101
(16) Ibid., p. 1137.
(17) Ibid., p. 1176.
(18) A causa della tensione tra Cosimo e Filippo II le dodici galee toscane parteciparono come noleggiate dal Papa, le cui insegne — e non quelle stefaniane o medicee — innalzavano: cfr. Cesare Ciano, I primi Medici e il mare, Pacini, Pisa 1980, pp. 59-66.
(19) Cfr. Frederic C. Lane, Storia di Venezia, trad. it., 2a ed., Einaudi, Torino 1978, pp. 428-432.
(20) Una ricostruzione della galea reale di don Giovanni d’Austria si può vedere nel Museo Navale di Barcellona, in scala 1/1. Nella cattedrale della stessa città si conserva — ed è oggetto di gran devozione — un bel Crocifisso in legno, che si dice fosse a bordo della nave di don Giovanni.
(21) Cfr. Giovanni Pietro Contarini, Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim ottomano ai Venetiani fino al dì della gran giornata vittoriosa contra i Turchi, Francesco Ramparetto, Venezia 1572, foglio 48 r.
(22) U. Mori Ubaldini, op. cit., p. 274.
(23) Si tratta dell’Uccialì o Uccialli delle fonti cristiane. Il comportamento del Doria fu molto criticato, sia da alcuni contemporanei che da alcuni storici moderni. Ma la storiografia contemporanea tende a riconoscere l’opportunità del suo comportamento.
(24) G. P. Contarini, op. cit., f. 50 v.
(25) Gerolamo Diedo, La battaglia di Lepanto, Daelli, Milano 1863, p. 35. Diedo era un veneziano abitante a Corfù, contemporaneo degli avvenimenti.
(26) Cfr. U. Mori Ubaldini, op. cit., p. 277.
(27) ci. Diedo, op. cit., pp. 29-30.
(28) Cfr. F. Lane, op. cit., p. 431.
(29) Cfr. F. Braudel, op. cit., p. 1181.
(30) Cfr. Paolo Preto, Peste e società a Venezia nel 1576, Neri Pozza, Vicenza 1978.
(31) Così conclude anche F. Braudel, op. cit., p. 1182 «[…] se, anziché badare soltanto a ciò che seguì a Lepanto, si pensasse alla situazione precedente, la vittoria apparirebbe come la fine di una miseria, la fine di un reale complesso d’inferiorità della Cristianità, la fine d’un altrettanto reale supremazia della flotta turca […] Prima di far dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme». Il  contemporaneo Contarini (op. cit., f. 34), scrive che prima di Lepanto «già era da tutte le parti il Christianesimo pieno di terrore».
(32) Interessante documentazione in Guido Antonio Quarti, La battaglia di Lepanto nei canti popolari dell’epoca, Milano 1930.
(33) Andrea Dragonetti de Torres, La Lega di Lepanto nel carteggio diplomatico di don Luis de Torres nunzio straordinario di S. Pio V a Filippo II, Bocca, Torino 1931, p. 64. Peraltro, san Pio V aveva già ricevuto la notizia per mezzo di un rivelazione divina: cfr. card. Giorgio Grente, Il pontefice delle grandi battaglie San Pio V, Edizioni Paoline, Roma 1957, pp. 166-168.
(34) Ibid., pp. 62-63
(35) G. P. Contarini, op. cit., f. 54 r.
(36) Citato, non a caso, da Giovanni Cantoni, in conclusione del suo saggio introduttivo a P. Corrêa de Oliveira, op. cit., p. 50.
(37) Cfr. Pio Paschini, voce Lepanto, in Enciclopedia Cattolica.

Nuovo sito ufficiale della FSSP a Venezia

Lo scorso settembre, l'apostolato veneziano della Fraternità Sacerdotale S. Pietro, che da oltre dieci anni cura la celebrazione quotidiana della liturgia tradizionale nella bella chiesa di S. Simeon Piccolo, è passato sotto la guida di un nuovo cappellano, il rev. don Joseph Kramer, già per nove anni parroco a Roma.


Si è deciso dunque di rinnovare il vecchio sito della FSSP Veneziana, aprendo in sua sostituzione questo blog, grazie al quale potremo costantemente aggiornare le informazioni sulle attività della Cappellania.
Contestualmente torneranno ad essere aggiornate le pagine Facebook e Twitter del nostro apostolato.

Francesco Guardi, Canal Grande con S. Simeon Piccolo

Qui seminat in lacrimis, in exultatione metet...

fsspvenezia.blogspot.it

NOTA: si faccia attenzione a non confondere il presente blog (che è SITO UFFICIALE della FSSP a Venezia) con un altro blog (per altro chiuso dal 2014) omonimo (ma con URL diverso), che era invece totalmente ufficioso e non gestito direttamente dalla Cappellania.

giovedì 5 ottobre 2017

Chiese Veneziane - S. Giovanni Elemosinario (S. Polo 480)

La Chiesa di S. Giovanni Elemosinario, un tempo conosciuta anche come San Zuane de Rialto, è una chiesa alquanto anomala quanto a collocazione, trovandosi inserita in un isolato di costruzioni simili e contigue, e, nascosta nel traffico della Ruga Vecchia su cui s'affaccia, è identificabile solo grazie al campanile svettante e al portico d'ingresso.


Le Cronache c'informano che la prima edificazione di questa fu permessa dalle donazioni della casata dogale Trevisan, presumibilmente tra X e XI secolo, ancorché l'unica data certa in nostro possesso è quella del crollo del primo campanile, nel 1071; negli stessi anni fu fatta chiesa parrocchiale. Tra la fine del XIV e il XV secolo, fu oggetto di numerose contese tra la Diocesi di Castello, il Collegio dei dodici poveri di Cristo cui era stata affidata per disposizione papale nel 1440, e il primicerio nullius dioecesis di S. Marco, cui fu affidata dal Doge, per volontà popolare, nel 1487. Andò completamente distrutta nel terribile incendio che colpì l'insula realtina il 10 gennaio 1514, e undici anni dopo il progetto della sua ricostruzione venne affidato allo Scarpagnino (nome in arte di Antonio Abbondi).
La ricostruzione della Chiesa in forme rinascimentali fu completata nel 1531: fu egli stesso a progettare gli edifici che oggi circondano e nascondono la chiesa, che a quel tempo facevano parte delle proprietà del capitolo parrocchiale, e ne costituivano la fonte di sostentamento principale venendo affittati ai mercanti che ne necessitavano. La Chiesa fu decorata dai maggiori artisti del secolo, quali Jacopo Palma il Giovane (di cui si ricorda il recentemente restaurato Eraclio che porta la Croce in Gerusalemme), Tiziano e il Pordenone (tra i quali ultimi due si narra di una contesa pittorica, di cui parliamo poco sotto); tutte le loro opere furono asportate nel 1982, a causa delle condizioni di deterioramento in cui versava il sacro edificio, e ricollocatevi solo dopo il restauro nei primi anni del secolo corrente.

Se la struttura conserva ancora il campanile originario del Trecento, l'aspetto interno, su pianta a croce greca iscritta in un quadrato, è puramente rinascimentale e classicheggiante. La chiesa era sede di diverse confraternite di mercanti e di scuole di arti e mestieri: i mercanti, i biavaroli, i corrieri, i gallineri, i telaroli, etc., alle cui sponsorizzazioni si debbono le numerose opere d'arte che abbelliscono l'edificio. Il soffitto è coperto da volte a crocera e a botte, e al centro della croce si erge una cupola a catino. Alla fine della navata unica sono posti cinque gradini che permettono il rialzamento del presbiterio rispetto il resto della chiesa conferendo maggior altezza alla cripta. Al lato del presbiterio si trovano altre due cappelle.

La tradizione riportata dal Vasari racconta che la pala dell'altare maggiore con San Giovanni Elemosinario del Tiziano e la pala per la cappella absidale destra, con i Santi Caterina, Rocco e Sebastiano del Pordenone furono frutto di una gara d'abilità: terminata la pala dell'altare maggiore raffigurante il santo titolare della chiesa, il Tiziano partì per un viaggio a Bologna; durante la sua assenza alcuni nobili veneziani commissionarono al Pordenone la pala per la cappella absidale destra con l'intento di sfidare pubblicamente le abilità dei due grandi artisti. Si racconta che di ritorno a Venezia, il Tiziano rimase profondamente adirato vedendo il lavoro del Pordenone in competizione con il proprio.
In realtà, l'analisi stilistica dei due capolavori spinge gli esperti ad ipotizzare che la vicenda fosse avvenuta al contrario, poichè la pala del Pordenone daterebbe al 1530-35, mentre quella di Tiziano al 1545-50.
Nel 1591 la Scuola dei Mercanti commissionò ad Antonio Vassilacchi detto l'Aliense una Lavanda dei piedi che fu posta a sinistra dell'altare maggiore a completamento del ciclo della Passione di Gesù realizzato da Leonardo Corona e che comprendeva l'Orazione nell'orto e la Crocifissione di Cristo.

lunedì 2 ottobre 2017

S. Messa a Oriago la IV domenica del mese

Già da qualche settimana alla pagina "SS. Messe antiche nel Triveneto" avevamo dato notizia di questa celebrazione mensile che inizierà a breve. Ora è arrivato anche il comunicato ufficiale del gruppo stabile per la Messa Tridentina a Mirano e nella terraferma veneziana.


Informiamo con gioia che, da questo mese di ottobre, il nostro Coetus "Gruppo Amici della Messa Tradizionale nel Veneziano", che già da cinque anni cura la celebrazione mensile della Messa Tridentina a Mirano, dal prossimo 22 ottobre curerà anche la celebrazione della Messa in forma straordinaria che è stata fissata ogni quarta domenica del mese, alle ore 16,00, nella parrocchia di San Pietro a Oriago di Mira (Venezia), comune confinante con Mirano.
La chiesa si trova in Riviera S. Pietro n° 60/A, lungo la sponda sud del Naviglio del Brenta, nel centro di Oriago, frazione del comune di Mira famosa in quanto citata da Dante nella Divina Commedia e che dista circa otto chilometri da Mirano.
Il Parroco, don Cristiano Bobbo del Patriarcato di Venezia (che è anche Vicario della foranìa di Mira), ci ha generosamente invitati a venire a celebrare stabilmente nella sua chiesa in quanto convinto che la liturgia tradizionale, come affermato da Benedetto XVI che l'ha liberalizzata nel 2007, sia un tesoro prezioso destinato a tutti i cattolici e che possa contribuire a rafforzare la fede e la spiritualità nel popolo cristiano.
Tutti i fedeli dell'area posta fra Venezia, Padova e Treviso sono invitati a partecipare alle celebrazioni eucaristiche, che saranno officiate da don Bruno Gonzaga, sacerdote diocesano di Verona.


Per qualsiasi informazione (anche riguardanti le SS Messe di Mirano) potete telefonare al n° 334-2953547.

sabato 30 settembre 2017

Pontificale del Card. Burke a Ravenna

Comunicasi che sabato 28 ottobre, alle ore 11.00, Sua Eminenza Reverendissima il sig. Card. Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, celebrerà una Solenne S. Messa Pontificale presso la Basilica di S. Apollinare in Classe a Ravenna, per onorare i dieci anni del Motu Proprio Summorum Pontificum.


Nota di redazione: Ravenna è forse la città che più di ogni altra vede in sè le vestigia di Bisanzio, del cui Esarcato d'Italia fu lungamente capitale. Una S. Messa Pontificale tra i mosaici delle basiliche ravennati, un segno della mirabile compartecipazione della tradizione romana e di quella orientale all'unica Chiesa di Cristo, è sicuramente un'occasione da non perdere.

giovedì 28 settembre 2017

In Dedicatione S. Michaëlis Archangeli

di padre Konrad zu Loewenstein FSSP


Guido Reni, S. Michele Arcangelo schiaccia Satana, 1636

La funzione primaria dei santi angeli è di adorare Dio; la funzione secondaria è di mantenere e gestire l’ordine del creato stabilito da Dio.

Che san Michele Arcangelo si distingue per la sua adorazione di Dio è già espresso nel proprio nome: Michael: Quis ut Deus: Chi è come Dio? ciò significa, nelle parole di dom Guéranger ‘da solo, nella sua brevità, la lode più completa, l’adorazione la più perfetta, la riconoscenza totale per la trascendenza divina, e la più umile confessione della nullità delle creature.’

Se san Michele Arcangelo si distingue dunque per la sua adorazione di Dio, si distingue altrettanto per il suo ruolo attivo nel gestire l’ordine della Provvidenza di Dio. Questo ruolo attivo si può esporre così: portare le creature razionali (assieme alle loro intenzione) davanti a Dio, soprattutto quando ciò richiede la loro protezione dal Demonio.

Questo ruolo lui esercitò per la prima volta a beneficio degli angeli, quando, secondo vari santi Padri, all’inizio dei tempi fu rappresentato a loro in visione il Verbo Incarnato col comandamento di adorarLo, e/o di venerare la Sua Beatissima Madre come la loro Regina. Lucifero, inebriato dalla propria gloria e bellezza, rifiutò di adorare Dio unito alla natura umana, e di venerare la Madonna, in quanto soggetto della stessa natura – quella natura essendo inferiore alla natura angelica, da lui posseduta. In questa insurrezione contro Dio trascinava un gran numero di angeli ‘una terza parte delle stelle del Cielo’, come si legge nell’Apocalisse.

A questo punto, il solo pronunziare il nome del grand’adoratore di Dio, Michele, ‘Chi è come Dio?’ bastò per precipitare gli angeli ribelli nell’Inferno, dove, privi in eterno dalla Visione Beatifica di Dio, pagheranno per sempre col fuoco la giusta pena della loro malvagità.

Secondo sant’Ambrogio, san Michele, in quella tremenda battaglia, fu chiara figura di Cristo, guerreggiando non solo per l’onore di Dio, ma anche per la salvezza di tutti gli angeli e di tutti gli eletti, come Cristo avrebbe combattuto per tutto il genere umano con la sofferenza e la morte.

San Michele, che vediamo prima come protettore degli angeli, vediamo dopo come protettore del popolo giudaico. Nel libro di Daniele (XII,1) si legge: ‘Sorse Michele, il gran principe, che sta a guardia del tuo popolo’, e in Giobbe (V,14) l’Arcangelo dichiara: ‘ Io sono il Principe dell’esercito del Signore’. La Tradizione ritiene che fosse lui, tra l’altro, ad affliggere l’Egitto con le dieci piaghe; a condurre il popolo eletto attraverso il Mare Rosso; ed a dettare la legge a Mosè su monte Sinai.

Quando la Chiesa succedette alla sinagoga, l’Arcangelo divenne il custode di tutto il mondo cristiano, sia religioso sia civile. Come esempio della sua tutela della Santa Chiesa Cattolica, prendiamo l’esorcismo di Papa Leone XIII che comincia: ‘Princeps gloriosissime militiae celestis, Sancte Michael Archangele...’, e delle preghiere leonine stabilite dallo stesso pontefice da leggere dopo la santa Messa letta: ‘Sancte Michael Archangele…’

Come esempio della tutela civile prendiamo la sua apparizione a Mantova nel quinto secolo per assistere san Leone Magno come un guerriero splendente, agitando minacciosamente una spada fiammeggiante per mandare in fuga Attila e gli Unni dall’Italia; la sua apparizione sopra il Castel Sant’Angelo a Roma nel sesto secolo per assistere san Gregorio Magno, riponendo la sua spada nella guaina per significare la cessazione della pestilenza; la sua apparizione nel nono secolo su un cavallo bianco segnalando la vittoria di Carlo Magno sui Sassoni.

Come osserva Cornelio a Lapide: Colui che custodisce il corpo della Chiesa, deve custodire anche il suo Capo, e la pietà popolare vede san Michele come angelo custode del Sommo Pontefice. Ci sono molte indizi di questa sua funzione compresa la liberazione di san Pietro, il primo papa, dal carcere. ‘Dio ha inviato il suo angelo’ dice il principe degli apostoli, ed i teologi applicano le sue parole a san Michele.

Il custode del corpo della Chiesa e del suo Capo in modo particolare, è custode anche di ogni suo membro. Saremmo dunque prudenti di chiedere ogni giorno la sua assistenza e protezione dal male. La Madre Chiesa, nella santa Messa di san Michele, chiede il suo glorioso aiuto per noi nei nostri combattimenti quotidiani e nel giorno terribile del giudizio, quando il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (come preghiamo nei vespri) e ci farà entrare nella luce santa (come preghiamo nella santa Messa di Requiem).


Chiediamo a san Michele Arcangelo di cui, come la Madonna, la gloria è solo paragonabile con la sua umiltà, di renderci umili, affinché dopo questa vita possiamo essere alzati e (nelle parole di un antico prefazio) trasportati… ‘Laddove quelli che noi veneriamo servono, che possiamo tendere verso le altezze che nella Festa del Beato Arcangelo contempliamo nell’amore’ – per unirci a lui, con tutta la milizia celeste, e a tutti gli eletti per adorare in eterno le infinite perfezioni di Dio.