lunedì 19 febbraio 2018

Preghiera di S. Efrem il Siro

La preghiera più caratteristica della Grande Quaresima è senza dubbio la breve supplica composta dal monaco S. Efrem il Siro, che viene recitata, con numerose prostrazioni, durante tutti gli uffici bizantini del tempo quaresimale.

Da essa si comprende la prospettiva nella quale si pone il cristiano praticante, che vuole seguire in tutto non solo l'ortodossia (la retta dottrina), ma anche l'ortoprassi (la retta pratica di vita spirituale). Tutto ciò che ripiega la persona su se stessa (ozio, curiosità, superbia, loquacità, giudizio del fratello) viene rigettato. Viene fermamente richiesto quanto appartiene alla pura oblatività (saggezza, umiltà, pazienza, amore) nella serena considerazione della propria creaturalità (vedere le mie colpe). Naturalmente tutto ciò non è finalizzato ad acquisire una moralità che edifichi gli altri. Si può dire che sia paragonabile all'attenzione del funambolista il quale, se vuole attraversare la corda e giungere alla fine del suo esercizio, prende le dovute precauzioni. Queste precauzioni sono ripresentate alla memoria, durante il momento liturgico, e domandate a Dio. Senza di esse non c'è spirito quaresimale ma non c'è neppure Cristianesimo dal momento che il Cristianesimo è una realtà che si vive e che, alla fine, coincide con il Cristo stesso.

TESTO GRECO

Ποιοῦμεν τὰς τρεῖς μεγάλας μετανοίας, Εἶθ' οὕτω, λέγομεν καθ' ἑαυτοὺς καὶ ἕνα στίχον τῆς Εὐχῆς: 
Κύριε καὶ Δέσποτα τῆς ζωῆς μου, πνεῦμα ἀργίας, περιεργίας, φιλαρχίας, καὶ ἀργολογίας μή μοι δῷς.
Πνεῦμα δὲ σωφροσύνης, ταπεινοφροσύνης, ὑπομονῆς, καὶ ἀγάπης χάρισαί μοι τῷ σῷ δούλῳ.
Ναί, Κύριε Βασιλεῦ, δώρησαι μοι τοῦ ὁρᾶν τὰ ἐμὰ πταίσματα, καὶ μὴ κατακρίνειν τὸν ἀδελφόν μου, ὅτι εὐλογητὸς εἶ εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.
Μετὰ δὲ ταύτας, ἑτέρας μικρὰς ιβ' λέγοντες καθ' ἑκάστην
Ὁ Θεὸς, ἰλάσθητί μοι τῷ ἀμαρτωλῷ, καὶ ἐλέησόν με.
Kαὶ πάλιν μετάνοιαν μεγάλην, καὶ τὸν τελευταῖον στίχον τῆς ἀνωτέρω Εὐχῆς:
Ναί, Κύριε Βασιλεῦ, δώρησαι μοι τοῦ ὁρᾶν τὰ ἐμὰ πταίσματα, καὶ μὴ κατακρίνειν τὸν ἀδελφόν μου, ὅτι εὐλογητὸς εἶ, εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.

TESTO SLAVO

Господи и владыко живота моегω, духъ праздности, оунынїѧ, любоначалїѧ и празднословїѧ не даждь ми.
Духъ же цѣломѹдрїѧ, смиренномѹдрїѧ, терпѣнїѧ и любве, дарѹй ми рабѹ твоемѹ.
Ей Господи Царю, даруй ми зрѣти моѧ прегрѣшенїѧ, и не ωсуждати брата моегω, якω благословенъ еси во вѣки вѣковъ. Аминь

TRADUZIONE E NOTE

Si fanno tre grandi prostrazioni, dicendo per ciascuna uno stico della preghiera: 
Signore e Padrone della mia vita, non datemi (1) uno spirito di ozio, di curiosità (2), di superbia (3) e di loquacità.
Fate invece dono al vostro servo di uno spirito di saggezza (4), pentimento, pazienza e carità.
Sì, o Signore e Sovrano, donatemi di vedere i miei peccati, e di non giudicare il mio fratello, poiché voi siete benedetto nei secoli dei secoli. Amen.
Dopodiché, si fanno dodici piccole prostrazioni, dicendo per ciascuna:
O Dio, siate propizio a me peccatore, e abbiate misericordia di me. (5)
E di nuovo una grande prostrazione, dicendo l'ultimo stico della pregheira:
Sì, o Signore e Sovrano, donatemi di vedere i miei peccati, e di non giudicare il mio fratello, poiché voi siete benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

(1) La versione slava pre-nikoniana ha ωтжεни ѿ мεнε, che significa "togli da me". Questo errore (non in linea con la grande tradizione monastica orientale, come si può vedere dai discorsi dell'abate Isaias di Sketis [V secolo], che afferma che ogni spirito, anche negativo viene da Dio in qualche modo) è stato corretto nella revisione dei testi del XVII secolo in не даждь ми. La versione precedente è ancora usata dai Vecchi Credenti.
(2) La revisione nikoniana ha però mantenuto (così come aveva quella pre-riforma) la parola оунынїѧ, che significa piuttosto "negligenza, scoramento", e traduce il greco ἀκηδίας. Sono però stati trovati tardi manoscritti greci che presentavano tale parola al posto di περιεργίας, e dunque è probabile che Nikon avesse utilizzato uno di questi.
(3) Nei testi pervenutici ci sono in realtà alcune varianti: alcuni testi, anziché φιλαρχίας, hanno φιλαργυρίας, ossia "avidità". Tale è anche il significato di празднословїѧ, segno che tale tradizione manoscritta è stata accettata da coloro che hanno tradotto in slavo ecclesiastico la preghiera. In Italiano traduciamo "superbia", anche se questo termine non è il più adatto, ove la traduzione letterale sarebbe "brama di essere superiore". Per distinguere, quando nel commento tradurremo "superbia", sarà questa brama di superiorità; quando tradurremo "orgoglio", sarà più propriamente il sentirsi superiori agli altri.
(4) E' interessante notare che gli inglesi traducono σωφροσύνης come "chastity", secondo il significato del termine nell'inglese medievale, che non indica solo la "castità", ma più in generale la discrezione, la prudenza e la solidità della mente, il che calza perfettamente al senso profondo del termine greco.
(5) Nell'uso slavo si usa fare le dodici prostrazioni dicendo semplicemente Господи, помилуй (Signore, abbiate misericordia). Infatti, la traduzione dello stico non è riportata nel TESTO SLAVO trascritto sopra.

COMMENTO
tradotto e adattato da uno scritto di p. Alexandros Smeman

Perché questa breve e semplice preghiera occupa un posto così importante nell'intero culto della Grande Quaresima? Essendo di fatto una lista di tutti gli elementi negativi e positivi dello spirito, costituisce, per così dire, una "regola" della nostra lotta spirituale nel periodo quaresimale. Questa lotta mira anzitutto alla nostra liberazione da alcune malattie spirituali di base, che infestano le nostre vite e ci rendono incapaci di rivolgerci a Dio.

La pigrizia
La prima malattia è la pigrizia. La pigrizia è quella strana passività del nostro essere, che ci spinge sempre verso il basso, piuttosto che in alto, e costantemente ci convince che non è possibile cambiare, e quindi non c'è bisogno di voler cambiare. E' un cinismo profondamente radicato, che blocca ogni sfida spirituale con un "Perché", e manda in pezzi la nostra vita spirituale. Questa è la radice di tutti i peccati, perché avvelena ogni energia spirituale fino alla sua fonte più profonda.

La curiosità
Il risultato della pigrizia è la curiosità. E' uno stato di vigliaccheria che tutti i Padri della Chiesa considerano il più grande pericolo dell'anima. Stanchezza, scoraggiamento, l'incapacità dell'uomo di vedere tutto ciò che è buono o positivo! E' la riduzione di tutto alla negatività e al pessimismo. E' davvero un potere demoniaco, perché Satana è fondamentalmente un bugiardo: sussurra bugie all'uomo su Dio e il mondo, riempie la vita di oscurità e negatività. E' il suicidio dell'anima, perché quando un uomo ne è posseduto è totalmente incapace di vedere e volere la luce.

La superbia
Ah, lo spirito di superbia! Sembra strano, ma la pigrizia e lo sconforto sono proprio quelli che riempiono la nostra vita di superbia. Tutto il nostro atteggiamento verso la vita viene infettato, e siamo spinti a cercare la superiorità, un atteggiamento radicalmente sbagliato nei confronti degli altri
Se la mia vita non è orientata a Dio, se non è attratta dai beni eterni, inevitabilmente diverrà egoista ed egocentrica, il che significa che tutti gli altri diventano mezzi della propria auto-soddisfazione. Se Dio non è il mio Signore e Maestro di vita, il mio ego allora diventa la mia guida, il centro assoluto del mio mondo, e prendo ad apprezzare tutto sulla base delle mie esigenze, delle mie idee, dei miei desideri e le mie valutazioni.
Quindi, lo spirito di superbia diventa il mio peccato principale nelle relazioni con gli altri: diventa una ricerca della loro sottomissione a me. La superbia non sempre si esprime come un desiderio di ordinare e sottomettere gli altri; può essere anche espresso come indifferenza, disprezzo, mancanza di interesse, di attenzione e rispetto. Ed è proprio la superbia, insieme alla curiosità, che, rivolgendosi agli altri, aggrava il suicidio spirituale con l'omicidio spirituale.

Loquacità
Infine, la loquacità. L'uomo, generalmente, è dotato della capacità di parlare. Tutti i Padri vedono in questo dono il "sigillo" dell'immagine divina, perché Dio stesso è stato rivelato come il Verbo (cfr. S. Giovanni I, 1).
Ma il dono supremo è anche il rischio più forte. Così come può essere l'espressione dell'uomo e il mezzo della realizzazione personale, per la stessa ragione, è il mezzo della caduta, dell'autodistruzione, del tradimento e del peccato. La parola salva e la parola uccide, la parola salva e la parola avvelena. La parola è il centro della verità, ma è anche un mezzo per la menzogna demoniaca.
Pur avendo un potere fondamentalmente positivo, la parola, allo stesso tempo, ne ha uno terribilmente negativo. La parola può essere positiva o negativa. Quando è distaccata dalla sua origine divina, il suo scopo divino si trasforma in loquacità. Ciò va ad aggiungersi alla pigrizia, alla curiosità e alla superbia, trasformando la vita in un inferno, e facendo dominare il peccato.
Questi quattro punti sono quelli negativi del pentimento, sono gli ostacoli sul nostro cammino. Ma solo Dio può spostarli. Ecco perché la prima parte di questa preghiera è un grido proveniente dal profondo del cuore dell'uomo indifeso. Quinci, la preghiera si sposta verso gli scopi del pentimento.

La saggezza
La saggezza. Bisogna interpretare rettamente il significato di questa parola, spesso fraintesa: potrebbe essere la controparte positiva della parola pigrizia. Il "salto", anzitutto, è la rottura della nostra inerzia, dell'incapacità di vedere globalmente. Pertanto, questa sanità di mente nel vedere il tutto è totalmente il contrario alla pigrizia.
Anche se si è abituati a interpretare la parola saggezza in un dato modo, essa rappresenta piuttosto la totalità che Cristo riporta dentro di noi, e lo fa ripristinando la vera scala di valori e facendoci tornare a Lui.

L'umiltà
Il primo e meraviglioso frutto della saggezza è l'umiltà. Soprattutto, è la vittoria della verità in noi, la rimozione della menzogna in cui viviamo. Solo l'umile è degno della verità, solo l'umile può vedere e accettare le cose come sono, e in tal modo vedere Dio, la sua grandezza, la sua benevolenza e il suo amore in ogni cosa. Ecco perché, come sappiamo, Dio "disperde i superbi e dà grazia agli umili.

La pazienza
Dopo la saggezza e l'umiltà, naturalmente, segue la pazienza. L'uomo falso è impaziente, perché è cieco a se stesso e frettoloso nel giudicare e condannare gli altri. Con una conoscenza scarsa, incompleta e distorta delle cose, considera tutto in base alle sue preferenze e idee. E' indifferente a tutti quelli che lo circondano, eccetto se stesso, vuole che la sua vita abbia successo, in quel preciso istante.
La pazienza, ovviamente, è una virtù veramente divina. Dio è paziente non perché sia "condiscendente", ma vede la profondità di tutte le cose, perché la loro realtà interna, che nella nostra cecità non possiamo vedere, si svela solo in Lui. Più ci avviciniamo a Dio, più diventiamo pazienti e più riflettiamo su questo amore infinito per tutti gli esseri, che è l'attributo principale di Dio.

Amore
Infine, il culmine e il frutto di tutte le virtù, di ogni sforzo, è l'amore. Questo amore, che, come abbiamo detto, può essere dato solo da Dio, è lo scopo di ogni preparazione spirituale ed esercizio. 

Orgoglio
Questa parola riassume la richiesta finale della preghiera di San Efrem. Qui, alla fine, c'è solo un pericolo: l'orgoglio. L'orgoglio è la fonte del male, e tutto il male è orgoglio. Tuttavia, non è abbastanza per me il vedere i peccati, perché anche questa apparente virtù può essere trasformata in orgoglio. I testi patristici sono pieni di avvertimenti circa la forma insidiosa di sopraelevazione  che si nasconde sotto le vesti di umiltà e di autoaccusa ("falsa umiltà"), e che può portare ad un orgoglio veramente demoniaco. Ma quando vediamo i nostri difetti e non critichiamo i nostri fratelli, quando in altre parole, la saggezza, l'umiltà, la pazienza e l'amore sono una cosa sola in noi, allora e solo allora l'eterno nemico -l'orgoglio- sparirà da noi. 

Nuovo Coetus Fidelium in Carnia

Si è recentemente costituito un nuovo Coetus Fidelium ai sensi del Motu Proprio Summorum Pontificum, che riunisce numerosi fedeli provenienti dalle Parrocchie nel territorio della Carnia, regione storico–geografica del Friuli: il Cœtus Fidelium Carnorum Regionis “Sanctus Hilarius Martyr”.

Gli amici del nuovo coetus ci comunicano che  le Ss. Messe saranno celebrate in diverse parrocchie della Carnia, secondo un calendario semestrale che verrà consegnato a tempo debito ai fedeli.

La prima celebrazione promossa dal nuovo Coetus si terrà domenica 4 marzo 2018, alle ore 18.30, nella Chiesa di Santa Maria Annunziata a Paluzza (UD). Celebrerà il molto reverendo don Alberto Zanier.

Ci sentiamo uniti in preghiera agli Amici del nuovo coetus, cui auguriamo di cuore ogni benedizione.

sabato 17 febbraio 2018

Il salmo XC nella liturgia della I domenica di Quaresima

Nella liturgia della I domenica di Quaresima tutte le antifone sono tratte dal salmo 90. Di seguito riportiamo il commento che fa il Card. Schuster a riguardo del canto di questo salmo in questa domenica.

Tratto da: Card. A. I. Schuster, OSB, "Liber Sacramentorum" - III. La Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua

Nell'odierna messa, gli onori della festa sono tutti pel salmo 90, quello citato appunto al Cristo dal Satana tentatore. Noi lo ripeteremo all'introito, al graduale, all'offertorio e al communio, quasi in atto di protesta e di riparazione per la suggestione temeraria. D'altra parte, il salmo 90 esprime così bene i sentimenti dell'anima che ritorna a Dio per la penitenza ed in lui ripone ogni sua fiducia, che la Chiesa ne ha fatto come il carme quaresimale per eccellenza.

Incomincia l'introito coll'esprimere le magnifiche promesse che fa Iddio ad un'anima che a lui ricorre: "Egli m'invocherà ed io lo ascolterò; io lo scamperò dai pericoli e l'esalterò; gli darò lunghi anni di vita".

La colletta è la seguente: "O Dio che annualmente purifichi la tua Chiesa mediante l'astinenza quaresimale; fa sì che la tua famiglia renda fruttuose, mediante le buone opere, quelle grazie che si studia d'impetrare colla sottrazione dei cibi".

[...]

Il responsorio graduale preannunzia in onore di Gesù quel medesimo ossequio che tutti gli Angeli debbono al Caput hominum et Angelorum, e da cui poi nel Vangelo il Satana trarrà appunto motivo per tentarlo. "A tuo riguardo Dio comandò agli Angeli suoi di custodire dappertutto i tuoi passi. Essi ti leveranno sulle palme, perché il tuo piede non inciampi". Questo verso si riferisce al Cristo nella sua umanità santissima e nel suo mistico corpo. Il servigio degli Angeli a Gesù nell'umanità sua, è un servigio di doverosa adorazione, non di bisogno che il Redentore potesse avere dell'aiuto degli spiriti angelici. La custodia poi della Chiesa e dei fedeli commessa ai santi Angeli, da parte di Gesù è un atto di vera degnazione, ammettendo quei beati spiriti alla gloria di cooperare con lui alla salvezza degli uomini. Da parte poi degli Angeli, questa tutela, oltre ad essere un doveroso servigio che rendono al Salvatore nel suo mistico corpo, è un ufficio che loro massimamente compete, in quanto riflettono cosi sopra le creature di grado alquanto inferiore al loro, quella luce e quella grazia che essi attingono alle sorgenti divine. Così appunto dal centro d'un circolo, nulla arriva alla circonferenza, se non per mezzo dei raggi.

Da parte nostra poi, il ministero e la custodia dei santi Angeli corrisponde a un vero bisogno, e l'aiuto è affatto proporzionato alla necessità. Dovendo infatti sostenere la lotta contro i demoni, spiritualia nequitiae in coelestibus, come li chiama san Paolo, è necessario che altre creature spirituali buone e più potenti vengano in nostro aiuto e siano pari anzi superiori ai nostri terribili avversari. Di più, i predestinati, giusta il sentimento dei Santi Padri, debbono riempire i vuoti lasciati nelle falangi angeliche dalla defezione di Lucifero e dei suoi seguaci. È quindi conveniente che gli Angeli buoni cooperino con Gesù Cristo a reintegrare le loro schiere.

Il salmo tratto, neppure a dirlo, oggi è il 90: "Dimorando nel riparo dell'Altissimo ed albergando all'ombra del Potente, dico a Iahvè, mio refugio, mia fortezza, al quale m'affido. Poiché egli ti salverà dal laccio, dalla tagliuola, e dalla fossa del precipizio; sotto i suoi vanni ti ricetterà, sotto le ali sue ti rifugerai. Scudo è la verità sua, né temerai all'incubo della notte. Né la freccia volante di giorno, né la peste che vagola al buio, né il maligno desolante in sul meriggio. Al fianco tuo ne cadranno mille, e diecimila alla tua destra, eppure a te non s'avvicineranno. Perché a tuo riguardo comanda ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Essi ti leveranno sulle palme, ché il tuo piede non inciampi nei sassi; sul rettile e sulla vipera tu camminerai, calpesterai il lioncello e il drago. Poiché egli è congiunto a me, io lo salverò; lo proteggo perché confessa il nome mio. Egli m'invochi ed io gli risponderò; con lui sarò nella tribolazione; lo salverò, lo glorificherò; di lunga copia di giorni lo sazierò, e a lui rivelerò il mio Salvatore".

È da notarsi, che originariamente il graduale e il tratto non solo avevano due posti distinti, cioè dopo la prima e la seconda lezione scritturale, ma anche come genere di salmodia melodica differivano completamente. L'odierno tratto è uno dei pochi esempi superstiti dell'estensione che aveva prima questo canto, il quale constava ordinariamente d'un intero salmo.

L'antifona del salmo offertoriale è la seguente: "Iddio ti ricetterà sotto i suoi vanni; sotto le sue ali ti ricetterai; egida è la sua verità". [...] L'antifona ad Communionem è identica all'offertorio.

[...]

Manca nell'odierno Messale del Tridentino così il prefazio proprio di questa prima domenica, che la colletta sopra il popolo prima di congedarlo di chiesa. Questa si ritrova però tanto nel Gelasiano, - il Leoniano è mutilo da principio - che nel Gregoriano. Eccola: "Ti supplichiamo, o Signore, perché discenda copiosa la tua benedizione sul tuo popolo; la quale c'infonda consolazione, rafforzi la santa fede, renda saldi nella virtù coloro che da te sono stati riscattati".

SALMO 90

(greco LXX, latino Vulgata, italiano Martini 1776)

Il tratto della I domenica di Quaresima secondo la melodia gregoriana
(Graduale Romanum)

Il tratto della I domenica secondo un'antica melodia romana (VIII secolo)

parte I
parte II
P.S.: notare le affinità del canto romano antico con la musica bizantina, con la quale condivide l'origine. Il canto gregoriano attuale non è altro che il risultato della fusione tra il canto grecoromano antico, di cui questi video sono un ottimo esempio, e l'uso musicale franco (gallicano).

venerdì 16 febbraio 2018

L'Inno Akathistos alla Theotokos - parte 1

Per tutta questa Quaresima 2018 pubblicheremo, a puntate, il testo dell'Inno Akathistos alla Santissima Madre di Dio, corredato da un commento storico e testuale. La suddivisione proposta è quella nelle normali quattro stasi che si usa liturgicamente nel rito bizantino; ciascuna stasi viene cantata all'interno dell'officio della Piccola Compieta dei venerdì sera delle prime quattro settimane della Grande Quaresima. Il venerdì dell'ultima settimana l'inno viene cantato integralmente.


Ὁ Ἀκάθιστος ὕμνος εἰς τὴν Ὑπεραγίαν Θεοτόκον

Introduzione - Storia dell'Inno

L'Inno Akathistos (dal greco: 'non-seduti', ossia la rubrica che stava all'inizio di quest'inno nelle prime edizioni, poiché per rispetto a quest'inno si assiste in piedi, come al Vangelo) è uno dei testi dedicati alla Beata Vergine Maria più cari alla tradizione orientale, tanto da divenire modello per numerosi akathisti nei secoli successivi, dedicati a diversi santi o a Nostro Signore.

La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal cap. XXI dell'Apocalisse di S. Giovanni, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione.

L'inno consta di 24 stanze (in greco: οἷκοι, iki), quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti - quello della storia e quello della fede -, e con due prospettive intrecciate e complementari - una cristologica, l'altra ecclesiale -, nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell'inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze. Queste quattro sezioni costituiscono le quattro 'stasi' in cui è tuttora suddiviso l'inno durante la liturgia. L'inno tuttavia procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trova il suo complemento - metrico e concettuale - in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dogmatico, e terminano con l'efimnio (ἐφύμνιον), cioè il ritornello di chiusa: "Gioisci, sposa senza nozze!". Le stanze pari invece, dopo l'enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l'acclamazione a Cristo: "Alleluia!". Così l'inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all'opera universale di salvezza dell'unico Salvatore.

L'Akathistos possiede un immenso valore teologico, dogmatico e mistico:

  • A motivo del suo respiro storico-salvifico, che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all'ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo;
  • A motivo delle fonti, le più pure: la Parola di Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, sempre presente in modo esplicito o implicito; la dottrina definita dai Concili di Nicea (325), di Efeso (431) e di Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; le esposizioni dottrinali dei più grandi Padri orientali del IV e del V secolo, dai quali desume concetti e lapidarie asserzioni;
  • A motivo di una sapiente metodologia mistagogica, con la quale - assumendo le immagini più eloquenti dalla creazione e dalle Scritture - eleva passo passo la mente e la porta alle soglie del mistero contemplato e celebrato
Dunque l'Inno racchiude i dogmi più importanti della Fede Cristiana in Cristo e in Maria, stabiliti nei primi Concilj Ecumenici. Non a caso, la Madonna è colei che (come recita un tropario), "ha vinto da sola tutte le eresie", e nell'occasione in cui fu cantato per la prima volta solennemente l'inno (un assedio di Costantinopoli, di cui si veda poco sotto la storia, fosse quello del 626 o quello del 718) gran parte dei soldati erano in realtà eretici (manichei, gnostici, nestoriani, monofisiti) cacciati dai confini dell'Impero e diventati parte dell'esercito invasore. Le battaglie contro gl'invasori orientali, infatti, sono sempre ammantate da un profondo valore religioso (vedasi la conquista di Gerusalemme e il Trionfo della Santa Croce nel 628), poiché sono essenzialmente battaglie della Fede Cristiana contro gli eretici e i pagani.
L'importanza di quest'inno è testimoniata dal fatto che i Romani Pontefici, riconoscendo l’importanza di questo tesoro, ne hanno esteso la recita, con annesse alcune delle indulgenze, anche ai fedeli di rito latino, onde potessero farne partecipi i frutti e le grazie spirituali per sé stessi e soprattutto per la Chiesa tutta.

Nella liturgia bizantina, durante la Piccola Compieta dei primi quattro venerdì di Quaresima si canta, una stasi alla volta, l'Inno, che verrà poi ripetuto integralmente il venerdì della quinta settimana.
La tradizione tramanda che anticamente esso veniva cantato durante la veglia notturna prima della festa della Dormizione della Vergine, il 15 agosto. Infatti, nell'anno 626, mentre l'Imperatore Eraclio combatteva contro i Persiani, gli Avari, alleati di quest'ultimi, presero d'assedio Costantinopoli, e s'impadronirono della Chiesa della Santissima Vergine alle Vlacherne, preparandosi, la notte tra il 7 e l'8 agosto, all'assedio finale. Allora, il Patriarca Sergio (ritenuto perciò da taluni autore dell'inno), fece una grande processione con l'icona della Madonna Vlachernitissa, e la notte stessa la Divina Provvidenza inviò un terribile tornado che sgominò le forze avare e persiane. Per ringraziare la Madre di Dio, il popolo si riunì nella Chiesa delle Vlacherne e intonò l'Inno Akathistos, e particolarmente il kontakion d'introduzione: Τῇ ὑπερμάχῳ στρατηγῷ τὰ νικητήρια, "Alla nostra condottiera le vittorie"; si stabilì dunque di cantarle quell'inno in suo onore ogni 15 agosto, per ricordare la vittoria della Santa Vergine. Altre tradizioni, più improbabili, datano le origini di quest'inno ai secoli dell'iconoclastia (VIII-IX secolo). Sicuramente, il suo trasferimento in Quaresima è dovuto allo spostamento di quest'inno per la festa dell'Annunciazione, operato probabilmente nell'VIII secolo dai monaci di Studios, in funzione di sostegno alle tesi iconodule.

Per quanto riguarda l'autore, escludendo il succitato Patriarca Sergio I, dobbiamo basarci su tre dati: fu scritto prima del 626, sicuramente dopo il 431 (concilio di Efeso, di cui recepisce la teologia), probabilmente dopo il 560 (Giustiniano imperatore, per via di alcuni riferimenti alle pubbliche celebrazioni del Natale e dell'Annunciazione). I più l'attribuiscono all'innografo Romano il Melode, secondo quanto è riportato da alcuni scritti (però, tutti successivi al XIII secolo, dunque non direttamente attendibili), ma anche basandosi sul fatto che alcuni passi del testo sono presenti anche in altre composizioni sicuramente attribuibili al Melode.
Tuttavia, coloro che datano l'origine dell'uso liturgico al periodo iconoclasta, attribuiscono l'inno al Patriarca Germano I di Costantinopoli, che resse la città durante l'assedio arabo del 718 (quand'era imperatore l'eretico Leone III Isaurico); a sostegno di ciò, possono citare la versione latina dell'inno, redatta intorno all'anno 800 dal Vescovo di Venezia Cristoforo, che introduce così l'opera: Incipit Hymnus de Sancta Dei Genetrice Maria, Victoriferus atque Salutatorius, a Sancto Germano Patriarcha Constantinopolitano.
Altri sostengono che l'autore sia Cosma il Melode (VIII secolo), basandosi su un affresco della cappella di San Nicola nel monastero di San Saba a Gerusalemme, raffigurante un monaco che regge un cartiglio con il primo verso dell'Inno, e sopra il monaco sta scritto ὁ Ἅγιος Κοσμάς.
Oggi però la critica scientifica propende ad attribuire la composizione dell'Inno ad uno dei Padri di Calcedonia, aumentando dunque il valore teologico e dogmatico dello stesso.


I STASI

La prima parte dell'Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell'Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2). La prima stasi propone e canta il mistero dell'incarnazione (stanze 1-4), l'effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5) e la rivelazione a Giuseppe (stanza 6).

giovedì 15 febbraio 2018

AVVISO: Don Roberto Spataro a Padova

Trasmettiamo questo avviso speditoci dal Comitato San Canziano per la Messa antica a Padova.

Si informa che domenica 18 febbraio,
I Domenica di Quaresima,
don Roberto Spataro, SDB,
segretario della Pontificia Accademia Latinitas,
canterà la S. Messa d'orario (ore 11)
nella Chiesa di S. Canziano a Padova

lunedì 12 febbraio 2018

Il Grande Canone di S. Andrea di Creta

Il Grande Canone di S. Andrea di Creta (in greco ὁ μέγας Κάνων Ἁγίου Ανδρέου Κρήτης; in slavo Великий Канон святого Aндрея Критского) è un lungo poema quaresimale (250 tropari contro i 30 di un canone normale), un inno al pentimento e alla contrizione di cuore, composto tra VII e VIII secolo dal santo vescovo cretese, un insieme di riflessioni, ricordi, citazioni di tutto l'Antico Testamento, mozioni di cuore, suppliche a Dio affinché abbia misericordia di noi peccatori, come ben s'intuisce dallo stico con cui il coro intercala ogni tropario: Ἐλέησόν με ὁ Θεός, ἐλέησόν με! (slavo: Помилуй мя Боже, помилуй мя), ossia "Abbiate misericordia di me, o Dio, abbiate misericordia di Dio".

Questo canone, entrato nel cuore di tutti i cristiani bizantini, si canta durante la Grande Quaresima in due momenti: all'inizio, dal lunedì al giovedì della 'settimana pura' (ossia, guardando alle rispettive date del rito romano, dal lunedì di Quinquagesima al giovedì dopo le Ceneri), diviso in quattro parti, durante il lungo e suggestivo officio della Grande Compieta (Μέγα Ἀπόδειπνο); alla fine, il giovedì della quinta settimana, durante la veglia notturna (nelle parrocchie si anticipa al mercoledì sera), quando lo si canta integralmente, le cui odi sono intercalate per altro da altri tropari di composizione ecclesiastica successiva, e arricchite da tropari in memoria di S. Andrea di Creta e di S. Maria Egiziaca, santa asceta egiziana del IV-V secolo, esempio fulgido di pentimento e conversione, cui è dedicata la quinta settimana di Quaresima nella tradizione orientale. In questo modo, dunque, questo lungo e probante ufficio segna l'inizio e il termine della Quaresima per un cristiano bizantino. Un vescovo di Smirne lo definì come "uno squillo di tromba che cerca di portare l'uomo alla consapevolezza del suo peccato e condurlo al pentimento e alla conversione a Dio". Prosegue poi: "Il Grande Canone è un inno di profondo scontro e di scioccante pentimento. L'uomo sente il peso del peccato, comprende che la sua amara vita è lontana dal Dio vivente; si comprende la dimensione tragica di alienazione della natura umana nella caduta e la distanza da Dio. Cade a pezzi. Sprofonda, si riduce in cenere. Ma si sta preparando la salvezza, perché apre a sé la via del pentimento. La via che porta all'esistenza umana di Dio, la fonte della vita vera e la pienezza dell'ineffabile carità e della gioia indicibile".

L'intensità drammatica del poeta è veramente notevole: vengono presentate decine di esempi dalla Scrittura, alcuni dei quali magari citati in un solo versetto del Pentateuco, per cui a noi moderni potrebbero ad un primo sguardo risultare ignoti, esempi positivi e negativi, di virtù e di peccato, nell'arcaica storia della Salvezza. Il Canone presenta le classiche caratteristiche, dunque, della liturgia quaresimale e orientale e occidentale, ossia un continuo riferimento alle vicende d'Israele, alle quali dobbiamo guardare come un antico modello del popolo eletto, il quale ora non sono più i Giudei, ma siamo noi battezzati in Cristo, i quali, nondimeno, come il 'popolo di dura cervice', non manchiamo di offendere e allontanarci dal nostro Creatore, al quale dobbiamo ritornare con cuore umiliato e pentito, se vorremo salvarci. Il poema, nel complesso, è caratterizzato da un ricco lirismo e da elementi poetici notevoli: le descrizioni scattanti, con immagini che colpiscono, gli esempi, il simbolismo efficace e vivo, la lingua combinata con il canto triste e solenne, conferisce un fascino unico a questo componimento, veramente una fonte di grazia che colpisce nel cuore chi lo legge o lo ascolta. L'uso di domande retoriche e l'introduzione di dialoghi, spesso usati dal poeta, conferiscono al Canone un grande dramma. I ritratti biblici sono abbozzati con grazia, presentando al contempo la vicenda e le considerazioni morali, in una sintesi chiara ed immediata. Ma dobbiamo ricordarci che l'autore parla anzitutto a se stesso, descrivendo con tinte fosche il suo pensiero, ammettendo i suoi gravi peccati e mancanze, presentando la sua situazione personale come la condizione generale dell'essere umano. Ed effettivamente, il Canone calza all'anima di chiunque, essendo impossibile all'uomo non peccare, dopo la macchia originale. S. Andrea fu in vita sua un eretico: egli cionondimeno si pentì, e dedicò la sua vita al ministero ecclesiastico. Egli sa dunque quale fosse il suo sentimento Ma qualunque uomo ha le sue mancanze, le sue colpe davanti all'Altissimo, e qualunque uomo non può fare a meno che riconoscersi nelle scure parole di questo Canone.

Di seguito riporto una sintesi commentata del contenuto delle singole odi del Canone, scritta da Sua Beatitudine Manuel Nin, attuale Eparca della Chiesa Greco-Cattolica Bizantina, quando ancora era assistente spirituale dei greci cattolici a Roma:

Nella prima ode la vicenda di Adamo ed Eva e di Caino e Abele è intrecciata alle parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano: "Avendo emulato nella trasgressione Adamo, il primo uomo creato, mi sono riconosciuto spogliato di Dio, del regno e del gaudio eterno, a causa del mio peccato. Ahimé, anima infelice! Perché ti sei fatta simile alla prima Eva? Hai toccato l'albero e hai gustato sconsideratamente il cibo dell'inganno. Cadendo con l'intenzione nella stessa sete di sangue di Caino, sono divenuto l'assassino della mia povera anima. Consumata la ricchezza dell'anima con le dissolutezze, sono privo di pie virtù, e affamato grido: O padre di pietà, vienimi incontro tu con la tua compassione. Sono io colui che era incappato nei ladroni, che sono i miei pensieri, mi hanno riempito di piaghe: vieni dunque tu stesso a curarmi, o Cristo".
Ancora le figure di Adamo ed Eva sono accostate nella seconda ode a quelle del pubblicano e della prostituta: "Ho oscurato la bellezza dell'anima con le voluttà passionali, e ho ridotto totalmente in polvere il mio intelletto. Ho lacerato la mia prima veste, quella che ha tessuta per me il creatore. Ho indossato una tunica lacerata, quella che mi ha tessuto il serpente col suo consiglio, e sono pieno di vergogna. Anch'io ti presento, o pietoso, le lacrime della meretrice: siimi propizio, o salvatore, nella tua amorosa compassione. Anche le mie lacrime accogli, o salvatore, come unguento. Come il pubblicano a te grido: Siimi propizio!".
Vengono poi presentate nelle odi successive la fede di Abramo, la scala di Giacobbe, la figura di Giobbe, la croce come luogo dove Cristo rinnova la natura decaduta dell'uomo, l'esperienza del deserto e delle infedeltà del popolo e dei re d'Israele, e Cristo che guarisce e salva: "Crocifisso per tutti, hai offerto il tuo corpo e il tuo sangue, o Verbo: il corpo per riplasmarmi, il sangue per lavarmi; e hai emesso lo spirito, per portarmi, o Cristo, al tuo genitore. Hai operato la salvezza in mezzo alla terra. Per tuo volere sei stato inchiodato sull'albero della croce e l'Eden che era stato chiuso, si è aperto".
L'ottava ode canta i grandi penitenti dell'Antico e del Nuovo Testamento: "Hai sentito parlare, o anima, dei niniviti, della loro penitenza in sacco e cenere davanti a Dio: tu non li hai imitati, ma sei stata più stolta di tutti coloro che hanno peccato prima e dopo la Legge. Come il ladrone, grido a te: Ricordati! Come Pietro, piango amaramente; perdonami, salvatore, a te io grido come il pubblicano; piango come la meretrice: accogli il mio gemito".
Infine, nell'ode nona è presentato tutto il mistero salvifico di Cristo che guarisce, chiama l'umanità per seguirlo e salva: "Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: Cristo si è fatto uomo per chiamare a penitenza ladroni e prostitute. Cristo si è fatto bambino secondo la carne per conversare con me, e ha compiuto volontariamente tutto ciò che è della natura, eccetto il peccato".
Il grande canone di Andrea di Creta racconta la storia della salvezza operata da Dio verso ognuno di noi. In un testo che ci mette davanti i diversi aspetti con cui la Chiesa lungo la quaresima ci confronta, cioè la misericordia di Dio e per mezzo di essa il nostro cammino di ritorno a Dio, avendo Cristo stesso come pastore e come guida, che finalmente il giorno di Pasqua prende di nuovo per mano Adamo ed Eva per farli uscire dagli inferi e riportarli nel paradiso.

Per chi fosse interessato, fornisco il pdf del testo greco (forma integrale). Chi volesse cercare le suddivisioni per singoli giorni del canone, le trova in slavo ecclesiastico QUI. Per la traduzione, invece, invito a fare riferimento a questo sito. Faccio presente che tra le tre versioni potrebbero esserci delle minime variazioni testuali (per esempio, nel testo slavo vi sono alcuni tropari che non compaiono nel testo greco perché considerati spurii).

Allego anche due video di celebrazioni del Grande Canone, una in slavo (officiata dal Patriarca di tutte le Russie Kirill) e una in greco (ma senza immagini). Si tenga conto che nelle ferie del tempo quaresimale gli slavi utilizzano i paramenti neri in segno di macerazione della carne, mentre i greci usano il viola per indicare la penitenza come i latini.



domenica 11 febbraio 2018

S. Rosario per le elezioni politiche italiane del 4 marzo

Segnaliamo questa bella iniziativa indetta dai 'nostri' fedeli di S. Simon Piccolo a Venezia, una "campagna elettorale di preghiera" perché Iddio ci dia la grazia di avere un prossimo governo che non promuova le ideologie anticristiane, ma viceversa difenda la famiglia e i valori non negoziabili. Non vuol essere un'opera di sostegno a nessun partito politico nello specifico, ma vuole essere un'ardente supplica a Nostro Signore Domineiddio perché l'Italia non cada di nuovo nelle mani dei nemici della Chiesa. Ciascuno partecipi come può a questa campagna, tenendo conto che:
1) Nostro Signore ha detto 'picchiate e vi sarà aperto, chiedete ed vi sarà dato'.
2) Lo scopo è chiedere un governo migliore fra tutti quelli possibili, non un governo specifico, ma uno che (nella peggiore delle ipotesi) non sia anticristiano, o (nella migliore) difenda i valori fondamentali.
3) Si deve aver fede nell'onnipotenza della Provvidenza divina.
4) Scopo di tale campagna è anche la conversione dei politici peccatori e persecutori della Chiesa.
Quale coronamento dell'edificio, proponiamo a tutti i cristiani italiani di buona volontà di unirsi al S. Rosario indetto dai fedeli veneziani, uniti in quest'ardente supplica alla Santissima Trinità.
Ad majorem Dei gloriam!


Comunicato dei fedeli di S. Simeon Piccolo

Carissimi tutti,
il modesto, ma tenace coetus di San Simon Piccolo in Venezia con la collaborazione Fraterna della Parrocchia Romana della nostra simpaticissima Dorotea, sono lieti di invitarvi a partecipare, comodamente da casa vostra, alla recita di un Santo Rosario congiunto, ovvero ad un Rosario recitato in diretta o se preferite in simultanea domenica 25 febbraio alle ore 19.00. Il nostro caro Padre Joseph, qualche minuto prima, impartirà su di noi una breve ma particolare e Paterna Benedizione.
Il senso che ci spinge ad invocare la Santissima Vergine Maria in questo modo particolare è legato alle elezioni politiche che si terranno esattamente la domenica sucessiva 4 marzo 2018.
Ora, è sotto gli occhi di tutti la fallimentare azione di governo di un sinistra tecnocratica, massonica e perversa che da anni non ci ha permesso di votare, legalizzando, per lo più, una serie di abomini che mai si erano visti nella nostra povera Repubblica Italiana. 
E' innegabile che lo schieramento opposto di destra non sia frequentato da Santi o Immacolati; tuttavia, qualcosa di buono e sano c'è ancora, qualcosa che ha il coraggio di andare ancora contro corrente per salvaguardare i Sani valori Cristiani. In virtù di ciò noi siamo propensi ad appoggiarlo con la Speranza che Lo Spirito Santo faccia il resto.
Del resto, ora che abbiamo questa possibilità e votare è un dovere morale e civile, cerchiamo almeno il male minore mettendoci, naturalmente, nelle mani di Dio e sotto il manto della Santissima Vergine Maria: Auxilium Christianorum!

Vi allego, per unificare la comune preghiera e per chi ne fosse sprovvisto, un libretto in pdf stampabile del Santo Rosario che sarà recitato in Latino. Tale vi tornerà utile anche per un prossimo futuro.
Inoltre al termine del Santo Rosario chiuderemo con un Preghiera composta appositamente per questa occasione da mani esperte di un tempo passato, ma che risulta di una attualità a dir poco strabiliante.
Vi invito, inoltre, unitamente alle intenzioni sopra citate, a pregare per la Santa Chiesa: Cattolica ed Apostolica Romana, affinchè i Pastori possano salvaguardare sempre il Sacro Deposito della Fede ricordando sempre: Lex orandi, Lex Credendi.
Tradere et non tradire!
Con l'occasione vi auguro una buona serata e che il Signore vi ricolmi sempre di copiose Grazie Celesti.

In Cordibus Sacratissimis Jesu et Mariae.

Antonius et fratres Simonenses


Link da cui scaricare il testo latino del S. Rosario

Testo della preghiera per le elezioni politiche

PREGHIERA PER LE ELEZIONI POLITICHE

O Dio Onnipotente ed Eterno abbattete le ideologie comuniste, liberali, rivoluzionarie, massoniche e anticristiane che tanti danni hanno arrecato all’umanità , convertite coloro che sono stati catturati da tali falsità e sconfiggete le forze politiche che su tali ideologie si basano, sicché non abbiano più potere per fare il male; in particolare fate che alle prossime elezioni in Italia le formazioni politiche basate su tali idee siano sconfitte, Ve lo chiediamo sotto la mozione dello Spirito Santo, per Cristo nostro Signore. Amen.

O Padre che in Cristo Signore ci donaste la Vostra Verità, per la dolorosissima Passione del Vostro Divin Figliuolo, ch’è morto per la salute di tutti, come pure de’ bimbi ancora in grembo, fate che in Italia crollino le forze politiche che si oppongono alla Vostra Santa Chiesa e alla Sua Dottrina, fate che siano sconfitte alle prossime elezioni. Voi o Dio siete Onnipotente, e tutto è nelle Vostre mani, compite dunque questa opera che Vi domandiamo mossi dal Vostro Spirito, per Cristo nostro Signore. Amen.

Madre nostra SS.ma, Maria, otteneteci da Dio la sconfitta delle forze politiche anticristiane e aiutateci a farle crollare definitivamente. Voi conoscete perfettamente quanti Vostri figli sono stati martirizzati e quanti muoiono, in nome del comunismo , delle ideologie massoniche e più in genere delle ideologie anticristiane: non permettete dunque che i seguaci di queste ideologie vincano nelle prossime elezioni politiche, non permettete che guidino l’Italia uomini a Voi avversi, arrestate con la Vostra Potente Mano le forze che vogliono giustificare i peccati più abominevoli e fate trionfare nella nostra patria, sempre più efficacemente, la Verità di Cristo.

Oh Signore, per intercessione della Vostra Madre Santissima:
dall’ateismo, dalla immoralità che le ideologie anticristiane portano con sé, liberateci!
Da governanti ispirati a ideologie anticristiane, liberateci!
Dalla vittoria delle forze politiche anticristiane, liberateci!
Dai peccati contro la vita nascente, liberateci!
Dall’ammissione pubblica e legale de’ peccati impuri contro natura, liberateci!
Da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberateci!
Dalla facilità di calpestare i Comandamenti di Dio, liberateci!
Dai peccati contro lo Spirito Santo, liberateci!

Accogliete, o Madre di Cristo, questo grido carico della sofferenza di tanti uomini e in particolare, di tanti piccoli esseri umani uccisi a causa delle ideologie comuniste, radicali, liberali e anticristiane; si riveli, ancora una volta, nella storia del mondo, l’infinita Potenza dell’Amore Misericordioso del Vostro Figliuolo! Che Esso fermi il male, trasformi le coscienze, sconfigga le forze politiche anticristiane!

Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio, contra nequitias et insidias diaboli esto
praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur. Tuque, princeps militiae coelestis, Satanam
aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in
infernum detrude.

S. Giuseppe , terrore dei demoni, intercedete per noi presso Dio. Intercedete per noi o nostro Fortissimo Protettore affinché crollino e siano sconfitte le potenze demoniache e rifioriscano nei giovani la Fede, la Purezza, la Santa Moralità, la Vera Carità. Amen.

O Angelico Precursore del Signore Gesù, S. Giovanni Battista, intercedete per noi. Donate la Vostra forza ai sacerdoti, ai vescovi perché possano guidare il gregge loro affidato ad abbattere con la forza della preghiera e della mortificazione le potenze umane e diaboliche che tanto male vogliono e possono fare nel nostro paese.

O Santi Martiri uccisi a causa delle ideologie anticristiane in odio alla Verità di Cristo, intercedete per noi, per l’Italia, per l’Europa, per il mondo affinché le forze politiche che su tali ideologie si basano siano sconfitte e regni finalmente incontrastato Cristo Signore.

S. Pio da Pietrelcina , invincibile baluardo contro il demonio, intercedete con potenza per noi presso
Dio. Voi che in vita tuonaste contro le ideologie anticristiane e contro i loro simpatizzanti, pregate
ora per noi affinché scompaiano l’ateismo e l’immoralità che queste ideologie e le forze politiche a loro unite hanno portato, e torni nei cuori la Fede, la Preghiera, la Luce di Dio e la Carità. Non permettete che i comunisti, i radicali, i liberali, i massoni e gli altri politici anticristiani vincano nelle prossime elezioni in Italia, ma, con la Forza di Dio, fate che siano sconfitti e convertiti a Cristo, a Maggior Gloria di Dio.

O Dio Padre nostro, Sorgente di Speranza e di Vita, illuminate e proteggete la nostra Patria, sulla quale Vi degnaste ne’ secoli di effondere il Vostro Spirito in tanti segni della Vostra Benevolenza; deh fate che i cittadini e i governanti mantengano saldi i fondamenti della civiltà cristiana, di cui si è fatto garante Cristo nostro Redentore, e proclamino in ogni cosa la Regalità Assoluta dello stesso Signor nostro Gesù Cristo, Iddio, ne’ secoli de’ secoli. Amen.

Sancta Maria, ora pro nobis.
Sancta Maria, intercede pro nobis ad Dominum Jesum Christum.
Ave Maria etc.

Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Non è qui necessario rimembrare la grandissima utilità spirituale del digiuno come pratica di penitenza e mortificazione, i frutti che esso porta, e la necessità di praticarlo da parte dei Cristiani. Sin dai primi tempi, distaccandosi dagli usi giudaici, fu stabilito che i Cristiani non avessero cibi proibiti di per sé, ma dovessero osservare un rigoroso digiuno due volte alla settimana, il mercoledì (giorno del tradimento) e il venerdì (giorno della Crocifissione); a questi si aggiunse anche il sabato nella tradizione latina. Contemporaneamente, è invalso anche l'uso di osservare dei periodi di digiuno, periodi che servono a preparare spiritualmente e fisicamente il fedele alla celebrazione dei grandi misteri della Religione. Già dal IV secolo, come attesta S. Atanasio, era uso di osservare 40 giorni di digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua, donde il nome di Quadragesima o Τεσσερακοστὴ.

I primi cristiani praticavano il digiuno quaresimale per 40 giorni di seguito (anche se sabati e domeniche non erano considerati giorni di digiuno, e per questi i giorni reali erano almeno 46, da cui si dovevano poi sottrarre i sopraddetti giorni liberi), seguendo una dura regola che ci viene descritta per filo e per segno in alcuni documenti del X secolo (riferentesi di per sé al digiuno per chi si preparava a ricevere gli Ordini Sacri), riassumibile in tre punti principali:
  • Un pasto solo al giorno, consumato rigorosamente dopo il tramonto
  • Divieto di consumo di qualsiasi prodotto di derivazione animale (carne, uova, latticini, grassi animali etc.)
  • Divieto di consumo di alcolici
Ciò che stupisce, leggendo le cronache antiche, è che chiunque, persino il contadino che lavorava nei campi per ore e ore anche durante la Quaresima, osservava rigorosamente il digiuno. La struttura fisica degli uomini di un tempo era sicuramente molto più robusta di quella dei nostri contemporanei, per permettere loro di compiere duri lavori a stomaco vuoto e senza proteine animali, potremmo dire; resta nondimeno il fatto che in Occidente si è visto un progressivo ammorbidimento delle normative circa il digiuno, alla qual cosa può essere (a mio modesto parere) imputabile anche l'indebolimento generale della nostra struttura fisica, che oggi fatica alquanto a restare senza determinati cibi per giorni e giorni, o senza cibo anche solo per poche ore. La debolezza di fisico è infatti la conseguenza della riduzione del digiuno, non già la causa, che va ricercata nello zelo scemante della società. Il punto di arrivo è l'assurdo digiuno prescritto dalla costituzione apostolica Paenitemini emanata da Papa Montini nel 1966, peraltro ad oggi messa in pratica da ben pochi tra i cattolici moderni, a dispetto dell'estrema rilassatezza del digiuno da essa previsto. Limitandosi ad osservare le norme per la Quaresima, ignorando il resto dell'anno, possiamo notare che per i cattolici conciliari i giorni di digiuno durante la Quaresima si riducono da 40 a 2, più 6 astinenze senza digiuno. Questa aberrazione, per cui possiamo realmente dire che i cattolici moderni non hanno né un vero digiuno né una vera Quaresima, dimostreremo qui come essa da una parte discenda effettivamente da una progressiva rilassatezza nella pratica diffusasi nel mondo occidentale, ma dall'altra rompa completamente con la tradizione, abolendo quasi del tutto le già permissive regole promulgate appena mezzo secolo prima da Papa S. Pio X. Le norme paoline, infatti, altro non sono che l'ufficializzazione delle disposizioni date in tempo di guerra da Pio XII (1941), le quali dovevano però inizialmente avere il carattere della temporaneità, e soprattutto erano riferite a una società attanagliata da un conflitto mondiale, non certo alla società dei consumi di oggi.

Il digiuno nella tradizione bizantina

Per un un debito confronto, reputo anzitutto utile presentare le regole tuttora seguite dai cristiani d'Oriente, e cattolici e ortodossi, le quali ricalcano in modo pressoché identico le consuetudini originarie del Cristianesimo primitivo.
Dopo un periodo preparatorio (una settimana senza carne, ma con licenza di uova e latticini anche di mercoledì e venerdì), che termina con la Domenica dei Latticini, s'inizia dal primo giorno della Grande Quaresima a seguire quotidianamente la regola del digiuno stretto, che comporta l'astinenza da carne e derivati, uova, latticini, pesce, vino e olio d'oliva. Il sabato e la domenica non sono giorni di digiuno secondo la tradizione orientale, ma le sue regole sono talmente strette che prevedono in questi giorni solo la licenza di olio e vino (nonché di pesce nella tradizione slava), e continuano a prescrivere l'astinenza dai cibi di derivazione animale. La stessa regola 'moderata' si segue anche in alcuni giorni festivi che cadono durante la Quaresima, come l'Annunciazione ο il miracolo di S. Teodoro di Amasea.
Ai fedeli non è richiesto di fare un solo pasto al giorno, cosa che invece è praticata dai religiosi; i più zelanti, e specialmente i monaci, solo durante la I settimana, non toccano cibo dal lunedì mattina fino al mercoledì sera (quando fanno un pasto dopo la Liturgia dei Presantificati), e poi di nuovo fino a venerdì sera (sempre dopo la Liturgia).
Durante la Settimana Santa, invece, alla sera del giovedì, prima dell'Ufficio dei XII Vangeli, si fa idealmente l'ultimo pasto, poiché durante il Venerdì non è concesso nemmeno ai fedeli di prendere alcunché; tutt'al più, per sostenersi, può esser concesso di prendere della frutta e un po' di vino al sabato mattina, dopo la Divina Liturgia della Prima Risurrezione. Il digiuno cessa dopo gli uffici della notte di Pasqua.

Evoluzione del digiuno nella tradizione occidentale

Per analizzare invece la complessa evoluzione del digiuno in Occidente, che non ha mantenuto la fissità di quello orientale, ci baseremo sui seguenti testi: le Regole dei primi Padri (e.g., S. Cesario, S. Benedetto), la Summa Theologiae di S. Tommaso d'Aquino, i manuali di teologia e penitenza di diverse epoche (P. Scarsella per il '500-'600, P. Corella per il '600-'700, P. Righetti per l'800), e infine il Codex Juris Canonici del 1917.

Come norma generale, sancita già da S. Tommaso, giova ricordare che l'astinenza in Occidente obbligava dai sette anni in poi, il digiuno dai ventuno ai sessantacinque. Inoltre, differenza fondamentale rispetto alle usanze orientale, in Occidente fu sempre consentito il consumo di pesce e simili animali a sangue freddo (come rane, molluschi, tartarughe, ecc.), poiché le loro non erano usualmente considerate carni. Gli anfibi vengono trattati secondo la categoria alla quale assomigliano di più, in accordo alla classificazione aristotelico-tomistica. Infine, in Occidente solo le domeniche sono giorni liberi dal digiuno, ma in essi non si osserva il 'digiuno moderato' di stampo orientale, ma è lecito di mangiare qualsivoglia quantità e qualità di cibo.

I Padri d'Occidente attestano che le regole da osservarsi all'interno dei monasteri (che prevedevano anche diversi giorni della Quaresima durante i quali non si mangiava alcunché), assomigliavano parecchio a quelle dei monaci bizantini; in Settimana Santa, poi, era uso di cibarsi solo di pane ed erbe salate. Simile era anche il digiuno praticato dai fedeli, con l'aggiunta della pratica di consumare quotidianamente un solo pasto, dopo il Vespero. Ancora fino alle riforme del 1955, del resto, forse più per relitto che per pratica vera e propria, le rubriche del Breviario Romano, al Vespero del sabato avanti la I domenica di Quaresima, riportano che hodie et deinceps usque ad Sabbatum sanctum, exceptis diebus dominicis, Vesperae dicuntur ante comestionem, etiam in Festis (oggi e d'ora in avanti fino al Sabato santo, tranne le domeniche, i Vespri si dicono prima di prender pasto, anche nelle Feste)
Proprio su questo aspetto s'iniziò, sin dall'alto Medioevo, a ricamare 'sofismi' che avrebbero poi portato all'alleggerimento del digiuno. Per esempio, dal X secolo, nei monasteri iniziarono a cantare Vespro in Quaresima all'ora nona, per poter prendere subito dopo la refezione; nel giro di pochi secoli, l'ufficio vespertino fu anticipato addirittura al mezzogiorno, tanto che S. Tommaso avverte che non è lecito, né ai religiosi né ai fedeli, di consumare il pasto prima di mezzodì. Con l'anticipazione del pasto, non dovette passare molto tempo perché (nel XIV secolo) venisse introdotta la possibilità di compiere una 'refezioncella' alla sera, la quale sarà, nei secoli successivi, quantificata dai moralisti in circa 250 grammi (i più severi, come l'Arregui, concedevano solo di mangiar pane in questa refezione; la maggioranza, cionondimeno, ammetteva qualsiasi cibo non proibito dalla legge dell'astinenza). Nel frattempo, s'inizia anche a normare cosa si possa prendere fuori pasto. Già la tradizione antica e bizantina ammetteva che l'assunzione di liquidi durante i giorni di digiuno fosse lecita (escluso ovviamente il latte); i moralisti stabilirono che era lecita qualsiasi bevanda presa per dissetarsi o riscaldarsi, giammai per nutrirsi. Alcuni ammettevano di poter sciogliere dello zucchero o un po' di confettura all'interno della bevanda (sempre a patto che lo scopo fosse di addolcirla per renderla bevibile, e non di darsi nutrimento); particolarmente noto è l'aneddoto che vuole che Papa S. Pio V abbia fatto rientrare la cioccolata calda tra le bevande lecite, in quanto, essendone restato disgustato, l'aveva sentenziata come una 'penitenza aggiuntiva' (si deve tener conto, anche nell'osservanza di questo indulto, che la cioccolata dell'epoca era rigorosamente amara). Iniziano a studiarsi debitamente anche tutti i casi in cui si commetta peccato nel rompere il digiuno (p.e., quanta carne o quanto cibo fuori pasto lo rompa; chi possa esser scusato dal non aver osservato il digiuno, etc.). Compaiono tra il XVI e il XVII secolo le istruzioni circa la concessione delle dispense, concesse ordinariamente dai Parroci o dai Confessori, di poter consumare uova e latticini; rare sono invece quelle che svincolano dall'obbligo di digiunare, o di non consumare carne. Compaiono anche alcune dispense 'nazionali': in Spagna fu per esempio fu permesso su tutto il territorio nazionale di consumare uova e latticini in alcuni giorni della Quaresima; ai conquistadores in Messico fu concesso di consumare carne di topo, non essendovi altro mezzo di sostentamento per essi.
Ai primi dell'Ottocento il Righetti attesta due cose: la progressiva diminuzione dello zelo nell'osservare il digiuno (più volte nel suo manuale paragona i rilassati costumi dei suoi contemporanei a quelli molto più osservanti degli Orientali); l'introduzione di una nuova refezione lecita, ossia una piccola colazione al mattino (quantificata in 60 grammi) per darsi le energie necessarie a svolgere il proprio lavoro durante la mattinata. Con quest'ultima concessione, di fatto il 'digiuno' non ha più (se non nella sua formulazione teorica sine licentiis) il suo significato originale e antico di un solo pasto durante il giorno, ma indica piuttosto una certa riduzione della quantità di cibo consumate in due dei tre pasti quotidiani, e l'astenersi da prender cibo fuor da tali tre refezioni.
Verso la fine del XIX secolo la pratica appare assai abbandonata: a titolo d'esempio, quasi tutti i paesi godono di una licenza, parziale o totale, dall'astinenza da uova e latticini; gli Stati Uniti ottengono nel 1887 addirittura il permesso di consumare carne nel pasto principale di lunedì, martedì e giovedì, e di usare grassi animali tutti i giorni.

Queste son dunque le premesse che portarono alla nuova normativa del digiuno, stabilita da S. Pio X agl'inizj del XX secolo, e riportata dapprima nel suo Catechismo, e indi nel Codice di Diritto Canonico di cui egli iniziò la redazione, portata a compimento tre anni dopo la sua morte dal successore Benedetto XV. Si trattò infatti, più che di una 'rivoluzione normativa', di riscrivere in una forma più semplice la norma già allora osservata, recependo l'effetto di tutti quegl'indulti oramai globalmente diffusi.
Viene dunque sostanzialmente mantenuto l'obbligo del digiuno quotidiano, con annessa possibilità di refezioncella e colazione supplementari, mentre l'astinenza delle carni viene ridotta ai soli mercoledì, venerdì e sabati della Quaresima (mentre negli altri giorno sono lecite solo al pasto principale). Le uova e i latticini, precisa letteralmente, non sono mai proibite dalla nuova legge dell'astinenza. Scompaiono anche le prescrizioni particolari per la Settimana Santa, che a dire il vero erano state ignorate, e probabilmente dunque sostituite dall'estensione delle norme del resto della Quaresima, già da qualche secolo.

In conclusione, ritengo che al momento, viste le mutate condizioni fisiche e le abitudini contratte, sarebbe per gli Occidentali molto difficile ritornare alla purezza e al rigore del digiuno quaresimale della tradizione antica e bizantina; essi però, guardando con sana invidia all'esempio dell'Oriente che continua tutt'oggi ad osservare questa dura regola, dovrebbero applicarsi massimamente nell'osservazione del digiuno almeno secondo le norme promulgate da Papa San Pio X. Escludo a priori che seguire la regole del '66, improntate alla nuova mentalità 'facile' dei modernisti, possa portare mai un qualche frutto spirituale.
Digiunare non è infatti, come qualcuno vuol far credere, una pratica desueta, consuetudinaria ma sterile, solo esteriore e simbolica, ma è al contrario una delle pratiche ascetiche più efficaci, più probanti, più fruttuose, più vere. E solo un digiuno duro, sincero, magari praticato nel segreto, non senza fatica, unitamente alla preghiera ardente, umile e incessante, e alla carità in nome di Dio, è la chiave infallibile che un Cristiano possiede per poter vincere il demonio e le passioni e giungere purificato all'unione con il Signore nei Suoi misteri di Passione, Morte e Risurrezione.

Buona Santa Quaresima!

sabato 10 febbraio 2018

Una torre sulla Montagna dell'anima (Marco Merlini)

da Marco Merlini, "Un monastero benedettino sul Monte Athos - X-XIII secolo", Tipografia Editrice Santa Scolastica, 2017

Il seguente brano è l'incipit dell'interessante succitata pubblicazione di Marco Merlini, volta a studiare la storia del monastero di Apothkion (Amalfion), una sorte di enclave di rito latino, con spiritualità benedettina, sopravvissuta (e anzi cresciuta fino ad ottenere il titolo onorifico di 'monastero imperiale') nella roccaforte del cristianesimo bizantino, persino per parecchi anni dopo lo scisma (la fine dell'esperienza monastica occidentale sull'Athos si data tradizionalmente 1308, a causa di incursioni piratesche).
In questo brano, liberamente messo a disposizione dall'autore, tuttavia, non si affronta già la questione del monastero benedettino, ma si fornisce una piacevole e sintetica panoramica della Montagna Sacra come ci appare oggi, oasi di spiritualità cristiana antica e ascetica nell'incubo frenetico della modernità senza Dio.

La torre è alta, merlata, massiccia e quadrangolare. Si erge solitaria su una collina di una settantina di metri e controlla il mar Egeo. Da lontano, questo capolavoro architettonico post-bizantino sembra sbocciare dal grigio-verde della fitta macchia mediterranea. Sotto, si apre un’incantevole baia a falce di luna compresa tra i promontori di Kosari e Kophos. Nove secoli fa, vi attraccavano navi di grande stazza provenienti da tutto il Levante e soprattutto da Costantinopoli. Oggi è sfregiata acusticamente da una segheria nostop. Lungo la costa, a corona del fantasmatico porticciolo, sono disseminate alcune abitazioni pericolanti di eremiti. Siamo sulla costa orientale del Monte Athos (Agion Oros), a metà strada fra i monasteri della Grande Lavra e di Karakallou. Il mitico Monte Athos è il più antico e anche l’ultimo Stato monastico di fede cristiano-ortodossa nel mondo (1). Se la Montagna incantata
è racchiusa entro un’impervia penisola nel nord-est della Grecia non per questo è greca, ma appartiene a un altrove radicato in un diverso spazio e in un diverso tempo. Agion Oros è un mondo
a sé dal punto di vista geografico-territoriale, politico-istituzionale ed economico. A partire dal rimanere riservato ai soli maschi e dal paradosso di essere una terra inaccessibile via terra (2).
Dal punto di vista geografico-territoriale, la penisola del Monte Athos si presenta come uno zoccolo lungo e sottile di rocce, con la forma di un dito storpiato. Culmina nella sua propaggine meridionale con un’imponente montagna piramidale di 2033 metri che si proietta direttamente da un mare profondo e burrascoso verso le vertigini celesti. Questo territorio scosceso è fisicamente separato dal resto del pianeta da uno stretto istmo, mura e recinzioni invalicabili, un’impenetrabile macchia mediterranea fino a pochi anni orsono incontaminata e torrenti che segnano gole profonde. Agion Oros gode nel suo insieme di una perfetta autonomia e sovranità territoriale. L’enclave monastica ortodossa è una terra indipendente anche per le leggi internazionali, pur in assenza di un esercito per rimarcarlo. Ci pensa la Grecia a garantirne l’inviolabilità, fornendo soldati alle frontiere e mezzi navali a sorveglianza delle coste. In coerenza con un’extra-territorialità sui generis, il controllo del Monte Athos è deputato al Ministro degli Esteri e i residenti (solo monaci) non rispondono alla Chiesa greca, ma direttamente al Patriarcato ecumenico di Istanbul, per loro ancora Costantinopoli. Attualmente vi dimorano circa 2.100-2.200 religiosi. Vengono giornalmente ammessi 110 pellegrini ortodossi e 10 non ortodossi. Il visitatore non può mettere piede nella repubblica teocratica maschile se non munito di apposito lasciapassare (il dhiamonitirion). Deve superare occhiuti controlli doganali. E non si può fermare più di tre notti. In questa terra irrorata di preghiere, il trattato di Schengen non vale. Così come la normale scansione del tempo. Gli orologi abbracciano ancora l’orario bizantino secondo il quale il nuovo giorno e il conto delle ore iniziano dal tramonto, considerato il momento nobile della giornata. Il giorno comprende così l’intervallo di tempo fra un tramonto e l’altro, in una sequenza di 24 ore. La sera precede la mattina, ad Agion Oros. I monasteri principali sono venti, tutti sorti per decreto imperiale e patriarcale (3). Essi si suddividono l’intero territorio, sono dotati di autonomia e autogoverno e sono in fiero antagonismo fra di loro. Restano comunque soggetti a norme di carattere generale e alla Sacra Comunità del Santo Monte, composta dai venti rappresentanti dei monasteri, che si riunisce periodicamente nella piccola capitale al centro della penisola, Karyes (4). I monasteri athoniti sono più simili a villaggi medioevali fortificati, con massicce e turrite mura di cinta, che ad abbazie. Molte delle pietre di fortificazione, come quelle dell’alta torre quadrangolare dalla cui visione abbiamo preso le mosse, sono state innalzate oltre mille anni orsono. Sin dall’inizio, non ebbero soltanto un compito protettivo contro eserciti stranieri e incursioni di pirati, ma anche una funzione comunicativa. Servivano a rispecchiare e ricordare l’intima natura di istituzioni che sono state e continuano a essere sovrane, auto-sufficienti e totalizzanti nei confronti sia degli abitanti permanenti (i monaci) che degli ospiti occasionali (i pellegrini) (5). Molti monasteri sono scenograficamente costruiti a picco sulla scogliera, altri sulle prime pendici del monte. Tutti sono circondati da una boscaglia compatta e da rocce invalicabili; sono separati da diverse ore di cammino l’uno dall’altro anche se spesso sono a contatto visivo. Al Monte Athos, particolare attenzione viene posta al culto delle reliquie, caro alla religiosità cristiana antica. La penisola dei monaci è uno scrigno di sacri resti. I più favoleggiati sono innumerevoli frammenti dell’instrumentum mortis a cui è stato inchiodato Gesù, la cintura di cammello che la leggenda certifica sia stata auto-prodotta e indossata dalla Vergine Maria che poi la regalò a un incredulo Tommaso, i tre nobili doni dei Re Magi (oro, incenso e mirra), numerose porzioni di San Giovanni Battista, la mano incorrotta, calda e profumata di Maria Maddalena, la gamba di Sant’Anna e il cranio di San Basilio Magno. Il solo monastero di Vatopedi conta circa un migliaio di reliquie estratte da circa 150 santi certificati. Senza contare le decine e decine di frammenti scheletrici di monaci athoniti defunti in odore di santità.

Note dell'autore
(1) Con i suoi 389 kmq, l’enclave teocratica maschile è paragonabile alle più minuscole province italiane (Prato si sviluppa su kmq 365, Trieste solo su 212) o a una media cittadina (Matera ha una grandezza di 388 kmq, Arezzo di 386).
(2) Vi si arriva solo in barca, approdando nel porticciolo di Dafni. Ogni monastero ha comunque un piccolo approdo, con una torre fortificata a proteggere magazzini ed edifici a uso della marina. L’isolamento dovuto alla conformazione naturale della penisola e l’attraversamento di un tratto spesso tempestoso del Mar Egeo concorrono a trasformare il tragitto in un viaggio iniziatico, un colpo di forbici alla realtà “cosmopolita” e profana per approdare in una terra sacra e “diversa”. La sensazione è ancora più netta d’inverno, quando la montagna è offuscata da una corona nebbiosa grigio-chiara che ne lascia intravedere solo la nerastra, fantasmatica silhouette triangolare.
(3) Robinson, 1916: 11.
(4) Id., 1916: 11-21. Dawkins, 1936: 153. Gothóni, 1993: 18-19.
(5) Sarris, 2000: 29.

venerdì 9 febbraio 2018

Ὕμνος εἰς τὴν Ἐλευθερίαν - I parte

La bandiera greca (a sinistra) e quella bizantina (a destra).
Quasi tutti gli edifici pubblici, ma anche le chiese, espongono
questi due indissolubili vessilli: quello greco, composto da
nove bande (quante le sillabe del motto nazionale,
ελευθερία ή θάνατος, "libertà o morte") bianche e blu, e dalla
croce greca, rappresenta la nazione ellenica; quello giallo con
l'aquila bifronte rappresentava l'Impero Romano e ora
rappresenta la Chiesa Ortodossa: l'unione indissolubile di
queste due bandiere, issate su aste culminanti con una croce,
rappresenta l'incrollabile fede cristiana della nazione greca.
In occasione della giornata mondiale della lingua greca, pubblico alcune strofe del poeta nazionale Dionysios Solomos (1), tratte dal suo poema patriottico Ὕμνος εἰς τὴν Ἐλευθερίαν, scritto nel 1823 sull'onda dell'entusiasmo per la da poco incominciata guerra d'indipendenza ellenica; tale poema, con la musica scritta nel 1828 da Nikolaos Mantzaros, diverrà poi, dopo l'indipendenza, l'inno nazionale. Il poema consta di 158 strofe (ancorché oggi siano utilizzate solo le prime due), di cui pubblichiamo qui le prime 16 strofe.

Dionysios Solomos, patriota di salda fede cristiana, come tutti i patrioti greci (2), a differenza di altri 'patrioti' contemporanei, decora i suoi poemi con moltissimi riferimenti alla propria tradizione religiosa (ancorché da queste prime strofe non sia completamente evidente): la guerra d'indipendenza, sin dalla comparsa dei primi gruppi 'sovversivi', κλέφτες e αρματολοί, era infatti vista come la rivalsa della Vera Religione sull'oppressore maomettano che da quattrocento anni occupava l'avito suolo; quattrocento anni, peraltro, durante i quali il patrimonio della cultura e della lingua elleniche poterono sopravvivere, nonostante i divieti e le restrizioni del 'tollerante' impero ottomano, solo grazie allo zelo e all'azione clandestina dei monaci ortodossi.

(1) Breve epitome sulla carriera del poeta nelle note a questo articolo.
(2) Si faccia attenzione a non cadere nell'errore di considerare l'indipendentismo greco sulla base di quel sentimento liberista e paganeggiante degl'intellettuali romantici europei (per citare un esempio notissimo, l'inglese Lord Byron): essi cercarono d'imporre, con la loro ingombrante azione esterna (che giunse persino a mettere una mai amata dinastia tedesca sul trono ellenico), il mito della ricostruzione di uno stato dell'età classica, mentre il popolo e gl'intellettuali greci avevano piuttosto il mito della ricostruzione di uno stato bizantino e cristiano. Per citare un esempio architettonico, che però riflette una mentalità politica e religiosa sottostante, il Πανεπιστήμιο, il complesso universitario di Atene, costruito dagli europei subito dopo la liberazione della città in stile neoclassico con tanto di statue di divinità pagane, fu a lungo contestato dagli Ellenici, che avrebbero preferito uno stile medievale-bizantino. Purtroppo, le manie anticristiane occidentali iniziavano già a farsi sentire...


Ὕμνος εἰς τὴν Ἐλευθερίαν
Traduzione italiana di anonimo ottocentesco.

Σὲ γνωρίζω ἀπὸ τὴν κόψη 
τοῦ σπαθιοῦ τὴν τρομερή, 
σὲ γνωρίζω ἀπὸ τὴν ὄψη, 
ποῦ μὲ βία μετράει τὴ γῆ.

Ἀπ᾿ τὰ κόκαλα βγαλμένη 
τῶν Ἑλλήνων τὰ ἱερά, 
καὶ σὰν πρῶτα ἀνδρειωμένη, 
χαῖρε, ὢ χαῖρε, Ἐλευθεριά!

Ἐκεῖ μέσα ἐκατοικοῦσες 
πικραμένη, ἐντροπαλή, 
κι ἕνα στόμα ἀκαρτεροῦσες, 
«ἔλα πάλι», νὰ σοῦ πῇ.

Ἄργειε νά ῾λθη ἐκείνη ἡ μέρα 
κι ἦταν ὅλα σιωπηλά, 
γιατὶ τά ῾σκιαζε ἡ φοβέρα 
καὶ τὰ πλάκωνε ἡ σκλαβιά.

Δυστυχής! Παρηγορία 
μόνη σου ἔμεινε νὰ λὲς 
περασμένα μεγαλεῖα 
καὶ διηγώντας τα νὰ κλαῖς.

Καὶ ἀκαρτέρει, καὶ ἀκαρτέρει 
φιλελεύθερη λαλιά, 
ἕνα ἐκτύπαε τ᾿ ἄλλο χέρι 
ἀπὸ τὴν ἀπελπισιά,

κι ἔλεες «πότε, ἅ! πότε βγάνω 
τὸ κεφάλι ἀπὸ τς ἐρμιές;» 
Καὶ ἀποκρίνοντο ἀπὸ πάνω 
κλάψες, ἅλυσες, φωνές.

Τότε ἐσήκωνες τὸ βλέμμα 
μὲς στὰ κλάιματα θολό, 
καὶ εἰς τὸ ροῦχο σου ἔσταζ᾿ αἷμα 
πλῆθος αἷμα ἑλληνικό.

Μὲ τὰ ροῦχα αἱματωμένα 
ξέρω ὅτι ἔβγαινες κρυφὰ 
νὰ γυρεύῃς εἰς τὰ ξένα 
ἄλλα χέρια δυνατά.

Μοναχὴ τὸ δρόμο ἐπῆρες, 
ἐξανάλθες μοναχή, 
δὲν εἶν᾿ εὔκολες οἱ θύρες, 
ἐὰν ἡ χρεία τὲς κουρταλῆ.

Ἄλλος σου ἔκλαψε εἰς τὰ στήθια 
ἀλλ᾿ ἀνάσασιν καμιὰ 
ἄλλος σοῦ ἔταξε βοήθεια 
καὶ σὲ γέλασε φρικτά.

Ἄλλοι, ὀϊμέ! στὴ συμφορά σου, 
ὅπου ἐχαίροντο πολύ, 
«σύρε νά ῾βρῃς τὰ παιδιά σου, 
σύρε», ἐλέγαν οἱ σκληροί.

Φεύγει ὀπίσω τὸ ποδάρι 
καὶ ὁλογλήγορο πατεῖ 
ἢ τὴν πέτρα ἢ τὸ χορτάρι 
ποὺ τὴ δόξα σου ἐνθυμεῖ.

Ταπεινότατή σου γέρνει 
ἡ τρισάθλια κεφαλή, 
σὰν πτωχοῦ ποὺ θυροδέρνει 
κι εἶναι βάρος του ἡ ζωή.

Ναί· ἀλλὰ τώρα ἀντιπαλεύει 
κάθε τέκνο σου μὲ ὁρμή, 
ποὺ ἀκατάπαυστα γυρεύει 
ἢ τὴ νίκη ἢ τὴ θανή!

Ἀπ᾿ τὰ κόκαλα βγαλμένη 
τῶν Ἑλλήνων τὰ ἱερά, 
καὶ σὰν πρῶτα ἀνδρειωμένη 
χαῖρε, ὢ χαῖρε, Ἐλευθεριά!
Te dal filo spaventoso - 
riconosco della spada,
E dal guardo bellicoso - 
che trascorre ogni contrada.

Dalle sacre ossa uscita - 
degli Ellen m'appari qua
Nella prisca tua statura - 
salve, oh salve, Libertà!

Dentro a quelle dimoravi - 
nel dolore peritosa.
Ed un labbro tu attendevi, - 
che dicesse: Oh, vieni e osa.

A venir tardava il giorno, - 
e silente tutto stava,
L'offuscavano minacce - 
e servaggio lo schiacciava.

Sfortunata! Ché restava - 
un conforto a te soltanto:
Le grandezze antiche a dire - 
e a narrarle pur nel pianto.

E aspettando e aspettando - 
liberale un' orazione,
Una man battea l'altra - 
per la gran disperazione.

E dicevi: quando, ahi, quando - 
levo il capo dallo speco?
E dall'alto rispondeva - 
di catene e pianti un'eco.

Ecco allor levavi un guardo - 
fosco e a' pianti mescolato
E intrideva la tua veste - 
greco sangue prodigato.

Con le vesti insanguinate - 
so che uscivi in guise ascose
A impetrare in stranie terre - 
nuove braccia generose.

Solitario il piè si mosse, - 
solitario il passo riede.
Ardue son tutte le porte - 
se 'l bisogno bussa e chiede.

L'uno pianse sul tuo petto, - 
l' altro un poco sospirò,
Altri ancor t'offrì rispetto - 
e crudele t'ingannò.

Altri ahimé a cui tue pene - 
eran gaudii voluttuosi
Orsù, va' e i tuoi figli trova, - 
vanne! dissero impietosi.

A ritroso il piede fugge - 
su le pietre e le cicorie,
Svelto corre e i campi calca - 
già preclari di tue glorie.

In abbietta umiliazione - 
chino sta 'l tuo capo mesto
D'accatton che batte agli usci - 
ed il viver gli è molesto.

Ma ora sì, contro si batte - 
ogni figlio tuo più forte,
E non cessa d' agognare - 
la vittoria ovver la morte.

Dalle sacre ossa uscita - 
degli Ellen m'appari qua
Nella prisca tua statura - 
salve, oh salve, Libertà!