domenica 30 aprile 2017

S. Caterina da Siena, patrona d'Italia

"Il peccato impuro contro natura fa schifo anche ai demoni"
(S. Caterina)



Oggi si celebra la festa di S. Caterina da Siena, vergine e mistica, proclamata Patrona d’Italia da Papa Pio XII nel 1939, e pertanto celebrata come solennità di I classe privilegiata in tutta la penisola italiana, tanto da prevalere persino sulle domeniche del tempo pasquale.
Caterina nacque a Siena nel 1347, ventiquattresima figlia di una numerosa famiglia di piccola borghesia, e trovò assai precocemente la sua vocazione mistica: già all’età di sei anni ebbe una visione, in cui le apparse Gesù stesso, in abiti pontificali e circondato dai Santi Pietro e Paolo (riferimento al problema del Papa che al tempo sedeva ad Avignone), e nella quale ella fu scelta misticamente in sposa dal Signore, consacrandosi già a quell’età a lui vergine. Negli anni successivi, la mistica senese intraprese sempre più duramente la via della perfezione cristiana, attraverso penitenze e privazioni: il suo confessore e cronista Raimondo da Capua ci riporta che ridusse sensibilmente cibo e sonno; una volta digiunò totalmente dalle Ceneri all'Ascensione, cibandosi di sola Eucaristia; da dodici anni smise di assumere carne e da sedici ogni cibo cotto; fece frequentemente uso del cilicio (che lo stesso Raimondo poi le proibì) e di frustate…
La Santa ebbe notevoli difficoltà nella famiglia a mantenere il suo rigore, giacché i genitori, non essendo informati della sua visione, non capivano perché rifiutasse sì tante cose. Caterina aveva anche provato a scappare di casa e a vivere come un’eremita in una grotta, ma all’età di sei anni non riuscì a portare avanti questo tentativo più di una notte. In particolare, dovette lottare duramente coi genitori circa il matrimonio, volendola essi maritare all’età di 12 anni. Caterina in realtà indugiò un po’ sulla proposta; poi, morta la sorella Bonaventura, convinta che fosse colpa sua, che aveva tradito il suo sposo indugiando ed ornandosi siccome le aveva detto la madre, intensificò ancora di più le penitenzesi tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò in casa. Raccontò anche ai genitori la visione: essi dapprima non le cedettero, ma un giorno il padre, vedendo una colomba bianca posarsi sulla testa di lei in preghiera, si convinse che ella era veramente una donna eletta da Dio.
Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (così dette dal mantello nero sull'abito bianco dei Domenicani); Caterina si avvicinò alle letture sacre pur essendo analfabeta. Al termine del Carnevale del 1367 si compiono, alla presenza di Maria e dei Santi, le famose mistiche nozze: Caterina da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo ormai vive in lei, ed ella trae ogni suo giovamento dalla strettissima comunione con Dio. Il suo desiderio del Signore era tale che, in un suo scritto, ci racconta di come ella si elevasse con brama ardente al cielo, mentre i demoni la trattenevano picchiandola e massacrandola, ma ella, giunta al cielo, fu presa da Dio che stampò il suo cuore su tutta la Chiesa. Caterina stessa descrive la sua esperienza come un «affogare nel sangue di Cristo». Contemporaneamente, nel 1370, Caterina iniziò ad essere accompagnata dalla “Bella brigata”, un gruppo di uomini e donne che la seguivano, la sorvegliavano nelle sue lunghe estasi, l'aiutavano in ogni modo nelle attività caritative e anche nella corrispondenza che gente di ogni parte intratteneva con lei. Nel 1375, secondo la Legenda Major, nella Chiesa di S. Cristina a Pisa ricevette le stimmate, che però le furono, su sua stessa richiesta, impresse nascostamente agli occhi di tutti. Contemporaneamente, iniziò un fitto scambio epistolare (aveva ella infatti imparato a leggere e a scrivere per ispirazione divina, non avendo avuto istruzione), arrivando a scambiare lettere con importanti sovrani (il re di Francia, di Napoli …), per dirimere questioni politiche che le stavano particolarmente a cuore, poiché la popolazione era gravemente colpita dalle continue guerre e dalle conseguenti epidemie e carestie. Il suo scambio forse più ricco e significativo è però con il Papa, “il mio Cristo in terra”, Gregorio XI, con il quale ella discusse lungamente dei più svariati temi (problemi e morale del clero, assegnazione delle sedi vescovili …), e finanche spinse con forza il già filoromano Pontefice a riportare nel suo luogo proprio, cioè a Roma, la sede papale, cosa che effettivamente fece nel 1377, nonostante, una volta giunto a Genova, i timori relativi ai disordini urbani e le pressioni di molti cardinali fossero sul punto di fargli cambiare idea, ma furono prontamente dissipati da Caterina. La Santa fu anche mediatrice politica tra la Repubblica di Firenze, colpita da interdetto per la sua politica antipapale, e la Santa Sede.
Nel Dialogo della Divina Provvidenza, la Santa ci lascia alcune preziose testimonianze delle sue visioni mistiche e del suo strettissimo rapporto con Gesù: una di queste, risalente al 1364 circa, racconta che, donato il suo mantello a Gesù apparsogli sottoforma di povero, la mistica ricevette in visione lo stesso Signore, che le donò il suo cuore per il quale lei sempre viveva.
Rese lo spirito la domenica dopo l’Ascensione, il 29 aprile 1380, ricevuti i Sacramenti e invocando spesso il Signore, col quale, così come era stata prodigiosamente unita in vita, restò unita anche dopo la morte.

Testi scelti

Caterina fu eccellente scrittrice di teologia, nonché autrice di diverse orazioni. Riportiamo anzitutto l’incipit del suo Trattato sulla Divina Provvidenza, il quale è una sintesi teologica veramente mirabile dell’economia salvifica di Dio, la quale dovrebbe essere subito insegnata nei catechismi:

Mandai el Verbo dell’unigenito mio unico Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo) che si conformò con questo figliuolo morto, per l’unione della natura divina unita con la natura vostra umana. Con tutte le membra si unì questa natura divina, cioè con la potenza mia, con la sapienza del mio Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito santo, tutto me, Dio, abisso di Trinità, conformato e unito con la natura vostra umana.
(Dialogo della Divina Provvidenza, di S. Caterina da Siena, cap. I)

Poi riportiamo la sua orazione allo Spirito Santo, frequentemente consigliata dagli asceti per il raggiungimento della perfezione cristiana:

Spiritus Sancte, veni in cor meum,
per tuam potentiam illud trahas ad te Deum,
et mihi concede charitatem cum timore.
Custodi me, Christe, ab omni mala cogitatione.
Me recalescas, et me inflamma tuo dolcissimo Amore,
ita quod omnis poena mihi levis videatur.
Sancte mi Pater, mi Domine, dulcis Dominator,
or me juvate in omni mea necessitate.
Christus Amor, Christus Amor.

Infine, la famosissima preghiera alla SS. Trinità contenuta nel Dialogo della Divina Provvidenza, in un adattamento linguistico moderno per facilitarne la recita devozionale:

O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l'unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue del tuo Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l'anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.
    Io ho gustato e veduto con la luce dell'intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.
    Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto - perché tu me ne hai data l'intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del tuo Figlio - che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.
    O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell'anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità.
    Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d'amore ti sei dato agli uomini.
    Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna!
(Dialogo della Divina Provvidenza, di S. Caterina da Siena, cap. CLXVII

Κυριακή τῶν ἁγίων μυροφόρων γυναικῶν καὶ τοῦ Ἰωσήφ δικαίου

di "Catholicam Apostolicam"



La II domenica dopo l'Ottava di Pasqua, che oggi ricorre, presenta due temi distinti nel rito romano e in quello bizantino, a differenza delle precedenti:

  • Nel rito romano è detta Domenica del buon Pastore, a causa della lettura evangelica, tratta da Giovanni X,11-16, appunto la parabola del buon Pastore.
    In realtà, questo 30 aprile, in Italia, in nessuna Chiesa sarà letto questo episodio, giacché la Festa di S. Caterina, essendo la patrona nazionale. ha assoluta prevalenza.
  • Nel rito bizantino è detta invece Domenica delle sante donne Mirofore e di Giuseppe il giusto, e attraverso la rilettura di un Vangelo della Risurrezione (Marco XV,43-XVI,8) vengono onorate queste sante donne, immagine di tante pie donne che nei secoli a venire han dedicato il loro tempo e il loro denaro a onorare l'Onnipotente, e son state degnamente ricompensate.

Considerate le note sottolineate, approfondiremo solo il tema proposto dal rito bizantino, riservandoci nelle prossime ore la pubblicazione di una biografia di Santa Caterina.

L'episodio delle donne mirofore

Nella trattazione evangelica sono chiamate "donne mirofore" le donne che si recarono al sepolcro di Gesù con gli unguenti profumati per rendere l'ultimo omaggio al maestro, nonostante il "timore dei giudei" che in quel momento tratteneva gli apostoli, portandoli a tenersi del tutto nascosti. Le donne infatti, venute  a conoscenza del luogo di sepoltura, decisero di recarvisi con l'intento di ungere con oli preziosi il corpo di Cristo
Sulla loro identificazione, i Vangeli sono discordi:

  • Maria Maddalena e l'altra Maria (secondo Matteo)
  • Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomia moglie di Zebedeo (secondo Marco)
  • Maria Maddalena, Giovanna, Maria di Giacomo (secondo Luca)
  • La sola Maddalena (secondo Giovanni)

A seguito del terremoto, le donne trovano la pietra spostata dall'entrata nel cubicolo, e all'interno vi scorgono un angelo, che spiega loro che Cristo "è risorto, siccome aveva detto".

Sero autem post sabbatum, cum illucesceret in primam sabbati, venit Maria Magdalene et altera Maria videre sepulcrum. Et ecce terrae motus factus est magnus: angelus enim Domini descendit de caelo et accedens revolvit lapidem et sedebat super eum. Erat autem aspectus eius sicut fulgur, et vestimentum eius candidum sicut nix. Prae timore autem eius exterriti sunt custodes et facti sunt velut mortui. Respondens autem angelus dixit mulieribus: “ Nolite timere vos! Scio enim quod Iesum, qui crucifixus est, quaeritis. Non est hic: surrexit enim, sicut dixit. Venite, videte locum, ubi positus erat. Et cito euntes dicite discipulis eius: “Surrexit a mortuis et ecce praecedit vos in Galilaeam; ibi eum videbitis”.
(Matteo XXVIII)



Maddalena inoltre, rimanendo sempre al sepolcro, credendo che il corpo del maestro fosse stato rubato, rimane a piangere davanti al sepolcro vuoto, quando  Cristo le appare. Confondendolo con il giardiniere, gli chiede dove secondo lui potesse essere messo il corpo del maestro, accorgendosi solo alla chiamata per nome che si tratta di Gesù stesso, che le ordina di annunciare la sua risurrezione,e, probabilmente in seguito ad un trasporto emotivo della donna, le proibisce di toccarlo, usando la famosissima frase "Noli me tangere" (Μή μου ἅπτου), che si trova in Giovanni XX,17

Al pari delle donne mirofore nella seconda settimana dopo la Pasqua sono ricordati Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, il discepolo segreto di Gesù, entrambi onorati membri del Sinedrio: in particolare il primo è onorato dall'apolytikio (il quale già più volte era stato letto durante la Santa Settimana).

Ὁ εὐσχήμων Ἰωσήφ, ἀπό τοῦ ξύλου καθελών, τό ἄχραντόν σου Σῶμα, σινδόνι καθαρᾷ εἱλήσας καί ἀρώμασιν, ἐν μνήματι καινῷ κηδεύσας ἀπέθετο. Ἀλλὰ τριήμερος ἀνέστης, Κύριε, παρέχων τῷ κόσμῳ τὸ μέγα ἔλεος.

Il nobile Giuseppe, tratto dalla Croce il tuo Corpo incorrotto, avvoltolo in una sindone pura tra aromi e presosene cura, lo pose in un sepolcro nuovo. Ma il terzo giorno sei risorto, o Signore, donando al mondo la tua misericordia.

Secondo molti interpreti. la figura delle donne mirofore, oltre ad essere annunziatrici della Risurrezione, è paradigma della Chiesa, che porta piamente le sue doverose offerte a Iddio.

Post scriptum: facciamo gli auguri alla comunità russo-ortodossa di Venezia, dedicata proprio alle Sante Donne Mirofore, nel giorno della sua festa parrocchiale, continuando a pregare perché tutti gli agnelli finalmente si riuniscano sotto l'unico Pastore.

sabato 29 aprile 2017

La Santa Messa - Introduzione

Nota: questo articolo introduce la pubblicazione a puntate di un saggio autografo sulla S. Messa, che procederà di pari passo alla pubblicazione di un saggio analogo sulla Divina Liturgia bizantina.
Il testo può essere anche validamente usato come insegnamento per i neofiti della Messa Tridentina.
In questo primo post, discetteremo di cos'è la S. Messa e ne daremo qualche classificazione.




I. Del significato della S. Messa

Per "Messa" s'intende la Divina Liturgia Eucaristica celebrata secondo il rito romano, la quale è così detta dal caratteristico congedo che il diacono fa alla fine della celebrazione: Ite, missa est.
Come insegna il Concilio di Trento, secondo l'immutata tradizione della Chiesa, durante la S. Messa si ripresenta a Dio Padre, quale unica oblazione accettabile, il solo, salvifico e glorioso Sacrificio della Croce. Essendo tale dottrina derivata direttamente dalle Scritture (poiché l'olocausto del Cristo sostituisce appieno l'imperfetto sacrificio votivo dell'Antica Legge), addirittura vi è anatema su chiunque neghi la natura sacrificale della S. Messa (come fanno i protestanti). Dunque, durante la S. Messa si offrono nuovamente, come già era avvenuto in quel Santo Venerdì, nel medesimo Sacrificio ma stavolta in modo incruento, il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, prezzo della nostra redenzione, nei quali si trasformano realmente il pane e il vino oblati durante la liturgia (è il dogma della Transustanziazione), siccome Gesù stesso aveva anticipatamente fatto durante la sua Ultima Cena, comandando ai suoi apostoli (e dunque ai sacerdoti, suoi successori, mediante i quali ministri agisce Dio stesso) di perpetrare questo gesto attraverso il quale Iddio aveva istituito per noi un sì mirabile Sacramento.
Risultati immagini per crocifissione bologna
Vitale da Bologna, il Sacrificio della Croce

Quattro sono i fini del Sacrificio della Croce, e quindi di quello della Messa:

  • Latria o adorazione, cioè l’atto di sottomissione alla Santissima Trinità e di riconoscimento e lode della sua assoluta sovranità;
  • Ringraziamento per i benefici ricevuti;
  • Propiziazione, cioè la supplica per ottenere il perdono dei peccati anche quanto alle pene che ne derivano, sia per noi sia per i defunti;
  • Impetrazione, cioè la richiesta di grazie e di aiuti.
In generale, il merito della morte del Signore sulla Croce si applica come grazia soprannaturale durante la S. Messa, anzitutto per la Chiesa tutta (militante, purgante e trionfante), poi per le intenzioni specifiche della Messa, e indi per il suo celebrante e gli eventuali fedeli assistenti. Il Sacrificio è offerto a Dio solo, anche se può essere celebrato in onore dei Santi e richiedendo la loro preziosissima intercessione.

II. Delle parti della S. Messa

La Liturgia Eucaristica nella sua struttura si compone di due parti fondamentali:
  • Dicesi parte essenziale (materia del Sacramento) la Consacrazione, ossia la Transustanziazione per effetto delle parole pronunciate dal Sacerdote, che sono le stesse con cui Cristo in quel Giovedì Santo si donò ai suoi discepoli. Qualora venissero a mancare queste parole, non avverrebbe la Transustanziazione, e dunque non si compirebbe il Sacramento.
    E' opinione comune dei teologi, compreso S. Tommaso d'Aquino, che in essa consiste l'intero Sacrificio della Messa, poiché come Gesù Cristo si oblò sulla Croce separando il suo Corpo Sacratissimo dal suo Sangue Preziosissimo, così le due specie sono consacrate separatamente. San Gregorio Nazianzeno dice infatti che il sacerdote celebra il Sacrificio usando la voce come una spada.
  • Dicesi parte accessoria invece tutto l'insieme delle numerose preghiere e dei numerosi gesti rituali derivanti dalla tradizione ecclesiastica ed apostolica e che compongono tutto il resto del rito della Messa; essa, pur non concorrendo al Sacramento in sé, è fondamentale, poiché è stata istituita dalla Chiesa con due scopi: anzitutto, l'espressione più chiara dei misteri celebrati durante la liturgia, da quello Trinitario (che è lodato negli Inni, nel Credo e nelle orazioni), a quello Eucaristico (che è esplicato in ogni sua parte dall'Offertorio alla Purificazione); in secondo luogo, apporta beneficio spirituale al sacerdote celebrante e ai fedeli assistenti, aumentandone la devozione ed il raccoglimento.
III. Delle tipologie della S. Messa

A seconda della solennità dei suoi riti, del numero di assistenti, ecc., si distinguono cinque tipologie fondamentali di Messa, alla quale si aggiungono numerose sottocategorie.
  • Messa Papale, ossia la Messa celebrata in Roma dal Romano Pontefice, assistito dal Collegio Cardinalizio e dalla Corte Pontificia; essa è il prototipo di tutto il Rito Romano, poiché quando questo fu esteso da Pio V a tutto l'Occidente fu preso a modello proprio il rito celebrato dal Papa. Il Sommo Pontefice è normalmente assistito da un Cardinale diacono, da un Auditore della Sacra Rota come Suddiacono, dal Decano di Ostia come prete assistente, nonché da un Diacono e un Suddiacono di rito greco. 
    Messa solenne a S. Simon Piccolo (Venezia)
  • Messa Solenne, ossia la Messa celebrata in canto da un presbitero, assistito da un diacono, da un suddiacono ed eventualmente da un altro prete assistente; essa è la forma normale con cui dovrebbe essere celebrata una Divina Liturgia Eucaristica, nella pienezza delle sue forme, ed è a questa che si riferiscono le rubriche del Messale Romano. Infatti, tutte le altre forme di Messa non sono che riduzioni o adattamenti di questa forma, alla quale bisogna guardare per avere una piena comprensione delle cerimonie del rito romano.
  • Messa Pontificale, ossia la Messa solenne celebrata da un Vescovo o da altri Prelati superiori,
    Pontificale del rev.mo Card. R. L. Burke
    al Trono o al Faldistorio secondo la dignità del celebrante e il luogo in cui celebra. Essa prende molti riti propri della dignità episcopale dalla Messa Papale, di cui può considerarsi una riduzione (essendo in effetti la Messa Papale un Pontificale celebrato dal principe dei Vescovi).
  • Messa cantata semplice, ossia la Messa celebrata in canto da un presbitero, senza assistenti ordinati, ma con soli ministri inferiori (i cosiddetti chierichetti). E' una riduzione della Messa solenne, nata per scarsità di clero nelle parrocchie più disperse. In essa non sono previste le incensazioni o l'uso dei candelieri, ma ciò è stato concesso per indulto per secoli e, dal 1962, visto che di fatto l'indulto era concesso ad ogni Messa cantata, completamente liberalizzato.
    Messa bassa all'altare della Sala del
    Conclave del monastero di S. Giorgio
    Maggiore (Venezia)
  • Messa letta (detta anche bassa o, meglio, privata), ossia la Messa interamente letta senza canto da un presbitero, assistito da uno o due chierichetti (o, nella forma cosiddetta solitaria, senza chierici). Questa anticamente era la forma con cui i sacerdoti dicevano la propria Messa privata quotidiana, nonché tutte le Messe devozionali agli altari laterali, moltiplicatesi al fine di aumentare le grazie ottenibili, con la semplificazione estrema di tutti i riti e lo svolgimento da parte del sacerdote di tutte le parti. Fino al XVII secolo era cantata in monodia, in seguito iniziò ad essere recitata sottovoce e a diventare la forma comune in cui nelle parrocchie si officia la Messa feriale.
Forme particolari di S. Messa:
  • Messa con l'organo alla francese: Messa letta in cui l'organo suona delle musiche per accrescere il raccoglimento dei fedeli, ma giammai parti dell'Ordinarium Missae.
    Messa prelatizia
    di mons. A. Schneider
  • Messa prelatizia: Messa letta celebrata da un Vescovo o da un alto Prelato, assistitito da due sacerdoti (ed eventualmente altri ministri inferiori), con l'uso delle insegne episcopali (bugia e brocca), generalmente accompagnata da un coro che canta alcuni mottetti (non parti dell'Ordinarium).
  • Messa dialogata: invenzione del XX secolo in nome dell'actuosa partecipatio, cui il popolo che assiste recita insieme al chierico le parti che gli spettano. Inoltre, mentre chi assiste alla Messa letta "normale" sta in silenzio e in ginocchio, chi assiste a quella dialogata, oltre a rispondere, si alza e si siede come a una Messa cantata.
  • Messa capitolare: celebrata quotidianamente in forma solenne nelle chiese cattedrali e collegiate, con coro ecclesiastico; è spesso considerata parte integrante dell'Ufficio Divino.
  • Messa conventuale: la Messa capitolare celebrata nei conventi e nei monasteri, la quale può essere sia cantata che letta, ma dispone sempre di un certo qual grado di solennità, dato dal numero dei servienti e delle candele.
  • Messa di comunità: Messa celebrata pubblicamente nei seminari e nelle congregazioni che non sono tenute alla recita corale dell'Ufficio Divino; non gode dei privilegi della Messa conventuale, ma deve aver prevalenza su tutte le Messe contemporaneamente officiate.
  • Messa gregoriana: la Messa celebrata all'altare di S. Gregorio al Monte Celio a Roma, dotata di numerosi privilegi nella liberazione delle anime del Purgatorio; il nome oggi è principalmente applicato a una devozione che consiste nella recita di 30 Messe consecutive per un defunto.
  • Messa parrocchiale: Messa che ogni parroco è tenuto a celebrare nella propria parrocchia ogni domenica e festa, che gode dei privilegi della Messa di comunità (attenzione: non è necessariamente la più solenne del giorno, ma quella celebrata dal parroco)
  • Messa dei Presantificati: Messa profondamente penitenziale, senza consacrazione, ma con la Comunione alle specie precedentemente consacrate (diffusa nei riti greci, nel Rito Romano si celebra solo al Venerdì Santo)
  • Messa privilegiata: Messa che ha ottenuto, per decreto di Pio VI, particolari privilegi nelle intercessioni che applica per i defunti.
  • Messa secca: Messa celebrata come esercizio devozionale nel Medioevo da chi aveva già celebrato o da chi era fuori orario prescritto, ossia Messa priva di qualsiasi parte attinente al Sacrificio (solo parte didattica); fu vietata dal Concilio di Trento, mantenendo in auge solo una Messa secca di benedizione dei rami la Domenica delle Palme. Antiche Messe secche celebrate per questioni di tempo erano la Missa venatoria (dei cacciatori) e la Missa nautica (dei marinai).
    Il concorso dei fedeli romani ad una
    Basilica Stazionale
  • Messa stazionale: Messa celebrata anticamente dal Papa in una Chiesa della città di Roma (definita Stazione), presso la quale si radunava il popolo per ricevere l'Eucaristia; ad oggi, pur non più celebrando il Papa alle Basiliche Stazionali, essi mantengono almeno durante la Quaresima gli antichi privilegi, garantendo indulgenza plenaria alle solite condizioni al fedele che devotamente le visiti nel giorno prescritto.
Inoltre, secondo la qualità dei testi dell'ufficio, la Messa può essere ordinaria (testi del giorno o del Santo), votiva (testi di un Santo o di un Mistero al di fuori del loro giorno festivo, o per alcune speciali impetrazioni), da requiem (per un defunto, alla morte, negli anniversari o in altre occasioni).



Prossima pubblicazione (inizio maggio): La Santa Messa - I sacri ministri, i paramenti, le sacre suppellettili

Fonti principali:
  • Spiegazione della S. Messa, di d. Mauro Tranquillo FSSPX
  • La Santa Eucaristia, di p. Konrad zu Loewenstein FSSP
  • Enciclopedia Cattolica, ed. 1913

giovedì 27 aprile 2017

Chiese Veneziane - S. Simeon Piccolo (S. Croce, 698)

N.B.: Questo articolo, scritto nell'anniversario della Dedicazione della Chiesa di S. Simeon Piccolo, è il primo di una serie che con cadenza più o meno settimanale saranno pubblicati, allo scopo di diffondere informazioni sulle meravigliose Chiese della città di Venezia.



La Chiesa dei SS. Simeone e Giuda Taddeo Apostoli (vulgo S. Simeon Piccolo, per distinguerla dalla Chiesa di S. Simeone Profeta che è detta "Grando", pur essendo ad oggi più piccola), sorge sul Canal Grande, giusto in fronte alla Stazione Ferroviaria, ed è una delle prime Chiese ad incontrarsi giungendo a Venezia.
Una Chiesa parrocchiale dedicata a questi due Santi Apostoli esiste già dal IX-X secolo nel sito attuale, edificata per volontà della nobile famiglia greco-veneziana degli Adoldo, ma probabilmente aveva pianta basilicale a tre navate ed era costruita parallelamente al Canale, almeno fino al XVI secolo, quando iniziò un forte decadimento strutturale che portò il parroco G. B. Molin, negli anni Venti del Settecento, a disporre la completa ricostruzione, su progetto in stile palladiano di Giovanni Scalfarotto, ultimata nel 1738 e consacrata il 27 aprile dell'anno medesimo.
Per circa 70 anni rimase Parrocchia e Collegiata, dotata di un piccolo capitolo di canonici, composto da due preti e dal pievano (del resto, a quel tempo tutte le chiese veneziane erano Collegiate, tanto che un mercante francese in visita a Venezia esclamò: "Tra i Veneziani, chi non è mercante è prete!").
In età napoleonica, tuttavia, nel giro di pochi anni la Chiesa decadde completamente: nel 1807 fu soppresso il capitolo e nel 1810 anche la parrocchia.

Le forme della Chiesa sono un misto di diversi stili: quello venetico-bizantino (la pianta circolare e le cupole), quello neoclassico (il pronao)... A pittori minori del Settecento Veneziano (Chiozzotto, Bugoni...) si ascrivono le pale dei quattro altari laterali (S. Francesco di Paola e Gaetano da Thiene; Santi Titolari e Giovanni Battista; S. Dorotea; Sacra Famiglia), mentre nella Chiesa sono ospitate alcune belle sculture in marmo di Carrara (una Pietà dello Scalfarotto, statue dei Santi Titolari sull'altar maggiore e altri Santi Apostoli sopra l'elegante e modesto coro ligneo). Nella Chiesa è custodito anche un pregiato e venerato Crocifisso ligneo, recentemente restaurato.
Nella sagrestia, sull'altare interno, un bel Crocifisso marmoreo del Marchiori, autore anche della Piscina Probatica nel Lavabo dell'antisagrestia, voluta dal primo rettore.
Al di fuori di S. Marco, S. Simeon Piccolo è l'unica Chiesa veneziana che può vantare una splendida cripta sotterranea, che ha funto per secoli da cimitero parrocchiale, in cui, tra le ventuno cappelle spesso rovinate e di cui otto addirittura inesplorate, si possono ammirare nell'oscurità sotterranea degli affreschi moraleggianti raffiguranti temi devozionali, quali immagini della Morte e del Giudizio; si possono riconoscere anche i resti di una Via Crucis e immagini veterotestamentarie, sicuramente di mano popolare ma non per questo meno eleganti o funzionali.




Dal 2006, su concessione dell'allora Patriarca di Venezia S.E.R. Angelo Scola, la chiesa fu riaperta e affidata alla FSSP come cappellania tradizionale nelle Venezie. Gestita per quasi otto anni dal noto padre Konrad zu Loewenstein, grande dottore di dottrina Cattolica, è oggi retta da padre Jean Cyrille Sow, che da settembre sarà sostituito da padre Joseph Kramer, tutti sacerdoti della Fraternità Sacerdotale S. Pietro che curano l'officiatura della Liturgia Tridentina nella città marciana, a beneficio spirituale dei fedeli di tutto il Veneto legati alla Tradizione di sempre della Chiesa.









27 aprile 2017, ore 18.00, Chiesa di S. Simeon Piccolo - S. Messa cantata per l'Anniversario della Dedicazione





mercoledì 26 aprile 2017

Viaggio devozionale a Ferrara dei fondatori del blog


I fondatori di Traditio Marciana si sono recentemente recati in pio pellegrinaggio nella città Estense, notevole centro culturale della Romagna in cui, come nella vicina Ravenna, si possono trovare numerose testimonianze storico-artistiche cattoliche con notevoli influenze orientali (come nella migliore tradizione marciana di cui ci occupiamo), veramente meritevoli di una devota visita.

Stemma dell'Opera Familia Christi e della Fraternità
Abbiamo molto gradito l'ospitalità offertaci dai seminaristi e i sacerdoti della neonata Fraternità Sacerdotale Familia Christi, istituto di vita apostolica di diritto diocesano ma affiliata all'Ecclesia Dei, fondata con l'ausilio del vescovo emerito mons. Negri sull'esempio del servo di Dio mons. Giuseppe Canovai, nonchè di fatto il primo ed unico istituto religioso tradizionale con annesso seminario completamente Italiano (ancorché la Fraternità sia biritualista).
Alla FSFC è stata affidata nel settembre scorso una delle più antiche chiese di Ferrara (l'edificio attuale, del 1495, fu edificato su una preesistente chiesetta del X secolo), la Basilica Canonicale nonché Parrocchia di S. Maria dell'Assunzione detta "in Vado", nella quale garantiscono assistenza spirituale ai fedeli sia in rito nuovo che (soprattutto) in rito antico; presso questa bella Chiesa dalle modeste forme barocche abbiamo assistito alla S. Messa, ovviamente tridentina, e all'adorazione eucaristica, celebrate quotidianamente alle 8.00 per i membri dell'Istituto.
Il Santuario del Miracolo di S. Maria in Vado
Dopo la liturgia abbiamo avuto occasione di pregare al Santuario del Miracolo, nicchia ove si conservano le tracce visibili di un miracolo eucaristico avvenuto attorno al 1170, quando, alla Messa celebrata da un sacerdote scettico riguardo la Presenza Reale, l'ostia franta sgorgò un copioso fiotto di sangue, segno tangibile della realtà della nostra fede; abbiamo poi fatto conoscenza con i ragazzi della Fraternità, veramente un buon seme per lo sviluppo della tradizione in Italia, anche se purtroppo costretta per diritto diocesano a far uso di entrambe le forme del Rito Romano, perdendo quella coerenza nell'ortodossia della liturgia, tanto cara ad altri istituti.

Nella graziosa città rinascimentale, tra i numerosi edifici di interesse storico e culturale, sono da segnalare, per tutti coloro che gradiranno ripetere la nostra esperienza alla scoperta di un sito molto importante per la tradizione cristiana occidentale e orientale, anche molti luoghi sacri.

  • San Cristoforo alla Certosa, fatta costruire alla fine del XV secolo da Ercole I d'Este per i Certosini, e facente parte del complesso cimiteriale monumentale della Certosa, costruito nel 1452 come parte del monastero e sepoltura dei duchi d'Este, e solo dopo la riapertura nel 1813 (dopo la soppressione Napoleonica) divenuto cimitero cittadino, in cui è possibile passeggiare immergendosi nella quiete spirituale tipica dei complessi monasteriali certosini.
  • Basilica di San Giorgio fuori le mura, prima cattedrale della diocesi di Voghenza (poi Ferrara), sede dell'assai venerato santo locale, il vescovo Maurelio, la cui prima costruzione risale al VII secolo, e in cui poi si mescolano numerose ricostruzioni (la facciata e gran parte dell'interno nel XV secolo) e ampliamenti (il monastero olivetano annesso nel XVIII secolo). In questa chiesa, che ha perso da secoli la sua centralità nella diocesi, si può ancora respirare a tratti l'aria degli antichi vescovadi della Romagna, posti in Occidente ma sotto forte influenza bizantina.
  • Cattedrale di San Giorgio, sede del vescovo di Ferrara-Comacchio, consacrata nel 1135 e più
    Complesso bronzeo del Crocifisso nella Cattedrale di S. Giorgio
    volte rimaneggiata nei secoli seguenti (soprattutto nel Quattrocento e nel Settecento), è assai imponente per la sua grandezza e per lo splendore della facciata a triplice capanna, nonché per il pronao con elementi bizantini che accoglie i fedeli. L'interno, ricco ma modesto, finemente decorato ma senza eccessi, illuminato appena a sufficienza, favorisce molto la meditazione e l'adorazione silenziosa davanti alle sacre immagini.

Poco distante dalla Cattedrale, si può fare un giro alla libreria diocesana, gestita dalle Suore del Buon Pastore, ove è possibile acquistare immagini devozionali e libri di pura dottrina cattolica (tra cui degli apprezzatissimi sussidi per la Messa Tridentina, segno dell'attenzione dei vescovi di questa diocesi per il rito antico, che speriamo sarà condivisa anche dal nuovo ordinario).

Merita indubbiamente una visita, da parte di coloro che amano l'oggettistica sacra, il Museo Diocesano, situato nell'ex Chiesa di S. Romano, in cui si possono ammirare, oltre a numerosi resti lapidei dell'antica decorazione della cattedrale, alcune splendide pianete settecentesche fatte filare in oro e argento dai vescovi di Ferrara-Comacchio, splendidi ed enormi Graduali medievali minuziosamente e mirabilmente miniati, eleganti arazzi realizzati dal maestro nordico Johannes Karcher per addobbare la Cattedrale in occasione delle principali festività patronali, e soprattutto, quale pala dell'Organo, le famosissime tavole dell'Annunciazione e del San Giorgio, ad opera del più grande pittore del Quattrocento ferrarese, Cosmè Tura.






martedì 25 aprile 2017

Festa di San Marco Evangelista

S. Marco, di Emmanuel Tzanes, 1657

Oggi, addì 25 aprile, checché intendano festeggiare partigiani e repubblicani (la sconfitta dell'Italia, ndr), la Chiesa tutta e in particolare quella Veneziana, avendolo eletto a suo speciale patrono, festeggiano con i dovuti onori il martirio dell'Evangelista Marco.

Agiografia di S. Marco


Miracolo di S. Marco, narrato nella Leggenda Aurea, in cui
l'Evangelista salva uno schiavo dal martirio dissolvendo
gli oggetti con cui sarebbe stato torturato.
Opera del Tintoretto.
Il Leone Evangelico nacque secondo alcune fonti in Palestina, secondo altre a Cipro, attorno al 20 d.C., ebreo di stirpe levita, e cugino di S. Barnaba (cfr. Col IV,10). Non si sa se avesse fatto parte del numero dei discepoli di Gesù, ma sicuramente ne aveva sentito parlare, venne presto in contatto con gli Apostoli dopo la Risurrezione e divenne discepolo personale di S. Pietro. Una suggestiva interpretazione vede in Marco il giovinetto che fugge via nudo mentre Gesù vien catturato, citato solo nel di lui Vangelo (cfr. Mc XIV). Scrisse il suo Vangelo quando si trovava a Roma, ove era stato battezzato, e possedeva un'abitazione al Campidoglio, sulle cui spoglie ora sorge la Basilica romana a lui titolata, durante il regno di Claudio Imperatore (cfr. Eusebio di Cesarea,Historia Ecclesiastica), in compagnia proprio di Pietro, il quale, testimone oculare e uditore, è la fonte da cui trae ogni informazione per la stesura, non mancando però di criticare duramente il maestro quando necessario (Gueranger nota come il Vangelo di Marco sia quello che più duramente rimprovera Pietro per il rinnegamento). Il suo scritto fu particolarmente apprezzato dai Cristiani di Roma per la brevità, semplicità, concisione e al contempo completezza e precisione che sono caratteristiche del suo Vangelo, il più breve ma non per questo il meno ricco o importante.
Predicazione di S. Marco ad Alessandria, di Gentile Bellini

Dagli Atti degli Apostoli, sappiamo che Marco seguì dapprima Paolo, da cui poi si separò, per recarsi (attorno al 50 d.C.) a Cipro, insieme al cugino Barnaba. Dopo la morte di Paolo, iniziò la sua predicazione autonoma, che la Tradizione vuole egli abbia effettuato in Egitto, fondando l'episcopato di Alessandria che egli stesso ricoprì, e fornendo ai Cristiani d'Africa, proprio nella terra che era stata tanto fonte d'errori e sventure, una salda fonte di dottrina petrina, dopo Roma ed Antiochia (Alessandria viene definita la "terza cattedra di Pietro").

Contestualmente, attorno al 66 d.C., inizia ad avere i primi contatti con l'Italia ,quando vi si trova in aiuto a Paolo (cfr. II Thim IV, 9-11), e, prima di partire all'evangelizzazione dell'Alessandria,, procede verso l'Italia settentrionale, precisamente ad Aquileia, dove fu inviato probabilmente da Pietro, nominandone il primo vescovo, Ermagora, che lui stesso aveva convertito. Nella città sono facilmente riscontrabili testimonianze del passaggio dell'Evangelista: nella cripta della Basilica di Aquileia, interamente affrescata con i cicli della predicazione dell'apostolo, vi si trova "Vangelo di San Marco", oggetto di ampia venerazione, scritto attribuito direttamente alla mano dell'Evangelista, oggi separato in pezzi e custodito in tre diversi luoghi, tra cui la Biblioteca Marciana.

Partendo verso Alessandria, fu tuttavia sorpreso da una tempesta presso le isole Realtine (nucleo della futura città di Venezia) .Qui, secondo la tradizione, un angelo gli apparve insogno, salutandolo con la famosa formula "Pax tibi Marce, evangelista meus!", diventata poi quasi un motto del Santo, e dando origine al profondo vincolo legante l'apostolo ed evangelista Marco alla città di Venezia.



Secondo gli apocrifi Acta S. Marci, che danno informazioni riscontrabili anche nella Leggenda Aurea, S. Marco subì il martirio nel 68 ad Alessandria d'Egitto, incarcerato ed immolato da degli idolatri durante la festa pagana di Serapide. Secondo questi racconti, egli in carcere fu visitato dallo stesso nostro Signore Gesù Cristo risorto, il quale lo salutò ancora: "Pax tibi Marce, evangelista meus!", suscitando grande commozione nel Santo, che ebbe nella visione del suo Maestro il coronamento di tutta la sua missione e della sua devozione alla causa Cristiana. Il giorno dopo, affrontando terribili tormenti, nacque al Cielo, andando ad occupare il seggio glorioso che gli spettava. ad acquistare la sua veste candidata nel sangue che ha versato, che, da martire immagine del Cristo patente, è il sangue stesso dell'Agnello.

S. Marco e Venezia

La città di Venezia, tradizionalmente dedicata a S. Teodoro di Amasea (le cui reliquie si trovano
La Basilica di S Marco a Venezia
tuttora nel Veneziano, a Eraclea) e al suo doppione S. Teodoro Stratelate, divenne particolare protetta dell'Evangelista Marco nel IX secolo, in seguito ai travagliati ed avventurosi eventi che portarono in città le reliquie del Santo. La storia dell'arrivo delle ultime è più la storia di un furto, derivante dalla proibizione del Papa della continuazione di un effettivo commercio con gli infedeli. Furono due mercanti, Rustico da Torcello e Bono di Malamocco, a riuscire a trafugare nell'828 le spoglie da Alessandria, al tempo occupata dai musulmani, usando un'astuto stratagemma per evitare il controllo del carico: nascondere cioè i resti nelle ceste contenenti carne di maiale, ritenuta impura dai maomettani. L'acquisizione di una reliquia di inusitata importanza e magnificenza spinse i Veneziani all'edificazione di un tempio degno alla sua custodia; l'edificio, sorto sui resti della preesistente cappella dogale, venne iniziato nel 1063, ma vi fu in seguito un gravissimo incendio che portò alla ricostruzione completa della Basilica, nel corso della quale tuttavia si scoprì che la teca contenente il preziosissimo corpo era scomparsa: una perdita particolarmente sentita e sofferta dal popolo veneziano.
Il ritrovamento delle reliquie di S. Marco,
del Tintoretto
Un miracolo destinato agli annali veneziani avvenne il 25 giugno del 1098: durante la celebrazione
della Liturgia un braccio sembro apparire dal cielo ed indicare una colonna dell'ordine sinistro,la quale, forata ed aperta,rivelò di avere all'interno le tanto desiderate e compiante reliquie. Con quale gesto più degno che un miracolo San Marco avrebbe potuto scegliere personalmente di darsi ai Veneziani quale patrono, accettando di diventare il simbolo di una gloriosa Repubblica in Terra e Mare?

Oggi Venezia celebra con particolare solennità la Festa del suo Santo Patrono, onorandolo con numerose tradizioni, tra cui (almeno un tempo) una grande processione cittadina, che nella tradizione patriarchina andava a sostituire del tutto quella prettamente romana delle Litanie Maggiori. Altre importanti celebrazioni dedicate a S. Marco nel calendario proprio della città sono il 31 gennaio (giorno di traslazione delle Reliquie) ed il 25 giugno (data del succitato grande miracolo).

Processione in onore delle reliquie del Santo, del Tintoretto
A tutti i Veneziani e ai devoti a S. Marco, i nostri migliori auguri per la solenne ricorrenza di questo grande Santo, sul cui esempio la Repubblica di Venezia ha ottenuto fama e prestigio, e sul cui esempio anche noi possiamo meritarli nella perseveranza nella fede e nel costume Cristiano.




Sancte Marce, ora pro nobis!

domenica 23 aprile 2017

Dominica "in Albis"


Molti sono i nomi della I Domenica dopo Pasqua, con la quale si conclude il grande periodo di festa dell'Ottava Pasquale, con un ufficio già privo dell'esultanza di quelli dei giorni precedenti:

  • Dominica in Albis: è questo il nome tradizionale di questa Domenica nel calendario romano, giacché dopo il Vespro di ieri (Sabato in Albis) i catecumeni, che avevano ricevuto il Battesimo durante la Veglia Pasquale, deponevano, giusta l'antica tradizione romana, la veste bianca che avevano ricevuto, "lavata nel sangue dell'Agnello", simbolo del loro rinnovamento interiore. Essi avevano continuato ad indossare questo simbolo di purità per questi otto giorni, che di fatto sono la prosecuzione ininterrotta della Festa, evidenziata da elementi quale la soppressione dei digiuni e di gran parte delle genuflessioni (tutte nel rito bizantino, solo all'Ufficio Divino nel rito romano). La deposizione del segno tangibile della gioia pasquale, dovuta all'allontanarsi del gran giorno, non deve però farci smettere di celebrare gioiosamente la Risurrezione di Nostro Signore, festeggiando d'ora innanzi ogni domenica come una Pasqua (per dirla con dom Gueranger), né deve farci abbandonare quella purezza che abbiamo ricevuta nel Battesimo e rinnovata nelle celebrazioni pasquali, come ci ammonisce S. Agostino nel suo Sermone in Octava Paschae, che si legge nel II Notturno del Mattutino odierno, rivestendoci in ogni aspetto della nostra vita della luce gioiosa di Cristo. Questa domenica, dunque, nella tradizione romana, chiude il periodo immediatamente contiguo alla Festa delle Feste (la Messa Stazionale di oggi veniva celebrata nella Basilica di un Santo Martire, lontano dal centro della città, caso pressoché unico), ma apre al contempo un lungo periodo di gioia, che è il Tempo Pasquale, il quale si protrarrà fino alla gran festa dell'Ascensione, il quale ci deve far trascorrere ogni giorno come una Pasqua, al canto dei lieti Alleluia, come del resto già afferma S. Ambrogio, sostenendo che come gli Ebrei ogni sette anni prolungano il sabato per un intero anno, tanto più è doveroso per i Cristiani prolungare per 50 giorni le gioie del Risorto.
  • Domenica di Quasimodo: questo è il tradizionale nome derivato dalle prime parole dell'introito
    , Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja (I Pet II, 2), bell'invito ai neofiti (cui era anticamente dedicata la liturgia odierna, e a noi tutti per estensione) a gustare le gioie spirituali dei primordi della vita cristiana.
  • Domenica di S. Tommaso: quest'altro nome, maggiormente diffuso in Oriente, deriva invece dall'episodio evangelico letto in questo giorno, ossia la mirabile Teofania scaturita dall'incredulità dell'apostolo Tommaso, il quale non crede al Risorto sino a che non lo ha toccato. Dall'omelia di S. Gregorio Magno su questo Vangelo (XXVI), possiamo trarre il seguente insegnamento: Gesù appare ai discepoli riuniti, dopo essere entrato a porte chiuse (così come egli era entrato, nascituro, nell'utero ancora chiuso della Vergine Maria), e pur essendo incorrotto, essendo egli Risuscitato, è al contempo palpabile: con quali segni incomprensibili il Signore si manifesta, ut rebus mirabilibus fidem praebeant facta mirabiliora! 
  • Domenica della Divina Misericordia: questo è invece il nome più recente, assegnato ufficialmente solo nel 2000, ma su indicazione della Santa Faustina Kowalska, la quale scrive nel suo Diario la rivelazione che Gesù gli fece, chiedendogli di dedicare questo giorno alla divina bontà con cui Egli ci ha redenti e continua a redimerci dalla nostra povera condizione: Desidero che la Festa della Misericordia sia di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine.
    In questo giorno, a chi devotamente si confessa e si comunica, aggiungendo la recita recita della Coroncina della Divina Misericordia (serie di invocazioni a questo attributo della Divinità), è concessa l'Indulgenza Plenaria.
  • Domenica bassa: questo nome è diffuso solo nei paesi di lingua inglese ("Low Sunday"), in opposizione alla "High Sunday" che è stata ovviamente la Domenica di Pasqua

Sagrestia di S. Simeon Piccolo dopo la S. Messa solenne - 23 aprile 2017
Da destra: Marcus Williams (suddiacono), don Jean Cyrille Sow (sacerdote celebrante), Aaron Liebert (diacono)
(Foto di: Alessandro Franzoni)
Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione, la bella omelia pronunciata dal rev. p. Jean Cyrille Sow, FSSP, durante la S. Messa Solenne celebrata stamattina in S. Simeon Piccolo, allegando contestualmente foto e video della cerimonia.

Vangelo: Joannes 20, 19-31
In illo tempore: Cum sero esset die illo, una sabbatorum, et fores essent clausae, ubi erant discipuli congregati propter metum Judaeorum: venit Jesus, et stetit in medio, et dixit eis: Pax vobis. Et reliqua.


+ Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

Carissimi fratelli,
Oggi, in questa domenica in Albis, quando nella chiesa antica i catecumeni battezzati a Pasqua depositano le loro bianche vesti, in questa domenica, chiamata anche "Quasi modo" perché sono le prime parole dell'introito latino, denominata anche domenica della misericordia su volontà di Santa Faustina;
Oggi dunque, il Vangelo parla del dubbio con il ben noto episodio di S. Tommaso. Possiamo avere l'impressione che questo Vangelo corrisponda particolarmente al nostro tempo.
Abbiamo perso oggi la cultura cristiana antica che un tempo ha favorito una fede forte e comune. Siamo circondati da tante voci diverse e contraddittorie, dimodoché è difficile avere una fede certa. Siamo nel tempo del apostasia, un’apostasia immensa e senza una forte convinzione, vaga.
L'Incredulità di S. Tommaso, del Caravaggio
S. Tommaso sembra corrispondere molto bene a questa mentalità moderna. Per alcuni, è anche diventato il loro patrono. Ma, il dubbio di Tommaso non è quello dei nostri tempi. Tommaso non è vago: dubita, ma sa esattamente di che cosa dubita. Piuttosto, non dubita affatto; lui nega, nega che il Cristo sia risorto dai morti. È perché egli sa ciò che crede; Egli crede che il Cristo sia morto, è morto per sempre. Ed è una ragionevole certezza, perché tutti sanno che è impossibile resuscitare i morti. Tommaso non vuole pertanto credere alla testimonianza di altri discepoli che affermano di aver visto il Cristo vivo. Egli non risponde loro: «Sì, forse è possibile, ma ne dubito». Dice: «se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi... non credo».

Cristo risorto si mostra allora a tutti i discepoli quando anche Tommaso è presente. Egli non approva il dubbio di Tommaso; Gli dice: «non essere incredulo, credi». Per Gesù, il dubbio non è una virtù. Tommaso vede Gesù, e crede. Egli non nega la resurrezione. Il suo dubbio scompare; o meglio, la sua certezza negativa è sostituita da certezza di fede; Dice: «Mio Signore e mio Dio». Per Gesù, non è solo Tommaso a poter credere così, ma anche tutte le successive generazioni: «Beati coloro che credono senza vedere.» ed è così che si conclude il Vangelo di Giovanni, con questo invito a tutti noi credenti.
Fratelli, come Tommaso, accettiamo la mano di Gesù, accettiamo la sua presenza! Poi noi possiamo ascoltare con fiducia queste parole di Gesù a Santa Faustina: «Le anime che hanno una fiducia senza limiti mi danno una grande gioia, poiché io verso in loro l'intero tesoro delle mie grazie.»
Sia lodato Gesù Cristo

Foto e video della Messa Solenne (da M. Yastrebova)
vi saranno presto aggiornamenti!

Preparazione alla S. Comunione

Confiteor solenne

Ultimo Vangelo