lunedì 31 luglio 2017

La Chiesa Greco-Cattolica Bizantina

Ancorchè l'Unione di Firenze, con la quale gli scismatici orientali, vista la difficile situazione in cui versava l'Impero, coi musulmani alle porte di Costantinopoli, avevano accettato la riunione con la Chiesa Cattolica, fosse avvenuta nel 1439, non è esistita in Grecia fino al 1880 una Chiesa Cattolica di rito bizantino: infatti, oltre alle Chiese degli altri riti orientali (armeno, copto...), a diventare compagini sui juris della Chiesa Romana (volgarmente dette "uniate") furono principalmente chiese bizantine di lingua slava (soprattutto in Ucraina), e il rito in lingua greca fu lungamente utilizzato quasi solo in Italia, dal Pontificio Collegio Greco sito nella chiesa di S. Atanasio de' Greci a Roma e dall'Eparchia di Lungro e Piana degli Albanesi, e dalle parrocchie diffuse in tutto il continente europeo che ad esse facevano riferimento. Nella patria del rito bizantino in lingua greca, però, non si avvertì sino ad allora la necessità di creare una Chiesa Cattolica: la religione imposta dallo stato era l'islamismo, anche se la quasi totalità della popolazione continuava a professare quasi in segreto la fede ortodossa. Ai cattolici spesso nemmeno era permesso dai bellicosi turchi di entrare nei confini imperiali (quantunque una certa storiografia moderna tenda a designare gli ottomani come campioni di tolleranza...), e nei piccoli possedimenti occidentali (le poche sopravvissute colonie veneziane) gli europei avevano i propri preti di rito romano, restando però la popolazione ortodossa. Anche dopo la gloriosa guerra di liberazione e l'instaurazione del Regno di Grecia, i nobili europei giunti per trasformare la pericolosa compagine indipendente e cristiana neoformatasi  in una monarchia liberale con uno straniero sul trono, cattolici, erano tutti di Rito latino (a Ottone I di Baviera, primo re imposto di Grecia, si deve la costruzione della Cattedrale di S. Dionigi l'Aeropagita, nella zona del Πανεπιστήμιο, per i cattolici di rito romano).
Alcune missioni erano state però create, a partire dal 1826, da uno zelante prete cattolico che aveva convertito alcuni gruppi di ortodossi tra Turchia e Tracia, e per loro veniva celebrato il rito greco-cattolico nelle chiese latine. Nel 1880, si diceva, fu costruita la prima chiesa espressamente greco-cattolica in Grecia, o più precisamente a Malgara di Tracia. Entro fine secolo nacquero altre chiese omologhe, finché alcuni preti assunzionisti fondarono anche un seminario a Costantinopoli. Nel 1907 il prete greco Ησαΐας Παπαδόπουλος ottenne il mandato papale di vicario per la chiesa cattolica bizantina di Grecia e Turchia, ricevendo quattro anni dopo la consacrazione episcopale, risultando a capo di un nuovo esarcato, che, ad oggi (separatosi nel 1932 dalla parte turca, de facto ora inesistente), consta di 5000 fedeli in tutta la Grecia, con 11 sacerdoti (e diverse vocazioni nelle isole), e le sorelle della Παμμακάριστος (istituto femminile fondato nel 1922).

La sede episcopale greco-cattolica si trova ad Atene, presso la bella cattedrale della SS. Trinità (Ναός Αγίας Τριάδος, nel quartiere di Άγιος Νικόλαος), edificata nel secolo scorso (1929), ma comunque assai dignitosa, artisticamente piacevole e in perfetto stile orientale; l'attuale esarca è S.E. Emmanuel Nin (Εμμανουήλ Νίν), O.S.B.

Presso la Cattedrale ogni domenica vengono officiati l'ορθρός (Mattutino) alle 8.30 e la Divina Liturgia Pontificale alle 9.30.

Foto della Cattedrale






sabato 29 luglio 2017

S.E. Matfej nuovo vescovo per gli Ortodossi Russi in Italia

Si sono svolte,  in questi giorni, le sedute organizzative delle riunioni del Santo Sinodo, organo governativo supremo della Chiesa ortodossa, intermediaria al consiglio dei vescovi. Le questioni poste han riguardato soprattutto la gestione delle numerose parrocchie estere. Un cambiamento molto importante è toccato alla compagine italiana, che si è vista cambiare il vescovo per la sesta volta in 15 anni, condizione abbastanza inusuale per una diocesi con una quantità relativamente ridotta di parrocchie (appena 60).

Il nuovo Vescovo per gli Ortodossi Russi in Italia, convocato al posto di Antonij di Bogorodsk, è Matfej (Матфей) di Skopino e Shatsk.


venerdì 28 luglio 2017

Divina Liturgia in Latino a Bologna

Pubblichiamo volentieri un comunicato dei nostri amici della Parrocchia Ortodossa russa di S. Basilio a Bologna (bologna.cerkov.ru)



Mercoledì si è vista a Bologna una commovente dimostrazione di rispetto e tributo alla tradizione religiosa occidentale da parte della sua sorella orientale. Lo ieromonaco Lavrentij (Sobko), insegnante di latino presso il seminario di Nižnij Novgorod, trovandosi a Bologna per il completamento di un dottorato, ha voluto  rendere omaggio ai numerosi santi di terra occidentale, come Sant'Ambrogio o San Benedetto, nella loro lingua e nella loro terra, celebrando, assieme allo ieromonaco Serafim (Valeriani), parroco della comunità ortodossa del patriarcato di Mosca di Bologna, la Divina Liturgia in lingua latina, recando alcune modifiche alla traduzione fatta da Erasmo da Rotterdam e riportata nella Patrologia del Migne.
Questo tipo di celebrazione si era già visto in altri luoghi in tempi recenti, essendo ritenuto fondamentale il recupero delle radici cristiane inestirpabili dell'Occidente. Il lavoro   meticoloso, quello di modifica, e aggiunta di alcune traduzioni necessarie , come quella dei tropari e dell'Ora Terza (che nel typikòn russo, a differenza di quello greco, precede quasi sempre la Liturgia), è stato compiuto principalmente dal lettore e corista della comunità Andrea dalla Lena Guidiccioni assieme ad altri collaboratori. Le parti salmiche sono state tradotte sulla base della Vetus Latina del II-IV secolo, quella in uso anche nela salmodia della Messa Romana. I testi sono stati cantati principalmente su melodie greche. L'inno cherubico è stato fatto in greco, seguendo l'antica consuetudine latina di mantenere alcune parti della liturgia in greco (cfr. Kyrie eleison), mentre per il Sanctus è stata usata un'antica melodia latina. Il Pater Noster è invece stato cantato in gregoriano.

Che dire? Quando anche la Chiesa Cattolica ufficiale abbandona la lingua dei nostri padri, agli Orientali interessa invece farla rivivere... del resto, ricordiamo tutti le incoraggianti parole del Patriarca Alexiy II alla proclamazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, grazie al quale grossa fetta della Chiesa cattolica ha lasciato i riti modernisti ed è tornata all'antico e venerabile uso della tradizione latina, e a tutto il patrimonio culturale ch'essa porta seco.

P.S.: siamo tutti consapevoli (compresi i nostri amici bolognesi che infatti le hanno apportato alcune modifiche) che l'Ordo Divini Officii tradotto dall'apostata umanista Erasmo da Rotterdam presenta numerosi problemi di resa, principalmente dovuti alla sua scarsa conoscenza del latino e del greco (nonostante la quale si è permesso di far disimparare queste lingue inventandone false e artificiose pronunzie per necessità di stampa e odio verso l'uso ecclesiastico), nonchè alla sua latente eresia. Ci proponiamo di offrire nei prossimi mesi una nostra traduzione latina della Divina Liturgia, compilata con l'aiuto di esperti ecclesiastici.

Video parziale della celebrazione dal nostro canale youtube: 

Sull'importanza culturale della lingua latina, tra i molti, il card. Bona: http://www.unavoceitalia.org/wordpress/2017/07/12/card-bona-qua-lingua-apostoli-celebraverint-addita-quaedam-de-linguarum-mutatione-cur-lingua-vulgo-ignota-ecclesiasticae-functiones-peragantur/
Per ascoltare qualche antica melodia latina (e scoprirne la vicinanza alla sensibilità musicale greca, prima della riforma gregoriana): https://m.youtube.com/user/Callixtinus

mercoledì 26 luglio 2017

Chiese Veneziane - S. Cassiano (S. Polo, 1852)

La Chiesa di S. Cassiano è una parroccha veneziana situata nell'omonimo campo, nel sestiere di S. Polo.


La costruzione della chiesa avvenne attorno al X secolo,  per Volontà delle nobili famiglie Miani, Michiel e Minotto, su un preesistente convento del 726 dedicato a S. Cecilia. La Chiesa fu poi rinnovata nei secoli successivi, a partire dall'adattamento in stile veneto-bizantino nel XII secolo, con un intervento particolarmente significativo nel Seicento.

La facciata principale della chiesa di San Cassiano, costruita a salienti, ovvero con l' aumento progressivo dell' altezza degli spioventi, è assai sobria per il tempo in cui il barocco si manifestava in tutta la sua opulenza: priva di qualsiasi decorazione, coperta di intonaco grigio interamente, eccezione fatta per la parte inferiore del settore centrale.La parte orientale è tripartita da lesene tuscaniche, sorreggenti, essendo loro un elemento funzionale al contrario della paraste, il cornicione, ciascuno con una finestra a lunetta. A ovest della chiesa si erge la torre campanaria del XIII secolo, avente una trifora per lato. Anticamente vi si trovava anche un caratteristico porticato, fungente da mercato artigianale e ricovero per i mendicanti; fu però demolito nel secolo XIX.
L'interno della chiesa di San Cassiano, decorati sfarzosamente con applicazioni e stucchi dettagliati, è  a sala: ovvero, la navata centrale rinuncia all'illuminazione diretta tramite due file di aperture poste sopra i sostegni e l'eventuale matroneo, ma essendo sostanzialmente della stessa altezza delle navate laterali con le quali comunica per tutta l'altezza, partecipa di una spazialità dilatata, interrotta solo dai sostegni (colonne o pilastri). La copertura dell'edificio è pertanto ridotta a due sole grandi falde che coprono l'intero, con tre navate della medesima altezza coperte con volte  e divise da due ordini di colonne corinzie. 
Il soffitto con copertura a crociera è piacevolmente decorato con affreschi di Costantino Cedini.
Nell'abside si trova il pregevole altare maggiore, con statue e rilievi, del tedesco Heinrich Meyring; il paliotto con  i tre rilievi la Cena di EmmausUltima CenaCristo in casa del fariseo Simone, di Tommaso Ruez, e l' ancona, ospita la pala del Tintoretto raffigurante la Resurrezione di Cristo e i santi Cassiano e Cecilia. Nella Chiesa si conservava anche la pala della Beata Vergine con S. Michele e altri santi, di Antonello da Messina, strappatavi nel 1600 e oggi conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.

La canonica parrocchiale è ad oggi residenza anche dei sacerdoti della FSSP che officiano il rito tradizionale presso la Chiesa di S. Simeon Piccolo.

martedì 25 luglio 2017

Φῶς ἱλαρόν

Il Φῶς ἱλαρόν è il più antico inno extrabiblico della Storia Cristiana ancora in uso: risale infatti al III-IV secolo, ed è presente nelle Costituzioni Apostoliche, in un canone di preghiere che accompagnavano la luce mattutina (l'alba), quella vespertina (la liturgia lucernale), e l'accensione in generale di lampade o candele. Secondo una popolare tradizione, la sua composizione si deve a S. Atanogene di Sebaste, teologo morto in Ponto il 16 luglio agli inizi del IV secolo, che (secondo quanto è riportato nel Martirologio), mentre effondeva il suo sangue per Cristo componeva a Lui un inno di gioia.

Il primo autore certo che lo menziona è S. Basilio di Cesarea (329-379), nel suo trattato di pneumatologia Περὶ τοῦ ἁγίου πνεύματος (De Spiritu Sancto): racconta che quest'inno veniva tradizionalmente cantato durante le ore mattutine. "I nostri padri - soggiunge poi - non volevano accogliere tacendo la luce vespertina, ma, com'essa appariva, ringraziavano e lodavano Iddio. Non possiam dire con certezza chi fu l'autore di quegli antichi inni di lode che innalziamo al omomento dell'apparizione della luce, ma del resto il popolo ripete la voce degli inni antichi (...): "Cantiamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo Iddio". Se qualcuno conoscesse l'inno di Atenogene, ch'egli qual medicina salvifica lasciò in eredità ai propri discepoli, quando si dirigeva all'immolazione, egli avrebbe anche conosciuto il pensiero dei martiri circa lo Spirito Santo". L'esegesi del testo basiliano ha più volte confutato l'attribuzione tradizionale, ed è giunta a fare diverse supposizioni circa l'autore, tra le quali compaiono diversi padri di Neocesarea, come Gregorio, discepolo di Origene, o addirittura lo stesso S. Basilio. Fatto sta che il testo attualmente in uso liturgico è stato riveduto da S. Sofronio di Gerusalemme (560-638), il quale in alcuni libri liturgici è indicato (erroneamente) come l'autore dell'opera.

Nel rito latino è scomparso assieme alla liturgia lucernale, attorno all'XI secolo, e l'unica liturgia lucernale sopravvissuta (quella pasquale), usa un testo mozarabico, che è il più succinto Lumen Christi. Viceversa, tanto il rito bizantino quanto quello armeno continuano a utilizzarlo. Nel primo, è inserito nell'officiatura del Vespro, dopo i salmi che accompagnano l'accensione delle candele (Κύριε ἐκέκραξα πρός σε), durante l'entrata dei sacri ministri al Santuario con il turibolo, prima di incensare l'altare. Precisamente, tutti i chierici escono in processione dalla porta nord dell'iconostasi, preceduti dai servienti con i ceri e dal diacono con il turibolo fumigante (o il Vangelo se dovesse essere letto), e, con il celebrante che esce per ultimo, si posizionano al centro del tempio, rivolti alle Porte Regali aperte. A quel punto, per primi entrano nell'iconostasi i ceri accesi, simboleggianti Cristo stesso che si manifesta nel tempio. Questo ingresso vespertino ricorda poi le agapi serali, quando l'assemblea era benedetta dal vescovo recante la bugia.
Nel rito armeno si canta solamente nei I vespri delle feste e nei II vespri delle domeniche, subito dopo l'incipit e prima del meghedi (equivalente dell'antiphona latina o dell'apolytikion bizantino).

L'innografia delΦῶς ἱλαρόν esprime la gratitudine dei fedeli per l' opportunità di vedere Cristo ,il Sole della verità e la luce sempiterna in quel momento quando tutto il mondo è immerso nelle tenebre notturne. Nonostante la sua brevità, riesce ad esprimere i quattro concetti fondamentali della teologia cristiana: triodologia, cristologia, ecclesiologia, escatologia. Il canto è infatti innalzato a Padre, Figlio e Spirito Santo Iddio, e dunque è un inno prettamente trinitario, forgiatosi in un'epoca di controversie. Cristo è chiamato Luce della Gloria del Padre, collegandosi al di lì a poco composto Simbolo niceno, che lo chiama "lumen de lumine"; è inoltre considerato come Re per tutti i secoli, in prospettiva non troppo velatamente escatologica.

Testo originale greco

Φῶς ἱλαρὸν ἁγίας δόξης ἀθανάτου Πατρός, οὐρανίου, ἁγίου, μάκαρος, Ἰησοῦ Χριστέ,ἐλθόντες ἐπὶ τὴν ἡλίου δύσιν, ἰδόντες φῶς ἑσπερινόν, ὑμνοῦμεν Πατέρα, Υἱόν, καὶ ἅγιον Πνεῦμα, Θεόν. Ἄξιόν σε ἐν πᾶσι καιροῖς ὑμνεῖσθαι φωναῖς αἰσίαις, Υἱὲ Θεοῦ, ζωὴν ὁ διδούς· διὸ ὁ κόσμος σὲ δοξάζει.

Versione armena (Louys zvart')

Ալէլուիա Ալէլուիա : Լոյս զուարթ սուրբ փառաց անմահի Հաւր . երկնաւորի սրբոյ կենարարի ՅՍՈՒՍ ՔՐԻՍՏՈՍ : Եկեալքս ի մտանել արեգականն, տեսաք զլոյս երեկոյիս : Աւրհնեմք զՀայր եւ զՈրդի եւ զսուրբ Հոգիդ Աստուծոյ : Եւ ամենեքեան ասեմք Ամէն : Արժանաւորեա զմեզ յամենայն ժամ . աւրհնել ձայնիւ երգով զանուն փառաց ամենասուրբ Երրորդութեանդ : Որ տայ զկենդանութիւն վասնորոյ եւ աշխարհ զքեզ փառաւորէ

Versione paleoslava (свете тихий)

Свѣ́те ти́хїй свѧты́ѧ сла́вы, безсме́ртнагѡ ѻ҆тца̀
небеснагѡ, свѧта́гѡ блаже́ннагѡ, і҆исусе христѐ:
прише́дше на за́падъ со́лнца, ви́дѣвше свѣ́тъ вече́рнїй,
пое́мъ ѻ҆тца̀, сына, и҆ свѧта́гѡ духа, бога.
досто́инъ є҆сѝ во всѧ̑ времена̀ пѣ́тъ бы́ти гла́сы преподобными,
сыне божїй, живо́тъ даѧ́й: тѣ́мже мі́ръ тѧ̀ сла́витъ.

Versione latina

Traduzione letterale:

Lumen hilare sanctae gloriae immortalis Patris, Coelestis, sancti, beati, Iesu Christe, Quum ad solis occasum pervenerimus, lumen cernentes verspertinum, Laudamus Patrem, et Filium, et sanctum Spiritum Dei. Dignus es in tempore quovis sanctis vocibus celebrari, Fili Dei, vitae dator. Qua propter te mundus glorificat.

Successivamente fu composta una versione prettamente latina dell'inno, adattato allo stile latino e alla metrica classica voluta da Urbano VIII per tutti gli inni ecclesiastici, con però sensibili variazioni di testo:

Lumen hilare iucunda lux tu gloriæ, fons luminis de lumine, beate Iesu cælitus a Patre sancto prodiens. Fulgor diei lucidus solisque lumen occidit, et nos ad horam vesperam te confitemur cantico. Laudamus unicum Deum, Patrem potentem, Filium cum Spiritu Paraclito in Trinitatis gloria. O digne linguis qui piis lauderis omni tempore, Fili Dei, te sæcula vitæ datorem personent. Amen.

Traduzione italiana

O luce lieta della santa gloria del Padre immortale, del celeste, santo, beato, Gesù Cristo, giungendo al calar del sole, vedendo la luce vedpertina, lodiamo il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo Iddio. Degno è lodarti in ogni tempo con reverenti voci, o Figlio di Dio, dator della vita: perciòil mondo ti glorifica.


lunedì 24 luglio 2017

La rinascita del monachesimo occidentale

"I monaci han fatto l'Europa, ma non l'hanno fatto intenzionalmente. La loro avventura è anzitutto, se non esclusivamente, un'avventura interiore, il cui unico movente è la sete. La sete di assoluto. La sete di un altro mondo, di verità e bellezza, che la liturgia ravviva al punto di orientare lo sguardo verso le cose eterne; al punto di fare del monaco un uomo teso con tutto il suo essere verso la realtà che non passa mai. Prima di essere accademie di scienze e crocevia di civiltà, i monasteri sono dita silenziose levate verso il cielo, il richiamo ostinato e inesorabile che esiste un altro mondo, di cui quello terreno è solo l'immagine, che lo annunzia e lo prefigura".


Con queste parole si apre il libro ufficiale di presentazione dell'Abbazia Benedettina di S. Maria Maddalena a Le Barroux, in Francia, vicino a Marsiglia. Il monachesimo è un fenomeno indispensabile nella Storia cristiana: nato nel IV secolo con gli eremiti del deserto egizio, in Occidente ha trovato espressione tra V e VI secolo, con i monaci irlandesi di S. Colombano, diffusisi in tutta Europa, ed è stato definitivamente fissato da S. Benedetto (480-547), con la sua famosa Regula adottata dalla quasi totalità dei momasteri durante gli ultimi quindici secoli.
Da non confondere con quella del frate conventuale, la figura del monaco è quella di un uomo che rinunciando al mondo offre tutta la sua vita per la lode continua e incessante di Dio, nonchè per la supplica alla sua divina Maestà per le necessità di tutta la Chiesa. Il monaco dedica poco tempo al sonno, poco al lavoro, quadi nulla al rapporto umano: tutta la sua vita è incentrata sulla preghiera, iterata sette volte al giorno (più la lunga Veglia notturna) con il canto corale dell'Ufficio Divino, senza contare la preghiera individuale, la meditazione, la S. Messa...
Dall'apoteosi dei tempi antichi alla crisi degli ordini del Quattrocento, dal rinnovato zelo controriformistico alla riforma ottocentesca partita da Solemes, l'esperienza monastica attraversa tutta la Storia della Chiesa segnandola profondamente: non c'è evento in cui il monaco, direttamente o indirettamente, abbia avuto parte davanti a Dio.
Di questi tempi, poi, c'è gran bisogno del monachesimo: tra le tenebre della società moderna si rendono necessari uomini forti che sappiano rinunciare completamente ad essa per occuparsi della lode e della supplica a Dio, lodandolo anche per conto delle moltitudini che lo trascurano e lo offendono, e supplicandolo perchè nella sua misericordia illumini chi da lui si allontanò, facendolo ritornare all'arca salutare, perchè dunque si dissipi la tenebra maligna dell'indifferenza anzi a Dio e alla Fede che avvolge il nostro secolo, e lasci posto al lume della Religione!
Se nell'Oriente Cristiano, passate le persecuzioni, il monachesimo è tornato a rifiorire grandemente, potrebbe sembrare che in Occidente, ove persecuzioni di stato non vi furono, almeno uffizialmente, il monachesimo si è tanto rilassato da produrre aberrazioni come i "monaci" di Bose.
Ma non è così: per fortuna, la scarsa divozione di molti "monaci" modernisti è abbondantemente compensata dall'esistenza di Abbazie che si mantengono fedeli all'antica e dura regola di vita e di preghiera di S. Benedetto, portando con le loro preci un frutto inestimabile per la Chiesa. È il caso della succitata abbazia di Le Barroux, o del monastero benedettino di Norcia: essi han continuato a usare l'antico rito benedettino, pregando in latino e magnificando l'Altissimo con lo splendido, icastico e anagogico canto gregoriano. Del resto, Iddio aveva promesso a S. Benedetto che il suo Ordine avrebbe perseverato nella vera Fede sino alla fine dei tempi. Queste sono testimonianze di una vera rinascita del monachesimo, che diverrà una roccia sempre più sicura della Fede, più il mondo si allontanerà da essa...
Preghiamo per i pii monaci e perchè ci sian donate molte vocazioni monastiche, grazie alla cui vita di orazione Dio si plachi e abbia misericordia delle innumere colpe del mondo!
Kyrie eleison!


L'ingresso dei monaci e dell'Abate (mitrato) con i Sacri Ministri per le Sacre Funzioni della festa della patrona dell'Abbazia S. Maria Maddalena (22 luglio 2017)

sabato 22 luglio 2017

Il Patriarca Kirill a Valaam: "Il male non può dominare per sempre, il bene alla fine vince"

Riportiamo, con qualche giorno di ritardo le parole di speranza del patriarca di tutte le Russie, Kirill, in visita insieme al presidente Putin al monastero del Lago Ladoga. Quanto è lontana e invidiabile la situazione dell'Oriente cristiano slavo (della quale il rifiorente monastero del Ladoga è un simbolo), rispetto al nostro Occidente (e all'Oriente greco, in cui il modernismo è alle porte)! Preghiamo perchè anche da noi possa, dissipato il dominio del male, trionfare il bene assoluto che è Cristo e rifiorire la sua Santa Chiesa.

Fonte: Asianews



Mosca (AsiaNews) - “Con il completo restauro del monastero del SS. Salvatore della Trasfigurazione di Valaam, abbiamo una dimostrazione che il bene alla fine vince sul male”: lo ha dichiarato il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill (Gundjaev) durante l’omelia per la festa della comunità. Come ogni anno, il Patriarca visita l’isola monastica sull’immenso lago Ladoga, a nord di San Pietroburgo, nel giorno della festa dei fondatori Sergij e German di Valaam (11 luglio). Quest’anno, per celebrare il pieno ritorno del monastero alla sua missione, alla funzione ha preso parte anche il presidente Vladimir Putin.

Il santuario sull’isola del nord è uno dei luoghi simbolici della prima evangelizzazione della terra russa. Secondo la leggenda, lo stesso apostolo s. Andrea si spinse fino al lago al confine con la Finlandia, dopo aver visitato le regioni di Costantinopoli e Kiev, disperse i pagani e piantò una croce sull’isola dove sarebbe sorto il monastero, quasi mille anni dopo. In effetti, ben prima del Battesimo della Rus’ di Kiev nel 988, le tribù degli slavi e dei variaghi (normanni) si cominciarono a fondere nell’estremo nord, la cosiddetta Rus’ di Ilmen che gli scandinavi chiamavano la Gardariki, terra delle città (gard) e dei laghi.

L’antica Rus’ nacque per collegare il nord al sud, la “via dai variaghi ai greci” lungo la quale viaggiavano pellicce, cera e miele, e su cui s’installò il cristianesimo bizantino-slavo, divenuto quindi ponte anche tra oriente e occidente. Il monastero di Valaam rappresenta le radici di quella grande edificazione di una parte estrema dell’Europa cristiana. Conobbe la sua massima fioritura nel ‘500, quando arrivò a contare quasi 1000 monaci, per essere poi progressivamente abbandonato e definitivamente chiuso durante la guerra tra i sovietici e i finlandesi, nel 1940.

Il patriarca, nativo di San Pietroburgo come il presidente, ha ricordato di aver visitato l’isola da giovane monaco, nel 1969, ed ebbe l’impressione che ogni speranza di rinascita del monastero fosse ormai perduta. Cinquant’anni dopo la chiusura, nel 1990, cominciò invece la ricostruzione. “Il Signore ha rialzato il convento dalla polvere, non solo le mura del monastero, che oggi splendono di una bellezza superiore a quella passata, ma la stessa vita monastica rifiorisce oggi con vigore inatteso”, ha dichiarato Kirill.

Il capo della Chiesa russa ha voluto rincuorare tutti coloro che anche oggi cadono in preda allo sconforto e alla disperazione, di fronte alle crisi e alle incertezze della vita contemporanea: “Il male non può dominare per sempre, esso verrà sempre sconfitto. A volte non ci basta una vita per assistere alla sua rovina, a volte invece diventiamo testimoni viventi della vittoria del bene”.

Il giorno dopo, 12 luglio, il Patriarca ha celebrato una solenne liturgia nella cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo a San Pietroburgo, luogo della fondazione della “capitale del nord” nel giorno della festa dei principi degli apostoli. La cattedrale funge anche da tempio funerario degli zar Romanov, e in particolare della famiglia dell’ultimo zar Nicola II, canonizzato nel 2000 come martire della fede di fronte alla violenza dell’ateismo rivoluzionario. Lo zar e i suoi familiari vennero fucilati nel luglio 1918 a Ekaterinburg, e le loro spoglie, su cui continuano le indagini di un’apposita commissione per verificarne la piena autenticità, furono trasportate a San Pietroburgo dopo la canonizzazione.


La festa dei santi Pietro e Paolo cade il 12 luglio per il ritardo ortodosso nel calendario, in realtà è lo stesso 29 giugno delle altre Chiese. Quest’anno è stata celebrata con particolare solennità, in quanto si considerano 1950 anni dal martirio dei due apostoli, fissato tradizionalmente all’anno 67, durante la prima persecuzione di Nerone. In essa si è concluso il “digiuno di s. Pietro”, il più lungo dopo la Quaresima e uno dei quattro grandi digiuni ortodossi (gli altri sono quello della Dormizione e di Natale). La Chiesa russa ritrova così il proprio legame con i primi araldi del Vangelo, e la propria vocazione di “popolo nuovo” chiamato a far rinascere il cristianesimo nel mondo intero.


P.S.: il 17 luglio si è celebrata a Ekaterinenburg la festa dei Ss. Nicola II Romanov e compagni martiri, uccisi dai bolscevichi esattamente 99 anni fa. I Romanov, ultimi sovrani cristiani d'Europa, prima che il comunismo (definito da alcuni patriarchi "ideologia dell'Anticristo") s'impadronisse del potere, sono stati onorati con una solenne Divina Liturgia pontificale e una processione, cui han preso parte oltre 60.000 pellegrini. Al terimine è stato intonato l'antico inno nazionale zarista, Боже, Царя храни! (Iddio, salva lo Zar!). Che dire, in Europa sarebbe mai stato possibile tutto ciò, in questi tempi di tenebra?

S. Maria Maddalena la penitente

Una delle donne più peculiari e con personalità più forti dei Vangeli, dopo la Vergine, è anch'ella una Maria, che non compare al Vangelo se non già circa a metà, menzionata superficialmente assieme a Giovanna ed a Susanna. Essa è identificata dalla maggior parte degli esegeti con la donna penitente di cui Luca parla al capitolo 7; in questo breve saggio, tralasciando l'arcinoto episodio della penitenza, vogliamo vedere come, ricevuto il perdono, la Maddelena si diede tutta per Gesù, multum diligens, come già le erano stati perdonati i gravi suoi peccati quia multum dilexit.

Il  ruolo più importante, infatti, le è riservato alla fine, quando,secondo  la tradizione, era una delle tre Marie che accompagnarono Gesù anche nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme (Matteo 27,55; Marco 15,40-41; Luca 23,55-56), dove furono testimoni della crocifissione. Maria rimase presente anche alla morte e alla deposizione di Gesù nella tomba per opera di Giuseppe di Arimatea.È espressamente citata nel Vangelo di Matteo e di Marco ,indirettamente in quello di Luca è Giovanni non parla proprio delle donne presenti alla crocissione.Ella rimase con il venerabile Giuseppe di Arimatea  sino alla sepoltura dell' amato Maestro, recandosi la mattina presto del giorno seguente, assieme a Salome e a Maria madre di Giacomo, ad ungere la salma con gli unguenti preziosi (da qui viene uno degli attributi artistici più famosi di Maddalena, ovvero l' ampolla con l'unguento).Le donne invece trovano la tomba vuota, anzi, non del tutto, perché un angelo rivestito di luce abbagliante, seduto accanto al sepolcro, comunica loro di non cercare un vivo tra i morti e non cercare l' Incorrotto nella corruzione, rendendo nota alle donne la definitiva sconfitta della morte per mano del Nostro Signore Gesù Cristo.Correndo a raccontare la guida notizia a Pietro  e gli altri apostoli, Maddalena diventa la prima "apostola" nel senso stretto, perché è la prima che apprende e che capisce il fatto stesso della gloriosa, misteriosa e tremenda Resurrezione avvenuta.Ma Maddalena quasi non lo metabolizza, non lo elabora e quasi non crede di nuovo ,e dopo  un primo momento di emozione e commozione, Maddalena torna al sepolcro, piangendo, ed ecco che accade un episodio di straordinaria importanza, che è la primissima manifestazione di Cristo dopo la morte e dopo la resurrezione: Cristo appare a Maddalena, non venendo dapprima neanche riconosciuto, e solo quando la chiama per nome, Maddalena, colma dalla gioia e della devozione, ella si getta ai piedi dell' amato Rabbunì, termine, "maestro buono",che sottolinea la complicata e particolare affettività che Cristo aveva in Maddalena

Quale fu la sorte di Maddalena dopo le vicende raccontate nei vangeli canonici? Due sono le supposizioni principali:la prima, accreditata dalla Chiesa ortodossa,dice che Maddalena si recò  ad Efeso ed ivi predicò sino alla morte, mentre la chiesa occidentale fa luogo della sua predicazione principalmente la Francia, dove approdò a Saintes Maries de la Mere assieme ad alcuni compagni tra cui San Massimino.Il suo cranio è conservato proprio nella chiesa a lui dedicata,Saint Maximine la sainte Baume.
Da alcuni  cenni  notiamo una sua probabile permanenza e predicazione a Roma, poiché (oltre all' episodio dell' uovo di Pasqua ) è citata nella lettera ai Romani 16,6.

 Le scene della Passione accanto alla Madonna, ai piedi della croce o durante la deposizione, oppure nelle scene della Resurrezione, davanti alla tomba scoperchiata che parla con un angelo sono quelle che vedono la presenza di Maddalena  più spesso.Nella Cappella degli Scrovegni a Padova e nella Cappella della Maddalena ad Assisi, Giotto sembra riassumere l’iconografia medievale della santa in tutti questi contesti rappresentativi.

La frase attribuita a Gesù (Noli me tangere) fu un tema ricorrente dell'iconografia dal tardo medioevo al rinascimento ed ispirò diversi pittori, da Duccio di Buoninsegna a Paolo Veronese a Giovanni Antonio de' Sacchis in Italia, da Hans Memling a Hans Holbein il Giovane in area fiamminga e tedesca. Gesù spesso è raffigurato con una vanga in braccio. Questa iconografia deriva dal Vangelo di Giovanni. Nel racconto di Giovanni la Maddalena è sgomenta nei pressi del sepolcro vuoto e quando Gesù appare non lo riconosce immediatamente, ma lo scambia per "il custode del giardino"

venerdì 21 luglio 2017

De Divino Officio - De Reformationibus Breviarii Romani (pars II)

III. Le Laudi


Le Laudi, la preghiera dell’alba, che accompagna coi suoi suggestivi testi il sorgere del sole (Gesù Cristo, oriens ex alto illuminare, com’è scritto nel Cantico Evangelico), son da sempre strettamente legate all’officiatura notturna: nel rito bizantino esse addirittura non costituiscono una vera e propria ora liturgica, ma una sezione del Mattutino, e vengono cantate subito dopo l’Inno Δόξα σοι τῷ δείξαντι ἡμῖν τὸ φῶς (il Gloria in excelsis). La concezione dell’unione intrinseca di preghiera notturna e mattutina si è mantenuta anche nel rito romano: fino al 1955 le rubriche prescrivono che nell’ufficio corale giammai possan separarsi le Laudi dal Mattutino (era invece permesso, con alcuni accorgimenti come l’aggiunta di un congedo al Mattutino e delle preghiere iniziali alle Laudi, per la recita privata). Ma sotto Pio XII fu vietato di anticipare le Laudi alla sera precedente, cosa che invece era prima permessa e anzi assai praticata (secondo un uso secolare condiviso dai paesi di tradizione slava): ne risultò che, mentre il Mattutino continuò a esser recitato la sera precedente, le Laudi per imposizione si recitassero al mattino successivo, generando una separazione tra i due uffici che storicamente non ha alcun motivo di esistere. Inutile aggiungere che questa separazione si fa’ ancora più marcata nel nuovo rito, dove, con la liberalizzazione dell’Ufficio delle Letture, di fatto esso è l’unico di tutto il Cristianesimo a non avere un’officiatura notturna!
  • Il salmo penitenziale: il Breviario del 1568 faceva iniziare quotidianamente, tranne la domenica, le Laudi con il salmo davidico penitenziale (50), condividendo questo carattere con i riti orientali (che lo inseriscono tanto nella parte terminale del Mattutino quanto all’inizio delle preghiere private del risveglio). Dal 1911 in poi, però, si dovette “sfruttare” anche il posto del primo salmo per poter terminare il Salterio; nondimeno si elaborò uno schema definito Laudes II, da utilizzarsi in Avvento, Quaresima e nei giorni penitenziali, in cui l’ufficio inizia sempre con il salmo 50 (e il salmo che al suo posto starebbe negli altri tempi viene “ricuperato” aggiungendolo a Prima). Non esiste nulla di tutto ciò nel moderno breviario: la riduzione del concetto di penitenza nella liturgia, volta all’eliminazione del senso del peccato, è uno dei capisaldi del modernismo!
  • I salmi e i cantici: nel Tridentino il salterio delle Laudi presenta 4 salmi (compreso quello penitenziale) e un cantico veterotestamentario; solo il cantico e il secondo salmo però cambiavano a seconda del giorno della settimana, mentre gli altri restavano uguali; la riforma del salterio di Pio X dovette per necessità scalzare questi salmi fissi per poter distribuire i salmi sopravanzati dalla riduzione del Mattutino: essa abolì anche il “doppio salmo” del Tridentino, in modo che l’Ora abbia 4 salmi e un cantico. Ma S. Pio X decise anche di sostituire tutti i cantici veterotestamentari con altri più brevi, per alleggerire l’ufficio, riservando quelli tradizionali allo schema penitenziale succitato; così facendo, però, per due terzi dell’anno non si recitano quei cantici che, per quanto lunghi, hanno la loro fissazione nell’età apostolica (sono gli stessi delle 9 odi del Canone del Mattutino bizantino).
  • Nella moderna liturgia horarum i salmi recitati sono solamente tre, di cui un cantico (ma per differenziare lo schema quadrisettimanale vengono introdotti numerosi “cantici” che nulla hanno a vedere con la tradizione); viene da chiedersi in che modo il concetto di “Ora maggiore”, tanto esaltato dai moderni liturgisti, è stato difeso, visto che il numero dei suoi salmi è stato ridotto a quello di un’ora minore …
  • Le Lodi: in tutte le liturgie cristiane il momento del sorgere del sole è accompagnato alla lode a Dio, ringraziamento per il dì novello ed esultanza nel Signore che verrà vittorioso, espressa attraverso il canto dei tre salmi laudativi per eccellenza (148, 149 e 150) detti Laudate e tradendi all’ufficio stesso il nome di “Laudi”. Essi si ritrovano nella liturgia orientale (sono i veri e propri αἶνοι del Mattutino), nell’ufficio monastico e nel Breviario Tridentino. Quanti ebbero a dispiacersi quando S. Pio X soppresse quest’antichissima usanza, privando di fatto l’ora medesima delle Laudi del suo senso! Al suo posto, si limitò a prescrivere quotidianamente, come quinto salmo delle nuove Laudi, uno dei salmi 145-150, tutti a carattere più o meno laudativo, escludendo però il 149 (che inizia con il verbo Cantate e non Laudate), uno dei pochi che aveva diritto di esserci: in questo modo la Liturgia romana divenne l’unica a non avere le Lodi, pur avendo un’intera ora liturgica dedicata a questo rito non più esistente!
  • Nel breviario postconciliare anche il “contentino” del Divino afflatu fu eliminato, e solo le Laudi della domenica terminano con un salmo laudativo. Avendo compreso questo abuso, i moderni preferirono cambiare il nome di quest’ora liturgica (se in italiano restano chiamate Lodi mattutine, in inglese e nella maggior parte delle altre lingue lo si è volto in Morning prayer, ignorando che la “preghiera del mattino” è tutt’altro, per la tradizione antica!)
  • Il capitolo, l’inno e il verso: non molte modifiche sono state apportate fino al 1970 a questa parte, che dal 1911 in poi ricoprì sempre più importanza, essendo l’unica ad avere parti proprie dell’ufficio di un santo minore. La moderna Liturgia Horarum stravolge in due punti l’uso tridentino: sposta l’inno (che si trovava in questa posizione come testimonianza della sua origine alloctona, essendo la composizione ecclesiastica inizialmente estranea all’ufficio romano) all’inizio dell’ora; fa seguire un breve responsorio al capitolo (che viene ribattezzato “lettura breve”), volendosi conformare all’uso benedettino, ma sopprimendo in compenso quei versetti scritturali dal grande valore icastico che nei vecchi breviari si cantano subito dopo l’inno.
  • Le preci feriali: in tutti i giorni penitenziali, fino al 1955, vigeva la prescrizione di recitare inginocchiati delle preghiere, di origine antichissima: esse contengono il Kyrie, il Pater, versetti scritturali e orazioni che ricordano le ektenie che costellano gli uffici orientali. Sotto Pio XII si ridusse la loro recita ai soli mercoledì e venerdì di Avvento e Quaresima, e al mercoledì, venerdì e sabato delle Tempora. Un ben mero ruolo, per una sì antica prece … Ma essa fu destinata all’estinzione dai riformatori del Vaticano II, i quali preferirono sostituirla con delle “invocazioni” scritte sul modello delle preghiere dei fedeli della Messa, le quali, con il loro stile fumoso e umanista, nemmeno possono competere con le antiche preci feriali.
  • Le commemorazioni e il suffragium: all’orazione del giorno seguivano numerose commemorazioni degli uffici impediti (santi minori, feria o domenica corrente …), costituite da un’antifona, un versetto e un’orazione: esse erano il residuo dell’assai impegnativo uso monastico dei primi secoli, che in caso di occorrenza prevedeva di recitare dapprima tutto l’ufficio di rango superiore, e poi iterarlo con l’ufficio di rango inferiore. Pio XII prima e Giovanni XXIII poi abolirono moltissime di queste commemorazioni (i santi che cadono in  domenica, per esempio), le quali nel nuovo breviario si riducono a un uso facoltativo in pochi giorni dell’anno (è da considerare che riducendo le feste si riducono gli uffici da commemorare…).
  • Altra particolarità del Tridentino era l’avere quattro suffragi particolari, con lo stesso modello delle commemorazioni, ma da ripetere ogni giorno: erano dedicati alla Santa Croce, alla Beata Vergine, ai Ss. Apostoli Pietro e Paolo e alla Pace. Essi erano già una forte riduzione rispetto alla proliferazione (anche 10!) prodotta dal devozionismo medievale, che rischiava di diventar bandiere di superstizione. Pio X condensò tutti i quattro suffragi, mal sopportati dal clero, in un unico, più lungo, dedicato alla Vergine e a tutti i Santi, il quale fu però inspiegabilmente abolito nel 1961.
  • Le preghiere finali: fino al 1955, al termine delle Laudi si recitavano un Pater, un versetto, l’antifona mariana con le sue preci e, nell’uso monastico, l’Angelus. Poi queste, insieme a tutte le altre preghiere “accessorie”, furono soppresse: avremo più avanti modo di parlarne.

Tabella comparativa

Nulla a che ridire sul fatto che le Laudi siano stata l’ora più rovinata da S. Pio X: se la riforma del mattutino era un taglio veramente utile, mi è difficile capire quanto tempo si risparmi omettendo i salmi laudativi, considerando poi che essi sono la ragione stessa dell’Ufficio…


Tridentinum 1568
Divino afflatu 1911
Rubricarum 1961
Liturgia Horarum 1970
Recitato
Cantato
Recitato
Cantato
Recitato
Cantato
Recitato
Cantato
Schema I
20m
50m
15m
35m
12m
30m
10m
20m
Schema II
20m
45m
15-18m
35-40m

IV. L’ora Prima


Ah, quanto abbiamo a dolerci sulla sorte di quest’ora, interamente soppressa dai riformatori, sulla scorta di una inspiegata volontà della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. Alcuni sostenitori della Liturgia Horarum provarono dunque a elaborare una tesi, secondo la quale quest’ora era un inutile doppione di Laudi. Possiamo contestare quest’opinione per tre vie:
  • Via storica: nelle liturgie orientali vi è l’Ora Prima. Ora, sappiamo che le liturgie orientali sono immutate dal IV secolo: dunque all’epoca di Costantino esisteva l’Ora Prima. Trovo un po’ improbabile che ai tempi delle catacombe si sia pensato a inutili doppioni …Senza considerare che, da Giustino a Tertulliano, tutti quelli che descrivono la giornata di preghiera del cristiano distinguono il momento del risveglio da quello dell’alba.
  • Via testuale: i testi dell’Ora Prima sono completamente diversi da quelli di Laudi, e non sono nemmeno identici a quelli di una qualsiasi ora minore. Ergo non sono certo una fotocopia dell’una o dell’altra.
  • Via simbolica: le Laudi, abbiam detto, rappresentano il momento dell’alba, del sole che sorge; nel Medio Oriente, alle 6-7 del mattino, il sole è già abbondantemente sorto, e quindi l’Ora Prima si configura come il primo ufficio liturgico del giorno, mentre Laudi erano un ponte tra l’ufficio notturno (cui non a caso erano unite) e quello diurno. Inoltre, l'ora Prima è l'ora della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Analizziamo rapidamente i mutamenti subiti dall’ufficio nella storia precedente il 1970:
  • Le preghiere iniziali: dal 1955, con l’abolizione delle preghiere “accessorie”, non sono più obbligatori il Pater, l’Ave e il Credo all’inizio di quest’ora. Prima, il chierico era chiamato a rinnovare la propria professione di fede mediante il simbolo apostolico tre volte al giorno (prima del Mattutino, e dunque alla fine della notte; all’ora Prima, e dunque al mattino; al termine della Compieta, e dunque allo scender della notte): di conseguenza, ora tutto l’ufficio può recitarsi senza mai esprimere la propria fede con le chiare parole tradite dagli scritti apostolici!
  • L’inno: il glorioso inno Jam lucis orto sidere è stato riutilizzato nel breviario del 1970 come uno dei molteplici inni delle Laudi. Questa scelta, maturata per non perdere uno degli inni più belli della tradizione latina, ha però ben poco senso: abbiam detto che le Laudi sono la preghiera del sorgere del sole, mentre questo inno inizia con le parole Ormai sorto l’astro di luce, proprio perché si riferiva alla prima ora canonica del giorno. In questo modo, nel breviario moderno, si canterà il Benedictus al sole sorgente quando pochi minuti prima si è detto che il sole era già sorto!
  • I salmi: l’ora Prima tridentina ha sempre quattro salmi, di cui uno variabile a seconda del giorno della settimana, e tre fissi (il 117 e i primi due catismi del 118); la riforma del salterio di S. Pio X mantenne questo schema per la domenica, mentre cambiò quella degli altri giorni: mantenne il salmo variabile del 1568, sostituendo però i tre fissi con altri due mobili, per poter completare la recitazione di tutti i salmi durante la settimana. Fino al 1961, nei tempi penitenziali, si aggiungeva anche il salmo tralasciato a Laudi.
  • Il cantico atanasiano: fino al 1955 era prescritto di recitare questo meraviglioso poema di S. Atanasio d’Alessandria, una sintesi impareggiabile di tutta la dottrina cattolica sulla SS. Trinità, in tutte le domeniche dopo Pentecoste. Pio XII ridusse quest’uso alla sola domenica della SS. Trinità: certamente fu una notevole riduzione, data la lunghezza del testo, ma a molti lasciò deluso il non poter più inneggiare settimanalmente al Dio Trino ed Uno con le magnifiche parole del Padre alessandrino. Cosa dire della liturgia del 1970, dove anche quell’unica volta in tutto l’anno è stata soppressa, con conseguente pericolo per la fede ortodossa nella Trinità, che non viene più rinnovata dai chierici. Ma forse le parole fortemente stringenti di S. Atanasio sull’extra Ecclesiam nulla salus eran poco adatte a un breviario uscito dal Vaticano II …
  • Le preci feriali e domenicali: fino al 1961, quando Giovanni XXIII le abolì, in tutte le ferie e domeniche dell’anno e nelle feste semidoppie si recitavano delle antichissime preci, contenenti il Kyrie, il Pater, il Credo, il salmo 50, il Confiteor… Nei giorni penitenziali, poi, venivano aggiunti anche il salmo 102 (alcune parti), il Trisagio greco e alcuni versetti salmici incipienti con le parole Libera o Eripe. Molti liturgisti espressero la loro perplessità circa questa soppressione, che di fatto cancellava il Trisagio greco dall’intera liturgia romana (fatto salvo il Santo Venerdì).

Tabella comparativa

Di quante cose si è privata la liturgia postconciliare abolendo l’ora Prima! Tra tutte, l’Officio del Capitolo, serie di preghiere (Kyrie, Pater, salmo 89, un’orazione e una benedizione) derivanti dall’antica officiatura monastica (presso i domenicani nel Medioevo erano dette separatamente dall’ora), con le quali si supplicava al Signore che custodisse i suoi servi senza peccato e dirigesse le loro azioni nel corso del giorno. Si sono anche privati della recita pubblica del Martirologio, che ha sicuramente determinato un calo della coscienza dei Santi della Chiesa (soprattutto dei martiri romani, i primi a essere venerati dalla Chiesa Cattolica ed eppure tanto ignorati dai moderni), nonché la perdita di alcuni testi di vera poesia (come il suggestivo annunzio della Natività che si faceva alla vigilia, detta Kalenda di Natale). Ma soprattutto, si sono privati del ricordo canonico della Risurrezione, che come già abbiamo detto è avvenuto all'Ora Prima. Bisogna però riconoscere che la soppressione di Prima aveva i suoi germi nello svilimento dell’ora canonica attuato nella seconda metà del XX secolo, con l’abolizione di moltissime delle preghiere tradizionali.



Tridentinum
1568
Divino afflatu 1911
Rubricarum 1961
Liturgia Horarum 1970
Recitato
Recitato
Recitato
Recitato
Feste doppie
11-12m
10-11m
10m
0m
Ferie penitenziali
20m
18m
Altri giorni
17-20m
15-18m

V. Le Ore minori


Non sono mai state apportate storicamente delle modifiche alla struttura generale delle ore minori (Terza alle 9, Sesta alle 12, Nona alle 15). Solo la salmodia è stata modificata da S. Pio X, che ha cancellato l'antico uso di recitare ogni giorno tutto il salmo 118 in queste ore minori (tre catismi per ciascuna), riservandolo alla sola domenica, e sfruttando gli altri giorni per completare la distribuzione del salterio. La Liturgia Horarum del 1970 ha cercato di riportare la recita di parti del salmo 118 durante la settimana, ma in modo alquanto approssimato, senza un senso preciso, in modo da non risultare né tradizionale (come nel Tridentino), né consequenziale (come nel Divino Afflatu, dove almeno i salmi si susseguono secondo l'ordine numerico). Piccole riforme occorse durante l'ultimo secolo sono state l'abolizione delle preci feriali per i giorni penitenziali (sotto Giovanni XXIII, ma in fondo non erano originarie dell'ufficio, bensì vi erano state aggiunte sul modello delle altre ore, ed erano peraltro molto brevi e poco significative), e, dopo il Concilio Vaticano II, la soppressione del responsorio breve (equivalente al prokimenon dell'uso orientale, e dunque molto antico), nonché l'introduzione di alcune orazioni conclusive fisse per le varie ore canoniche (a discapito dell'orazione del tempo o del Santo).
Questo per quanto riguarda i testi in sé. Due gravi modifiche sono però state apportate nel modo di recitare l'ufficio: nel 1955 Pio XII, per "purificarlo", tolse via tutti i Pater Noster e le Ave Maria che si recitavano all'inizio e alla fine di ciascuna ora. Queste sono l'evoluzione delle pause di silenzio (anticamente, non esistendo altre indicazioni di tempo, si raccomandava di sostare tempore unius "Pater Noster" vel similia), introdotte per evitare che, con la recitazione consecutiva delle tre ore minori (frequentissima nella lettura privata, e non infrequente alcuni secoli fa nelle cattedrali e in quegli altri siti ove venivano cantate senza obbligo della veritas horarum, così come in quei luoghi ove su influenza orientale si celebravano le Ore Regali, ossia le tre ore minori consecutive, alla vigilia delle grandi feste), gli uffici si susseguissero in modo frettoloso, senza tempo di meditare accuratamente sulla preghiera innalzata. Erano assai sensate anche negli uffici detti separatamente, perché aiutavano il raccoglimento. Tutti questi elementi utili ad accrescere la devozione del chierico recitante sono però inattuati da sessant'anni a questa parte.
Nel 1970, cosa gravissima e inaudita, si tolse l'obbligo a tutti i chierici (tranne i monaci) di recitare tutte e tre le ore minori, riducendo l'imposizione a una sola delle tre a scelta (definita dunque "Ora media"): in questo modo è venuto meno il concetto di santificazione della giornata in ogni momento, senza considerare la riduzione all'inverosimile del tempo e dei momenti di preghiera, e abbiam già più volte ribadito quanto questo sia dannoso per un religioso (e anche, vien da dire, visto che le tre ore rappresentano i tre momenti della Passione di Nostro Signore, per quale motivo se ne debba commemorare un solo, come se il Signore fosse stato crocifisso senza esser prima stato processato, o morisse senza prima esser stato crocifisso)...


Tridentinum
1568
Divino afflatu 1911
Rubricarum 1961
Liturgia Horarum 1970
Recitato
Recitato
Recitato
Recitato
Terza
6m
5-6m
4-5m
4m
Sesta
6m
5-6m
4-5m
Nona
6m
5-6m
4-5m
TOTALE
18m circa
16m circa
13m circa
4m circa

CONTINUA prossimamente