martedì 22 agosto 2017

Festa del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria

La festa odierna fu istituita a livello universale (pur preesistendo dai tempi di Pio VII a livello locale) nel 1944 da Papa Pio XII, su esplicita richiesta di Suor Lucia di Fatima e della beata Alexandrina Maria da Costa, le quali ebbero visione rispettivamente dalla Santa Vergine e dal Signore Gesù. Nei documenti ecclesiastici si legge inoltre che il Santo Padre maturò questa decisione nel 1942, "quando una guerra atrocissima dilagava in tutto il mondo, avendo compassione delle infinite miserie dei popoli, per la sua pietà e fiducia nella Madre celeste, consacrò in forma solenne il genere umano al benignissimo cuore di lei e stabilì che fosse celebrata per sempre e dovunque la festa in onore del suo cuore immacolato". La festa, del rango di doppia di II classe, fu fissata al 22 agosto, giorno ottavo della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria. L'ufficio e la messa proprie della festa furono scritte per comando di Papa Pio IX, quando ancora la festa celebravasi solo localmente.


Sermone di S. Bernardino da Siena (letture IV e V del Mattutino della festa)

Dal sermone IX sulla visitazione

Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell'Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l'ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli? Il Signore disse: «L'uomo leale fa uscire il bene dallo scrigno del proprio cuore». Ed anche questa frase può essere un v ero tesoro. E chi può pensare che sia più adatto a parlare del cuore della Vergine, se non la stessa Vergine, quella che meritò di diventare Madre di Dio e che ospitò lo stesso Dio nel suo cuore e nel suo seno per nove mesi? E quale tesoro più adatto che lo stesso amore divino, di cui era infiammato, come fornace, il cuore della Vergine? Da questo cuore, come da una fornace di amore divino, la Vergine fece scaturire parole buone, cioè parole infiammate d'amore. Come da un'anfora colma di vino pregiato non può traboccare che vino pregiato; e come da un forno incandescente non può sprigionarsi che calore altissimo, così dalla Madre di Cristo non poté uscire nessuna parola che non fosse piena dell'amore e dell'ardore divino. La donna saggia che è una vera signora, usa pronunciare parole misurate, belle e sensate: perciò si legge che la benedetta Madre di Cristo pronunciò in sette diverse riprese, quasi sette parole ricolme di significato e di efficacia: ciò significa anche che ella era riempita dei sette doni dello Spirito Santo. Parlò due volte con l'angelo, due con Elisabetta, due con suo Figlio (una nel tempio e l'altra durante le nozze), una volta con i servitori. E in queste diverse occasioni parlò sempre moderatamente: si deve eccettuare il caso in cui lodò e ringraziò Iddio, quando prolungò il suo discorso dicendo: «L'anima mia magnifica il Signore». In questo caso parlò non con uomini ma con Dio. Queste sette parole furono pronunciate secondo un ordine e una sequenza che facevano vedere i sette modi di procedere e di agire dell'amore. Erano come sette fiamme del suo cuore ardente.

Consacrazione alla Beata Vergine Immacolata, del padre San Massimiliano Maria Kolbe

O Immacolata, Regina del Cielo e della terra,
Rifugio dei peccatori e Madre nostra amorosissima,
cui Dio volle affidare l’intera economia della Misericordia,
io, indegno peccatore, mi prostro ai Vostri piedi,
supplicandoVi umilmente di volermi accettare
tutto e completamente come cosa e proprietà Vostra,
e di fare ciò che Vi piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo,
di tutta la mia vita, morte ed eternità.

Disponete pure, se volete, di tutto me stesso, senza alcuna riserva,
per compiere ciò che è stato detto di Voi:
«Ella Ti schiaccerà il Capo» (Gn 3,15), come pure:
«Tu sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero» (Officium),
affinché nelle Vostre mani immacolate e misericordiosissime
io divenga uno strumento utile per innestare e incrementare
il più fortemente possibile la Vostra gloria in tante anime smarrite e indifferenti
e per estendere in tal modo, quanto più è possibile,
il benedetto Regno del SS. Cuore di Gesù.

Dove Voi entrate, infatti ottenete la grazia della conversione e santificazione,
poiché ogni grazia scorre, attraverso le Vostre mani,
dal Cuore dolcissimo di Gesù fino a noi.

V. – Dignare me laudare te, Virgo Sacrata.

R. – Da mihi virtutem contra hostes tuos.


Un interessante articolo sull'opera di S. Massimiliano Maria Kolbe, posta sotto la protezione dell'Immacolata, contro la massoneria.

lunedì 21 agosto 2017

Appunti di filosofia - Il δαιμόνιον socratico

E' universalmente noto che, nell'universo logico e razionale del primo grande filosofo ateniese, suona quasi come una nota stonata la presenza di un "demonio", che Socrate stesso ammette indirettamente di avere dentro di sé. Questo aneddoto, che alcuni analisti razionalisti moderni cercano in ogni modo di dimenticare perché poco coerente col resto del pensiero socratico, merita un'approfondimento.


Occorre anzitutto partire dalle fonti più antiche. Queste sono le parole che Platone mette in bocca a Socrate nella di lui Apologia, da cui si deduce la presenza di questa creatura soprannaturale: ὅτι μοι θεῖόν τι καὶ δαιμόνιον γίγνεται (Apolog. 31d), "Poiché in me vi è qualcosa di divino e demonico". Questo elemento demonico non meglio precisato ha fatto interrogare generazioni e generazioni di filosofi, a partire dagli immediati successori di Socrate, circa l'origine, la funzione e la natura di questa presenza. Già i due biografi del filosofo si occuparono di dare un'interpretazione ad esso, che può essere ricavata solo dai loro scritti, avendo Socrate rinunciato a lasciarci testimonianze scritte. Oltre alla succitata frase dell'Apologia, da Platone ci perviene una qualche indicazione anche nella Repubblica, ove però il maestro taglia corto sull'argomento dicendo: "Per quanto riguarda poi il mio segno demonico, non vale la pena di parlarne: a pochi o nessuno è capitato prima di me" (Rep. 496c). Eppure, i suoi discepoli sono convinti che questo segno abbia avuta grande influenza nella vita di Socrate, e sia alla base di alcune scelte di Socrate apparentemente inspiegabili per la società ateniese del V secolo, come quella di non dedicarsi all'attività politica. Sulla sua azione effettiva, però, essi sono divisi:
  • Nella presentazione platonica, il δαιμόνιον ha quasi sempre un ruolo negativo (deterrente) rispetto alle decisioni e alle azioni di Socrate, specialmente quelle che avrebbero un maggior peso morale, trattenendolo dunque dal compiere turpitudini, e mantenendolo nella rettitudine.
    Forniamo di seguito una piccola bibliografia di riferimenti per questa tesi (il fatto che Socrate quivi parli apparentemente in prima persona non deve ingannare, essendo sempre necessario considerare la mediazione di Platone, che quasi sempre usa la voce del maestro per proporre il proprio pensiero):
    - Apolog. 31d "quando (la voce) si fa sentire, sempre mi distoglie da ciò che sto per fare, e giammai m'incita".
    - Euthyd. 272e "E proprio mentre mi stavo alzando, mi si manifestò il consueto segno, quello demonico. Allora, mi sedetti di nuovo..."
    - Phaedr. 246b "E' accaduto che è venuto a me il segno demonico consueto - mi trattiene sempre da quello che sto per fare"
    - Theaet. 151a "E se con alcuni di loro il demone che in me è sempre presente mi impedisce di congiungermi, con altri invece lo permette"
    - Theag. 128d "Infatti è un demone, che per divina disposizione mi accompagna sin dalla fanciullezza, una voce che quando sopraggiunge mi indica sempre di non fare ciò che sto per fare, ma non mi spinge mai a far nulla" (in realtà appena una pagina dopo, a Theag. 129e, pare venir data un'indicazione in senso contrario; questo è uno dei motivi per cui alcuni critici, come l'Abbagnano, sono scettici nell'attribuzione platonica di questo dialogo)
  • Più ampio all'interno della coscienza del filosofo è il ruolo destinatogli dall'altro biografo e allievo di Socrate, purtroppo spesso dimenticato per quanto concerne la sua produzione filosofica, ossia Senofonte. Secondo questi, infatti, il demonio socratico aveva principalmente un ruolo positivo, dando indicazioni a Socrate sul modo di agire conforme al logos, e non semplicemente trattenendolo da azioni empie.
    Possiamo trarre tre riferimenti dai Memorabilia a sostegno di questa tesi:
    - I, 1.4 "Ei diceva d'avere un nume che davagli i segni"
    - IV, 3.12 "Gl'iddii per questo verso ci aiutano, [...] ci mostrano le cose future e ci insegnano come possano nel miglior modo avvenire"
    - IV, 8.1 "Socrate diceva d'avere una divinità che l'avvisava di quel che dovesse o non dovesse fare".
Con il tempo, i filosofi smisero di interrogarsi sull'azione del demone (eran discordanti quegli stessi che avevan conosciuto Socrate, figurarsi come avrebbero potuto ben congetturare quei che a loro dovevano ricorre per saperne qualcosa su di lui), e passarono piuttosto a ricercare l'origine di questo fenomeno, il quale con il suo alone di mistero e d'incoerenza apparente affascinava (e continua ad affascinare) filosofi e critici di ogni generazione. In particolare, andiamo a vedere come gli analisti cristiani cercarono di identificare e spiegare questo fenomeno. Anche qui possiamo leggere due opposte correnti di pensiero:
  • Alcuni autori (una minoranza, per verità), schierandosi dalla parte di Socrate, che essendo stato forte sostenitore dell'immortalità dell'anima (cfr. Phaedo) era visto come un precursore della dottrina cristiana, vollero vedere in questo segno divino un qualcosa inviato dal Signore Iddio. Leggiamo in particolare l'analisi di Eusebio di Cesarea, che non esita a paragonarlo alla "voce di Dio" con cui lo Spirito dell'Altissimo parlava ai profeti d'Israele, dicendo che egli "udì la voce di Dio, quando stava contemplando la disposizione del creato, così ben fatto e imperituramente combinato da Dio" (Praep. Evang. XIII, 12).
    Interessante è anche la proposta di Clemente Alessandrino, che nei suoi Stromata identifica quel δαιμόνιον con un angelo custode (cfr. Strom. V, 14).
  • La maggioranza degli autori è invece concorde nel condannare Socrate, il quale non possedeva la verità rivelata di Cristo, né aveva la fede nel Messia venturo de' Patriarchi e profeti d'Israele, e dunque non poteva essere un uomo di Dio. In questo senso parlano, tra i molti, i seguenti autori, i quali non esitano a scorgervi un demone malvagio e fuorviante, un elemento satanico che porta Socrate sempre più lontano dalla verità cristiana:
    - Tertulliano, che due volte cita il δαιμόνιον, chiamandolo prima pessimum paedagogum (De anima I, 4), e poi appellandolo come dehortatorium a bono (Apologia XXII, 1)
    - Minucio Felice, che scrive "Socrate, quel commediante ateniese, che confessò di nulla sapere, e che per l'approvazione di lui fatta dal demonio, avvegnachè menzognero, fu glorioso" (Octav. XXXVIII, 5)
    - S. Cipriano di Cartagine (cfr. Quod idola dii non sint, VI)
    - S. Agostino d'Ippona: "Anche l’amicizia di Socrate per il demone non merita lode. Apuleio stesso ha ritegno a parlare di tale amicizia al punto da intitolare il libro Il dio di Socrate, perché stando alla sua tesi con cui criticamente ed esaurientemente distingue gli dèi dai demoni non lo avrebbe dovuto denominare il dio ma il demone di Socrate. Ma preferì inserire il concetto nel contesto anziché nel titolo del libro. Infatti mediante la sana dottrina che ha gettato luce sulla cultura tutti o quasi tutti aborriscono il nome dei demoni al punto che prima della teoria di Apuleio, con cui si difende la dignità dei demoni, chiunque leggeva il titolo di un libro sul demone di Socrate pensava che egli non fosse normale. E in definitiva lo stesso Apuleio che cosa ha trovato da lodare nei demoni fuori della sottilità e impassibilità del corpo e la sfera più alta della dimora? Dei loro costumi, parlando in generale di tutti, non ha detto niente di bene ma piuttosto parecchio di male". (De Civitate Dei VIII, 14)
Fonti: Critica di M. M. Sassi all'Apologia (rielaborata in senso cristiano), testi citati dei commentatori antichi di Socrate

domenica 20 agosto 2017

Meditazione sulla Sapienza (Dominica XI post Pentecosten, IV augusti, ad Matutinum)

Letture del Mattutino della XI Domenica dopo Pentecoste (IV di agosto)

Letture bibliche (I, II e III):    Ecclesiasticus (Siracide)  I, 1-5 ; 6-10 ; 11-16
Letture patristiche (IV, V e VI) S. Gregorio Papa, Moralia, liber 1, cap. 10
Vangelo: S. Marco VII, 31-37
Omelia (VII, VIII e IX): S. Gregorio Papa, Homilía X, liber 1 in Ezech.


Vasilij Belajev, La Santa Sapienza

Meditazione

Nello scritto di S. Gregorio Papa ci vengono presentati due diversi modelli: da una parte uno positivo, di prudenza, dall'altra un modello negativo, che tutto sommato potremmo definire di superbia o noncuranza verso le cose di religione. Perché si è detto che sono due modelli contrari? Linguisticamente e logicamente il contrario di prudenza è imprudenza e il contrario di superbia è umiltà. Ma tanto l'imprudenza quanto la superbia, così come la prudenza e l'umiltà vengono da Dio, vengono da Satana, dal demonio. Particolarmente, l'imprudenza è uno degli atteggiamenti preferiti dal diavolo, perché ci fa tralasciare di meditare le nostre azioni che andrebbero differite o evitate, aumentando la probabilità che noi commettiamo un errore; ovviamente anche il primo atteggiamento, ch'abbiam definito di superbia, ma comprende anche mancanza di spiritualità, disprezzo della fede, non può venir che da Lucifero. Ma in che modo questi due atteggiamenti negativi, che si è capito provenire dal demonio, ci vengono instillati? Noi sappiamo che il demonio, benché vogliasi presentare come potente, è in realtà assolutamente impotente, e non ha dunque alcun potere su di noi dovendo addirittura chiedere a Dio il permesso per poterci "attaccare". Egli può solamente tentarci, per farci errare dalla via della salute. In che modo allora egli ci tenta per condurci all'imprudenza, alla superbia, al disprezzo delle cose di religione? Alla base di tutto ciò sovente vi è una tentazione particolare, che viene comunemente definita "sapienza", ma che sarebbe più corretto definire nozionismo. Cos'è il nozionismo, altresì detto "sapienza degli uomini"? Si tratta di quel cumulo di nozioni e conoscenze sensibili che rendono una persona colta, dotta, ma che hanno una radice in sé sbagliata, o meglio insufficiente, perché non hanno radice in Cristo. Nel Vangelo di S. Giovanni sta scritto: "Veritas vos liberabit" (VIII, 31), la verità vi farà liberi. Ebbene, questo motto, a qualcuno che non conosce il Vangelo, suonava molto illuminista o massonico, dacché questi movimenti anticristiani propugnarono proprio la conoscenza e l'istruzione come mezzi di emancipazione da quelle che loro definivano "pietre d'inciampo sulla via del progresso umano", come diabolici mezzi d'emancipazione dunque da Cristo e dalla sua Santa Chiesa. Ma l'istruzione ch'essi proponevano non può in modo veruno portare alla vera sapienza: portavano forse a una conoscenza delle cose di questo mondo, ma essa si può forse dire vera sapienza? Ma ciò che è peggio, è che questa conoscenza vana porta a ritenere di avere consapevolezza delle cose, ma non porterà mai alla vera conoscenza del Creato così come lo ha stabilito Iddio. Anzi, porta a insuperbirsi, a ritenere di avere una sapienza che in realtà non si possiede, e di conseguenza si diventa imprudenti, perché si pensa di avere i mezzi per affrontare il nostro esilio terreno, mezzi che con questa "sapienza" senza Cristo non ci sono dati.
Un esempio molto attuale, molto comune, ma molto triste: due ragazzi sui vent'anni, non isposati, decidono d'unirsi carnalmente perché "si vogliono bene e vogliono darsene prova"; e in più, poiché presumono e pretendono a mal diritto di avere consapevolezza dei loro atti, adoperano metodi anticoncezionali per "evitare che le cose vadano male". In questo caso essi credevano di conoscere, di avere consapevolezza, ma sapevano forse delle gravissime conseguenze che avrebbe avuto il loro atto, in prima istanza a livello psicologico nella vita, poiché si son depauperati del dono della riproduzione, sprecandolo con persone da sé slegate, e impedendo addirittura il fine medesimo dell'atto, e per di più le grandissime conseguenze che ciò avrà al momento del loro particolare giudizio, in cui Cristo siederà qual giudice nel terribile tribunale, al momento in cui si giudicherà della salute eterna delle loro anime, le quali a cagione di quella presunzione e quell'imprudenza che li portarono a consumare un'atto tanto impuro, qualora non ne provassero sincero pentimento, han già anzi a sé il terribile fuoco dell'eterna dannazione.
Qual'è dunque, dopo tanti esempi negativi, la Sapienza che va veramente ricercata? Ce lo spiega la lettura dell'Ecclesiastico, del Siracide, che riprendendo le parole del salmo CX ci dice: Initium sapientiae timor Domini. Non vi è sapienza che non abbia il proprio fondamento nella fede cattolica: senza la fede non vi è sapienza. Del resto tutto il prologo del libro dell'Ecclesiastico, così come quello della Sapienza di Salomone, è dedicato alla ricerca della vera sapienza e della sua origine. E sin dal primo versetto ci viene spiegato che Omnis sapientia a Domino Deo est, et cum illo fuit semper. Non vi può essere, né mai potrà esservi, vera sapienza slegata dalla vera fede. Ci potrà essere, come già detto, nozionismo, che però è sterile, che forse fa conoscere il fatto, ma non dà conoscenza né della causa né della conseguenza. Quelle vengono solo dalla vera sapienza, la cui radice insostituibile è Unus, altissimus, creator omnipotens, rex potens et metuendus nimis, sedens super thronum illius, et Dominus: Deus.
E si è detto che la sapienza viene da Dio, ma in che modo? Ciò ci viene presentato nell'Evangelo letto, che presenta di per sé dei miracoli di Nostro Signore. E' tuttavia interessante la riflessione che ne fa S. Gregorio, perché legge il doppio significato dei miracoli di Nostro Signore Gesù Cristo: da una parte vi è il segno tangibile che mostra alle genti la potenza del Figlio di Dio, del Messia: d'altra parte c'è il significato "mistico", nascosto, che S. Gregorio in questa sua omelia analizza: nel momento in cui Nostro Signore sana il sordo, non guarisce solamente la sua facoltà uditiva in senso corporale, ma digitus in auriculas mittere est per dona Spiritus Sancti mentem surdi ad oboedientiam aperire, mettere il dito nell'orecchie del sordo significa, attraverso i doni dello Spirito Santo, aprire la mente del sordo all'obbedienza. Ebbene sì, dallo Spirito Santo viene a noi uomini ogni sapienza di Cristo: la scienza e il timor di Dio, che abbiam detto essere il principio della sapienza, sono due dei doni che lo Spirito Santo ha concessi alla Chiesa, e di cui partecipiamo nel Sacramento della Cresima. Poche righe dopo S. Gregorio dice: Et lingua per salivam oris, id est per scientiam locutionis, solvi debet ad verba praedicationis, e così, come la lingua del muto si sciolse per la saliva della bocca, che rappresenta la scienza del parlare, così anche la nostra dev'esser sciolta al fine della predicazione, dell'annunciare Cristo. Lo Spirito Santo manda i suoi doni sulla Chiesa e sui suoi fedeli, e tra questi doni vi sono la scienza e l'intelletto, come tutti sappiamo, e tutti questi doni concorrono a portarci alla Sapienza di Cristo, la quale è fondata su due atteggiamenti fondamentali che ci sono appunto stati spiegati da S. Gregorio nell'omelia su questo Vangelo:

  1. Comprendere gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo, i quali contengono in sé il modo di capire ogni concetto e nozione, e solo comprendendole in tal modo, obbedendo ai comandi di Dio; per questo si dice che lo Spirito "apre la mente all'obbedienza di Dio", perché questo significa "aprire la mente", e non aprirsi ad accettare ciò che diverge dalla verità cristiana, come vorrebbe qualche laicista: l'apertura significa capire che bisogna obbedire, a chi bisogna obbedire, cioè a Cristo, e come bisogna obbedirgli; e tramite questa obbedienza si giunge a ottenere la consapevolezza di ciò che è utile, di ciò che è necessario, delle cause celesti e delle conseguenze ultraterrene delle azioni. Basti pensare ai Comandamenti, i quali sono la legge fondamentale dataci da Dio a cui noi obbediamo, in cui vi è inscritta tutta l'utilità e la necessità morale, sia dal suo punto di vista negativo (proibizione), che positivo (comando).
  2. Utilizzare sapientemente il dono che è stato dato a molti di noi, che è quello di saperci esprimere; ma perché ci fu dato? Non certo per discutere della partita dell'altro giorno o delle vicende del vicino di casa. Tutto ciò ci è stato dato unicamente per diffondere in tutta la terra il verbo di Nostro Signore Gesù Cristo incarnato, il cui nome sia sempre benedetto.
Perché infatti, essendo tutto da Nostro Signore Gesù Cristo, per quem omnia facta sunt, tutto torna a Nostro Signore Gesù Cristo: noi tutti vi torniamo alla morte, venendo da Lui giudicati particolarmente, e tutto tornerà a Lui il giorno del giudizio, quand'egli verrà nella gloria judicare saeculum per ignem.

Sia lodato Gesù Cristo.

venerdì 18 agosto 2017

Te Deum

Avendo il nostro blog, a quattro mesi e mezzo dall'apertura, superate le 10.000 visualizzazioni, per ringraziare Iddio dell'assistenza prestataci in quest'opera che abbiam voluto dedicare alla diffusione della fede, della liturgia e della tradizione Cattolica, proponiamo il testo del Te Deum, l'inno di ringraziamento per eccellenza.



Caput inclinatur ad Sanctus, Sanctus, Sanctus et ad Tu ad liberandum. Genuflectitur ad Te ergo quaesumus.
Si china il capo al Santo, Santo, Santo e al Tu col proposito. Si genuflette al Te dunque preghiamo.

HYMNUS AMBROSIANUS*

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum.

INNO DI S. AMBROGIO*

Te, o Dio, lodiamo * e qual Signore ti professiamo.
Te, qual Padre eterno * venera tutta la terra.
A te tutti gli angeli, *
a te i cieli e le potenze tutte:
a te i cherubini e i serafini *
cantano con voce incessante:

Santo, * Santo, * Santo*
è il Signore, Dio degli eserciti.
Ricolmi sono i cieli e la terra * della maestà della tua gloria.
Te degli Apostoli * il coro glorioso,
Te dei profeti * la lodevol moltitudine,
te dei martiri loda * la purificata schiera.
Te per tutta la terra *
confessa la Santa Chiesa,
Padre* d'immensa maestà;
il tuo venerabile, vero * ed unico Figlio;
e pure il Santo * Spirito Paraclito.

Tu, re della gloria, * o Cristo.
Tu del Padre * sei il Figlio sempiterno.
Tu, col proposito di liberare gli uomini, *
non disprezzasti d'una vergine il seno.
Tu, sconfitto il pungiglione della morte, *
apristi ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra d'Iddio, * nella gloria del Padre.
E crediamo che tu qual giudice * hai da venire.
Te dunque preghiamo, vieni in soccorso ai figli tuoi, *
che hai redenti col tuo sangue prezioso.
Fa che sian annoverati * nella gloria eterna insieme ai santi.

Fa' salvo il tuo popolo, o Signore, *
e benedici la tua eredità.
E dirigili, * e guidali per l'eternità.
Ogni giorno * ti benediciamo;
e lodiamo il nome tuo in eterno, *
nei secoli dei secoli.
Degnati, o Signore, in questo giorno *
di custodirci senza peccato.
Pietà di noi, o Signore, * pietà di noi.
Sia su di noi la tua misericordia, o Signore, *
siccome in te sperammo.
In te sperai, o Signore: *
ch'io non resti confuso in eterno.

* benché la tradizione attribuisca quest'inno all'opera congiunta di S. Ambrogio e S. Agostino nel giorno del battesimo di quest'ultimo (anno 386) e lo tramandi sotto il nome di Inno Ambrosiano, prima dell'VIII secolo era credenza comune che l'autore fosse S. Cipriano di Cartagine. Molti analisti propendono anche per Niceta vescovo di Remesiana.

Deo gratias!

S. Elena imperatrice, pari agli apostoli

Adattato da un testo di Antonio Borrelli

Nell’iconografia e nella tradizione liturgica, sant’Elena, oltre ad essere chiamata "ἱσαπόστολος" (pari agli apostoli), titolo portato da Maria Maddalena, dai SS. Cirillo e Metodio e da poche altre personalità, è raffigurata spesso insieme al figlio, l’imperatore Costantino, al quale in vita fu legata dal tenacissimo affetto, ambedue posti ai lati della Croce, simbolo della più  grande impresa  di Elena, l'invenzione della Vera Croce sulla quale portò la Passione Nostro Signore Gesù Cristo.


Di Elena i dati biografici sono scarsi: nacque verso la metà del III secolo forse a Drepamim in Bitinia, cittadina a cui fu dato il nome di Elenopoli da parte di Costantino, in onore della madre.Non si sa in che occasione incontro Costanzo ne la qualità legale del loro rapporto, poiché Girolamo la chiama sia "concubina" sia "moglie".
Nel 280 ca. a Naisso in Serbia, partorì Costantino che allevò con amore; ma nel 293 il marito Costanzo divenne ‘cesare’ e per ragioni di Stato dovette sposare Teodora, figliastra dell’imperatore Massimiano Erculeo; Elena Flavia fu allontanata dalla corte e umilmente rimase nell’ombra.
Cima da Conegliano
Il figlio Costantino venne allevato alla corte di Diocleziano (243-313) per essere educato ad un futuro di prestigio; in virtù del nuovo sistema politico della tetrarchia, nel 305 Costanzo Cloro divenne imperatore e Costantino lo seguì in Britannia nella campagna di guerra contro i Pitti; nel 306 alla morte del padre, acclamato dai soldati ne assunse il titolo e il comando.
Divenuto imperatore, Costantino richiamò presso di sé Elena sua madre, dandole il titolo di Augusta, la ricoprì di meriti e di onorificenze, dandole libero accesso al tesoro imperiale, facendo incidere il suo nome e la sua immagine sulle monete.
Di queste prerogative Elena Flavia Augusta ne fece buon uso, gratificò meritevoli persone di ogni ceto e intere città, la sua bontà arrivava in soccorso dei poveri con vesti e denaro; fece liberare molti condannati dalle carceri o dalle miniere.
Fu donna di splendida fede e quanto abbia influito sul figlio, nell’emanazione nel 313 dell’editto di Milano che riconosceva libertà di culto al cristianesimo, non ci è dato sapere.
Ci sono due ipotesi storiche, una di Eusebio che affermava che Elena sia stata convertita al cristianesimo dal figlio Costantino e l’altra di s. Ambrogio che affermava il contrario; certamente deve essere stato così, perché Costantino ricevé il battesimo solo in punto di morte nel 337.
Ad ogni modo Elena visse esemplarmente la sua fede, nell’attuare le virtù cristiane e nel praticare le buone opere; partecipava umilmente alle funzioni religiose, a volte mischiandosi in abiti modesti tra la folla dei fedeli; spesso invitava i poveri a pranzo nel suo palazzo, servendoli con le proprie mani.
Forse per episodi oscuri legati alle vicende famigliari che coinvolgevano il figlio Costantino, a 78 anni nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina: qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente.

La tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su di essa ritornò miracolosamente in vita. Questo episodio miracoloso è stato raffigurato da tanti artisti, ma i più noti sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma e nel famoso ciclo di S. Francesco ad Arezzo di Piero della Francesca. Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all’interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza. L’intento di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed indicargli che non c’è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo; inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica dell’Anastasis.

Fu da subito considerata una santa e con questo titolo fu conosciuta nei secoli successivi; i pellegrini che arrivavano a Roma non omettevano di visitare anche il sepolcro di S. Elena, situato tangente al portico d’ingresso della Basilica dei Santi Marcellino e Pietro.
Il grandioso sarcofago di porfido fu trasportato nell’XI secolo al Laterano e oggi è conservato nei Musei Vaticani. Il suo culto si diffuse largamente in Oriente e in Occidente, l’agiografo Usuardo per primo ne inserì il nome nel suo Martirologio al 18 agosto e da lì passò nel Martirologio Romano alla stessa data; nel Calendario Romano universale la sua festa non è inserita, ma lo è nel proprio Veneziano e in molti altri, che godono persino di un formulario di Messa particolare pro aliquibus locis per questo giorno. In Oriente è venerata il 21 maggio insieme al figlio S. Costantino imperatore.
Gli strumenti della Passione da lei ritrovati, furono custoditi e venerati nella Basilica romana di S. Croce in Gerusalemme, da lei fatta costruire per tale scopo, le sue reliquie hanno avuto una storia a parte, già dopo due anni dalla sepoltura a Roma, il corpo fu trasferito a Costantinopoli e posto nel mausoleo che l’imperatore aveva preparato per sé.
Le reliquie di S. Elena a Venezia
Poi le notizie discordano, una prima tradizione dice che nell’840 il presbitero Teogisio dell’abbazia di Hauvilliers (Reims) trasferì le reliquie in Francia; una seconda tradizione afferma che verso il 1140 papa Innocenzo II le trasferì nella Basilica romana dell’Aracoeli e infine una terza tradizione dice che il canonico Aicardo le portò a Venezia nel 1212.

Per la premura che voi aveste nel trarre dalle rovine in cui stava nascosta la santa Croce di Gesù Cristo, e per lo strepitoso miracolo dell'immediato e perfetto risanamento di un moribondo con cui il Cielo benedisse i vostri desideri, perchè si distinguesse da tutti gli altri il legno della comune redenzione, otteneteci, o incomparabile sant'Elena, di non gloriarci mai d'altro se non che della Croce di Gesù Cristo, e di portare con santa rassegnazione la croce dei patimenti. Tre Gloria Patri.

Post-scriptum: in occasione della recente visita in Grecia delle Sante Reliquie custodite nella Chiesa di S. Elena a Venezia, il gestore di un blog amico, "Traditio liturgica", ha dedicato alcuni articoli alla veracità delle reliquie veneziane della santa imperatrice e alla strumentalizzazione fattane in quest'ultimo evento. Questa inchiesta molto ben fatta si può leggere qui e qui.

Chiese Veneziane - San Polo (S. Polo, 2012)

Nota di Redazione: qualora qualcuno abbia letto durante la mattinata di oggi 18 agosto un omonimo articolo mal impostato, sappia che si trattava di una bozza abusivamente pubblicata senza il consenso della nostra redazione.

La Chiesa di San Paolo Apostolo (vulgo San Polo) è una Chiesa veneziana, situata nell'omonimo campo (il più grande della città) al centro dell'omonimo sestiere (il più piccolo della città), dando il nome ad entrambi.

L'abside della Chiesa, così come appare dal campo
La sua prima edificazione risale all'837, essendo doge Pietro Tradonico, ancorché alcuni la posticipino di qualche anno, ponendola sotto il dogado di Orso I Partecipazio.

San Polo, a differenza della maggioranza delle chiese veneziane, non è stata ristrutturata mai nella sua totalità, così ha avuto il vantaggio di conservare in maggior parte la sua planimetria originale, ovvero tripartita in tre navate, seguendo i canoni dell'architettura veneto-bizantina.Tuttavia, nel corso dei secoli dovette subire numerosi rimaneggiamenti a causa del naturale decadimento. Queste frequenti ricostruzioni contribuirono a dare all'edificio un aspetto stilisticamente poco omologo.Il primo dei grandi lavori di rimaneggiamento fu nel periodo andante dal 1200 al 1300, anni della fioritura dello stile gotico, e ciò spiega gli elementi goticheggianti come il portale laterale, illustrato con decorazioni a rilievo e mondanature a tortiglione, le complicate strutture ogivali della navata e il rosone. Nell'Ottocento furono perpetrate alcune modifiche da parte di David Rossi, che rimosse per sostituzione le colonne costeggianti la navata centrale, e modificò la successione delle aperture, nel tentativo di imporre lo stile neoclassico ottocentesco; al termine di questi lavori, nel 1838, la chiesa fu riconsacrata, ancorché avesse smesso da ventotto anni, dopo le soppressioni napoleoniche, di essere parrocchia. L'abside inoltre fu modificato su pianta semiottagonale. Solo recentemente, rimossi gli orpelli neoclassici e riportato il tutto alla purezza quattrocentesca, è stato riportato alla luce il particolare soffitto fatto a carena di nave, elemento architettonico presente in molte chiese di Venezia del periodo veneto bizantino, come a San Zan Degola e a San Giacomo dall'Orio.

Il campanile con cuspide a pigna fu innalzato nel 1362, ad opera di Filippo Dandolo. L'ingresso è sormontato da due leoni affrontati, l'uno recante fra gli artigli un serpente, l'altro una testa umana: secondo la tradizione, ricorderebbero la tragica fine di Marin Faliero, oppure del conte di Carmagnola.

Gloria Angelica di Giandomenico Tiepolo
Per quanto concerne gli interni, vi si trovano opere di Tintoretto (Ultima Cena e la pala dell'altare laterale con l'Assunzione), Paolo Piazza (San Silvestro battezza Costantino e San Paolo predicante), Jacopo Guarana (Sacro Cuore), Veronese (il famosissimo Sposalizio della Vergine), Palma il Giovane e Alessandro Vittoria (episodi delle vite di S. Pietro, S. Paolo e S. Antonio Abate), Giambattista Tiepolo (S. Giovanni Nepomuceno) Giandomenico Tiepolo (Risurrezione e Gloria angelica, ambedue sul soffitto). Anonimi sono i ritratti degli Evangelisti, così come gli autori del Crocifisso dell'Altar maggiore e dei dipinti della navata destra.
La II stazione della Via Crucis del Tiepolo
La Cappella del Santissimo si trova a lato dell'altar maggiore; è decorata con opere di Giuseppe Porta (scene della Passione) e affreschi di Gioacchino Pozzoli sul soffitto.

Una curiosità è che alla chiesa non è possibile accedere dalla facciata principale, in quanto l'antico nartece fu sostituito all'oratorio del crocifisso, murato l'ingresso, dove è inserita, tra i suoi vari lavori ivi presenti, l'opera prima di Giandomenico Tiepolo, la Via Crucis (1747 circa).

Martirio di San Giovanni Nepomuceno, del Tiepolo
Alla Chiesa furono donate dal sovrano polacco Augusto III le reliquie dello ieromartire boemo Giovanni Nepomuceno, che da allora divenne patrono meno principale della città di Venezia.

martedì 15 agosto 2017

In Assumptione Beatae Mariae Virginis

Allelúja, allelúja. Assumpta est María in coelum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.

Si rallegrano gli angeli e cantano inni gioiosi per il grande e glorioso dies natalis della Beata Vergine Maria, la quale oggi vien glorificata in anima e corpo, è assunta al cielo per divenire regina del Regno di Cristo! Ella, concluso il suo bel cammino iniziato coll'Annunciazione, ha il suo trionfo celeste, lei che portò nel ventre il Cristo Signore e lo allattò al seno. Ella è assunta al cielo, ove l'accolgono festanti gli Angeli e i Beati, porgendole l'aurea corona di Signora dell'Universo, ove l'attende il suo Figlio Gesù, donde presso suo Figlio è e sarà avvocata e mediatrice per noi peccatori.

Il mistero della dormizione

Nelle Sacre Scritture apparentemente non vi è traccia della sorte finale di Maria. La vicenda, tanto cara all'iconografia orientale, in cui è molto diffusa la raffigurazione della Vergine sul letto di morte nel Getsemani con gli Apostoli attorno a lei, ha origine in leggende apocrife del IV secolo, tanto meravigliose e spettacolari quanto diverse ed incoerenti tra loro. Secondo queste leggende, per esempio quella del Transitus Beatae Virginis dello pseudo-Giuseppe d'Arimatea, Maria si sarebbe addormentata per tre giorni (che richiamano simbolicamente i tre giorni trascorsi dal Cristo nel sepolcro prima di risorgere), dopo che gli Apostoli le avevano celebrato il funerale; il terzo giorno S. Tommaso volle aprire la tomba, e si scoprì che il corpo più non v'era, ma era stato portato direttamente in cielo da Nostro Signore Gesù Cristo, secondo quella che sarebbe dovuta essere la sorte di tutti gli uomini, se i nostri progenitori non avessero disubbidito a Dio. C'è chi ha voluto cercare una prova scritturale di questa fede comune della Chiesa nel versetto dell'Apocalisse Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim (XII, 1), che è anche l'introito della festa odierna; altri nel versetto della Genesi Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius: ipsa conteret caput tuum et tu insidiaberis calcaneo ejus. Altri, più in generale, trovano che molte delle frasi pronunciate dalla Sapienza nei libri sapienziali della Bibbia (che tutti i cristiani antichi considerano essere una prefigurazione allegorica di Maria) possano avere compimento solo dopo aver assunto che ella sia stata portata al Cielo in anima e corpo, e da lì sia potente intercessione per noi anzi a Dio.
Altri, forse meglio, notano che i primi cristiani, pur molto intenti a ritrovare e venerare le reliquie dei martiri e dei santi, non abbiano mai trovato (né del resto mai cercato, come si deduce da diverse fonti) le spoglie mortali della Beata Vergine Maria: è dunque da opinare che nella Chiesa antica fosse ben nota, forse addirittura per testimonianza diretta degli Apostoli, la sorte subita dalla Santa Vergine, sorte che dal Concilio di Efeso nel 431 è stata così definita: Non conobbe la corruzione del sepolcro il corpo di Maria: Iddio l'ha portata in Paradiso.

Interpretazione ed evoluzione storica

Tra le cose che più colpiscono coloro che si avvicinano alle diverse forme della liturgia è la differenza nominale tra Assunzione, come è chiamata la festa odierna in Occidente, e Dormizione, come invece la chiamano tutte le Chiese Orientali, tanto che molti inesperti hanno addirittura pensato a una differenza dottrinale tra le due. Ma per capire questo è necessario analizzare con ordine l'evoluzione storica di questa credenza della Chiesa.

Come avresti potuto essere concepita e poi svanire in polvere, esclama san Germano, Tu che, per la carne che desti al Figlio di Dio liberasti il genere umano dalla corruzione della morte? Era mai possibile che il vaso del tuo Corpo, che fu pieno di Dio, se ne andasse in polvere, come qualsiasi carne? Colui, che si è annientato in te, è Dio fin dal principio e perciò vita, che precedette i secoli, ed era necessario che la Madre della Vita abitasse insieme con la Vita e cioè che si addormentasse per un istante nella morte, per assomigliare a Lui e che poi il passaggio di questa Madre della Vita fosse come un risveglio. Un figlio prediletto desidera la presenza della madre e la madre, a sua volta, aspira a vivere col figlio. Era giusto perciò che salissi al Figlio tu che ardevi nel cuore di amore per Dio, frutto del tuo seno; era giusto ancora che Dio, nell'affetto filiale che portava alla Madre sua, la chiamasse presso di sé a vivere nella sua intimità.

Queste parole sono tolte dal primo discorso sulla Dormizione di S. Germano; i suoi due sermoni su tale festa, uniti ai poetici inni di S. Giovanni Damasceno, sono una testimonianza della radicazione della fede ortodossa nella Dormizione, secondo la credenza antica del sonno di tre giorni e della successiva assunzione al cielo, da cui l'Oriente Cristiano mai difettò.
Decisamente più complessa fu la questione in Occidente: sebbene la dottrina dell'Assunzione fosse stata universalmente diffusa e accettata, i teologi gallicani, che ripugnavano gli apocrifi e dunque questa tesi che da essi pareva esser stata tolta, attorno al IX secolo fecero depennare l'Assunzione dall'elenco delle feste mariane, invocando una riesamina della stessa (concilio capitolare di Aix-la-Chapelle, 800 circa), che si concluse poco più di tredici anni dopo con la conferma del Concilio di Magonza. Il secolo IX non fu tuttavia esente da altre contestazioni sull'argomento, tra cui Adone, scettico, e uno pseudografo di S. Girolamo, Pascasio Radberto, il quale compose a nome del gran santo un sermone, conosciuto come Cogitis me, incentrato sulla morte della Madonna e fortemente scettico sul suo transito corporale al cielo. Peraltro, questo sermone divenne popolare anche in ambiente favorevole alla festa dell'Assunzione, entrando persino nel Breviario e aumentando la confusione, sino alla salutare riforma di S. Pio V. E' da dire che anche grandi santi come S. Bernardo, pur mai negandola, non fanno mai riferimento all'Assunzione della Vergine; pare tuttavia che la gran massa del clero e dei fedeli sia stata poco condizionata dalle obiezioni di questi pochi, per quanto importanti fossero, specialmente dacché l'Assunzione era stata chiaramente affermata come fede comune della Chiesa, e non come episodio di ispirazione apocrifa, così come effettivamente è (a pensarci, è più probabile che l'Apocrifo sia stato scritto in seguito alla fede ecclesiastica già diffusa da almeno due secoli e mezzo, al tempo della redazione).
Tutto questo, con ordine, razionalità e austerità scolastiche, non senza una profonda devozione mariana trasparente dalle armoniche, precise e profonde righe, è chiarificato, inquadrato e confermato da uno pseudografo di S. Agostino del X-XI secolo, che nel suo Liber unus de Assumptione BMV riordina tutti i riferimenti scritturali sani e le credenze tradizionali, legittimando completamente il culto dell'Assunzione e slegandola definitivamente dall'influsso degli apocrifi.

Nessuno nega che Cristo poté concedere a Maria questo privilegio. Se Egli lo poté, lo volle, perché vuole tutto quello che è giusto e conveniente. Pare dunque che si possa, con ragione, concludere che Maria godette nel corpo, come nell'anima, una felicità inenarrabile nel Figlio e con il Figlio; che sfuggì alla corruzione della morte colei la cui integrità verginale fu consacrata, dando alla luce un Figlio così grande. Vive tutta intera colei dalla quale noi abbiamo la vita perfetta, è con Colui che portò nel suo seno, presso Colui che concepì, generò, nutrì della sua carne. Madre di Dio, nutrice di Dio, domestica di Dio, compagna inseparabile di Dio. Io non ho la presunzione di parlare di lei in modo diverso, perché non oso pensare in modo diverso" (op. cit., col. 1148)

Apparentemente, la fede nell'Assunzione parve uscire rinforzata dalla teologia del secondo medioevo (venendo appoggiata e sostenuta dai grandi come S. Tommaso e S. Bonaventura), e parve passare indenne alle eresie (dal protestantesimo all'illuminismo, nonché in tempi più recenti al modernismo) che nei secoli a venire misero in dubbio questa credenza. Nonostante ciò, alla maggior parte dei vescovi, interrogati dal Sommo Pontefice, parve opportuno che questa fede venisse confortata dalla proclamazione dommatica; e così fu. Pio XII, il primo novembre 1950, con la bolla dommatica Munificentissimus Deus, proclamò solennemente il dogma dell'Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria, alla quale chiunque non creda è scomunicato ed è fuori dalla salutare comunione della Chiesa Cattolica.

E' dogma rivelato che Maria, l'Immacolata Madre di Dio, sempre Vergine, al termine della sua vita terrena, fu elevata, anima e corpo, alla gloria del cielo. (Pio XII, Munificentissimus Deus)

Veniamo ordunque alla differenza tra Dormizione e Assunzione: è una differenza quasi sostanzialmente lessicale, che identifica una diversa luce dalla quale è visto il medesimo mistero:
  • La prospettiva orientale (Dormizione) si conforma alla fede dei primi secoli, raccontata anche negli scritti apocrifi e citata da molti Padri (cfr. S. Gregorio Teologo), e prevede che la Beata Vergine si sia addormentata e, sepolta nel Getsemani dagli Apostoli, abbia trascorso tre notti nel sepolcro senza però andare incontro alla morte corporale, e poi il Figlio suo l'abbia portata gloriosamente nel Cielo
  • La prospettiva occidentale (Assunzione), per effetto delle disquisizioni del medioevo che avevano portato a lasciar da parte la narrazione tradizionale per concentrarsi sulla possibilità teologica di un'assunzione corporale, parla solo del momento in cui Gesù Cristo porta la Madre sua al Cielo nella gloria degli angeli e dei santi, senza specificare in quale momento, ne se ciò è stato effettivamente preceduto da un sonno di tre giorni nella tomba.
Si può affermare in definitiva che la formula inclusiva dell'Assunzione, così come è stata solennizzata da Pio XII, non esclude né comporta necessariamente la Dormizione, che però essendo antica credenza comune di tutta la Chiesa resta valida e venerabile per tutte le tradizioni che sono legate a questa interpretazione.

La festa nei tempi antichi

Le più antiche liturgie ad avere inserite nel proprio calendario la festa della dormitio sono quelle copta e siriaca, alle quali tradizioni peraltro si riconducono le narrazioni apocrife; la Chiesa Gerosolimitana ha sin dal 450 una festa dedicata a Maria Santissima (la festa della Παναγία), ma che fino al VII secolo almeno non ha riferimento alcuno all'Assunzione. A istituirla nel tipico costantinopolitano (inizi del VII secolo) fu l'Imperatore Maurizio, il quale ritenne che fosse necessario onorare particolarmente questo evento, conformandosi così a quella che il Concilio Efesino stesso aveva approvato come verità di fede dettata dalla Chiesa sulla base della tradizione apostolica. La festa dell'Assunzione è introdotta a Roma verso l'anno 650 e nella stessa epoca, forse anche alquanto prima, come in Gallia per la dipendenza di san Gregorio di Tours dagli apocrifi, l'Assunzione diviene oggetto di una commemorazione solenne fatta prima il 18 gennaio e più tardi il 15 agosto.
Nell'Urbe la festa dell'Assunzione venne subito di buon grado accettata dai Sommi Pontefici; la prima liturgia di questo giorno era in realtà una celebrazione ordinaria arricchita di un solo riferimento all'Assunzione, ovverosia l'orazione che accompagnava la processione prima della Messa stazionale a S. Maria Maggiore:

Veneranda nobis, Domine, hujus diei festivitas, in qua Sancta Dei Genetrix mortem subiit temporalem. Nec tamen mortis nexibus deprimi potuit, quae Filium tuum Dominum nostrum de se genuit incarnatum. Per eundem...
Dobbiam noi venerare, o Signore, la festa di questo giorno, in cui la Santa Madre di Dio subì la morte temporale. Ma non poté tuttavia esser tenuta dai legacci della morte, colei che generò dentro di sé il Figlio tuo e Signore nostro incarnato. Per lo stesso...

"Non si poteva essere insieme più sobrii, più completi e più precisi. La fede nella morte, nella risurrezione e nell'Assunzione di Maria è affermata nettamente ed è messo in evidenza il motivo fondamentale di questa fede: la Maternità divina o, meglio, il fatto che la carne di Cristo, Verbo Incarnato, è stata presa da Maria." commenta il Gueranger. Questa colletta risale al secolo VIII, e le parole in essa contenute possono ritrovarsi in quelle utilizzate da S. Andrea di Creta (vescovo dal 711 al 720) nel suo triduo di prediche sulla Dormizione.

Stando allo Schuster,

La Messa Romana

La Messa Tridentina, così come l'Ufficio, dell'Assunzione della Vergine ancora al tempo del Tridentino non avevano una liturgia veramente propria: molte parti erano tratte dal comune delle feste della Madonna, e le stesse antifone di Laudi e Vesperi erano per metà proprie e per metà prese dal comune. Fu solo nel 1951 che Pio XII, per solennizzare ulteriormente la festa di cui aveva proclamato il dogma qualche Mese prima, fece riscrivere una nuova Messa e un nuovo Ufficio.

Fa infatti scrivere degli appositi inni per il Mattutino e le Laudi, muta i passi biblici dei capitoli, e finanche le letture del Mattutino (le tre dal Cantico dei Cantici che, secondo il comune, corredavano il primo notturno, sono sostituite da una dalla Genesi e due dalla prima lettera paolina ai Corinzi, sul tema della morte; al bel sermone di S. Giovanni Damasceno del II notturno è aggiunto un breve estratto della solenne proclamazione dogmatica; è totalmente rivoluzionato il Vangelo, e dunque anche le tre letture omiletiche del III notturno).

Per quanto concerne la Messa, viene scelta una nuova Epistola, non più tratta dal comune, ma dal libro di Giuditta (XIII, 22-25 et XV, 10), che poi è la stessa della festa dei Sette Dolori della B.V. Maria: in essa Maria è presentata come corredentrice, come colei che soffrendo insieme al Figlio ha contribuito attivamente alla nostra redenzione: e così come Nostro Signore doveva morire per poter gloriosamente risorgere, così era necessario che una spada trafiggesse il cuore della Madonna perché ella potesse trionfalmente esser portata a regnare nei cieli. "Maria ci appare, oggi più che mai, Regina vivente e trionfante nel cielo e i nostri canti di gioia si uniscono alla lode di santa Elisabetta, per salutarla benedetta fra tutte le donne e possiamo e dobbiamo rivolgere le parole, che il Sommo Sacerdote Onia diceva a Giuditta, molto tempo prima della Incarnazione, a Colei che per il demonio è più temibile di tutta l'armata dei cristiani e che sul Calvario, unita al Figlio immolato, schiacciò il capo al serpente". (Gueranger)

Viene completamente cambiato anche il Vangelo. Nell'età più antica il Vangelo odierno era l'insieme armoniosa di due passi diversi: l'episodio di Marta e Maria (Luca X, 38-42) e l'episodio della donna che esclama a Gesù Beatus venter (XI, 27-28); questi due passi erano legati da molti secoli, tant'è che ancora oggi si leggono in questa festa, nonché nel Grande Ufficio di Paraclisi nei quindici giorni precedenti, nella chiesa bizantina. Nei secoli questi due passi si scindettero, e mentre il primo restò come Vangelo di questa festa, il secondo passò all'officiatura penitenziale della vigilia. La riforma piana optò comunque per la sostituzione di questo Vangelo con uno più prettamente mariano, tolto dalla festa della Visitazione, ossia l'incontro con S. Elisabetta e l'inizio del gran cantico del Magnificat. Anche se poco relato alla festa apparentemente, sono sempre incredibili i sentimenti a cui il cuore si apre alle parole del Cantico della Beata Vergine, parole che secondo il Gueranger "furono senza dubbio la preghiera di tutta la vita della Santa Vergine e la Chiesa, cantando il Magnificat ogni giorno, in tutte le solennità vi trova sempre un senso nuovo e più profondo. Maria lo ripeté a Nazaret, a Cana, dopo la Risurrezione, sul Monte degli Ulivi, quando Gesù salì al cielo e molti autori spirituali pensano che lo cantasse, nel suo cuore colmo di dolore, il Venerdì santo a sera, mentre discendeva dal Calvario". In questo senso dunque, essendo stato l'inno di esultanza di tutta la vita della Vergine, non può che essere l'inno di esultanza anche della sua esaltazione celeste.

La Divina Liturgia bizantina

Anche nella liturgia bizantina nei secoli si è aumentata la solennità tribuita a questa gran festa, che ispirò la devozione e l'eloquenza di grandi padri come lo pseudo-Dionigi l'Aeropagita (V secolo), Modesto di Gerusalemme (VII secolo), Andrea di Creta (VIII secolo), S. Giovanni Damasceno (VIII secolo), Germano di Costantinopoli (VIII secolo)...

L'apolytikion e il kontakion magnificano la natura della Madonna, che sola poté partorire vergine ed esser preservata dalla corruzione del sepolcro, dacché "qual madre della vita l'ha portata alla vita, colui che in nel suo sempre vergine grembo prese dimora"; in essi è cantato l'inno di lode, e ovviamente è supplicata l'intercessione della più grande nostra mediatrice in cielo tra i santi, alla quale "tutti dopo Dio ricorriamo, qual fermo baluardo e difesa". Dal Magnificat sono tratti invece gli stichi del Prokimenon.

L'Apostolo è tratto dalla lettera paolina ai Filippesi (II; 5-11), nel quale è cantata la lode di Gesù Cristo, venendone raccontate mirabilmente e concisamente l'Incarnazione, la Passione e il trionfo finale; nulla di strano che la Chiesa applichi queste parole anche alla Santa Vergine, la quale lo ha accompagnato in tutta la sua vita umana e divina, ricevendo dentro al suo grembo verginale il Verbo Incarnato, accompagnando con lacrime e dolori la Passione, ed infine compartecipando in questo giorno della gloria celeste del Figlio, Re di tutto l'Universo, del quale ella è incoronata dal Figlio suo Regina.

Come sopraddetto, il Vangelo è l'unione del brano di Marta e Maria e di quello della donna che beatifica il grembo che portò il Cristo. A proposito degli ultimi due versetti, troppo spesso interpretati da parte degli eretici come una sminuizione dalla Madonna, a causa della frase Μενοῦνγε μακάριοι οἱ ακούοντες τὸν λόγον τοῦ Θεοῦ καὶ φυλασσοντες αὐτόν (dove il Μενοῦνγε ha un valore contrappositivo molto forte), si consiglia di leggere la bella omelia di S. Giovanni Crisostomo su questo passo, che chiarifica la visione cattolica di esso.

Il Megalinario odierno è tutto particolare, perché tolto dalla IX ode del Mattutino, ed è forse una delle più belle magnificazioni della Madonna, presentando veramente la bellezza soprannaturale di questa creatura naturale.

Αἱ γενεαὶ πᾶσαι μακαρίζομέν σε, τὴν μόνην Θεοτόκον.
Νενίκηνται τῆς φύσεως οἱ ὅροι, ἐν σοὶ Παρθένε ἄχραντε· παρθενεύει γὰρ τόκος, καὶ ζωὴν προμνηστεύεται θάνατος. Ἡ μετὰ τὸκον Παρθένος, καὶ μετὰ θάνατον ζῶσα, σῴζοις ἀεί, Θεοτόκε, τὴν κληρονομίαν σου.
Tutte le generazioni ti proclamano beata, la sola Madre di Dio.
Furon vinte in te, o Vergine immacolata, le leggi della natura: Verginale fu il tuo parto, e la tua morte fu foriera di vita. Tu, Vergine dopo il parto, vivente dopo la morte, salva sempre, o Madre di Dio, la tua eredità.

lunedì 14 agosto 2017

Sulla Misericordia di Maria

Alla vigilia della gran festa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, proponiamo una lettura spirituale dagli Annali dell'Ordine de' Frati minori Cappuccini (dato in Venezia, 1643), riportato come exemplum anche da S. Alfonso Maria de' Liguori nel suo splendido e profondo trattato Le glorie di Maria (VII, un.)

Tipica rappresentazione della Mater Misericordiae nella consuetudine ucraina

Nelle Croniche de' Padri Cappuccini (Cap. 11, part. 1) si narra che in Venezia vi era un celebre
avvocato il quale con frodi e male arti si era fatto ricco, onde viveva in malo stato. Altro forse
non avea di buono che 'l recitare ogni giorno una certa orazione alla S. Vergine. E pure questa
misera divozione gli valse a scampare dalla morte eterna per la misericordia di Maria. Ecco
come.
Per sua sorte prese amicizia quest'avvocato col P. Fra Matteo da Basso, e tanto pregollo che un
giorno venisse il padre a pranzare in sua casa, che finalmente questi lo compiacque. Giunto in
casa, gli disse l'avvocato: Or, padre, io voglio farle vedere una cosa che non avrà veduta mai. Io
ho una scimmia ammirabile che mi serve come un valletto, lava i bicchieri, mette a tavola, m'apre  la porta. Veda, rispose il padre, che questa non fosse scimia, ma qualche cosa più che scimmia; la faccia venire qui. Chiamano la scimmia, la richiamano, la cercano da per tutto, e la scimmia non comparisce. Finalmente la trovano sotto d'un letto nascosta in un basso della casa; ma la scimmia di là non volea uscire. Orsù, allora il religioso disse, andiamo noi a trovarla; e giunto insieme  coll'avvocato dove questa stava: Bestia infernale, disse, esci fuori, e da parte di Dio ti comando a palesare chi sei. Ed ecco la scimmia rispose che era il demonio, e che stava aspettando che quel  peccatore avesse lasciata di dire in qualche giorno quella solita orazione alla Madre di Dio,  perché la prima volta che l'avesse lasciata, egli aveva licenza da Dio d'affogarlo e portarlo all'inferno. A tale avviso il povero avvocato si buttò genuflesso a cercare aiuto al servo di Dio, il  quale gli fece animo e comandò al demonio di partirsi da quella casa senza far danno. Solo ti do
licenza, gli disse, che in segno d'esserti partito rompa una muraglia di questa casa. Appena ciò
detto, si vide con gran fracasso fatta nel muro un'apertura, la quale benché più volte chiusa con calce e pietre, volle Dio che restasse palese per molto tempo; finché per consiglio del servo di
Dio si pose in quella un marmo colla figura di un angelo. L'avvocato si convertì e speriamo che
d'indi in poi perseverasse nella mutazione di vita sino alla morte.

Mater misericordiae, ora pro nobis!

sabato 12 agosto 2017

AVVISO SACRO: Pellegrinaggio ad Aquileia 23 settembre

Si rende noto che la Compagnia di Sant’Antonio, un gruppo di fedeli veneti e friulani, con la collaborazione della Società Internazionale Tommaso d’Aquino sez. FVG e del Circolo Culturale Cornelio Fabro, e con l’aiuto di alcuni sacerdoti, ha organizzato un pellegrinaggio dedicato alla Madonna nell’ambito delle celebrazioni in occasione del centenario delle apparizioni di Fatima.
Il pellegrinaggio intende onorare la Beatissima Vergine Maria e supplicarLa particolarmente affinché la Fede autentica sia conservata, rinvigorita e diffusa nelle terre venete e friulane, di antichissima tradizione cattolica. Dove la fede ha animato la cultura, il costume e le istituzioni della civiltà cristiana. Retaggio prezioso per la stessa sostanza dell’ordine civile, dei legami sociali e della stessa libertà comune. Senza cui questi neppure sarebbero sottratti alla disgregazione proveniente dalla secolarizzazione e dalle diverse forme del laicismo contemporaneo.
Aquileia, antico patriarcato, è un luogo simbolo della fede cristiana in terra friulana e veneta. Qui trova origine la stessa sua tradizione marciana cui si rifà il nostro blog.

Il programma sarà il seguente:

8.30 Ritrovo alla stazione ferroviaria di Cervignano e pellegrinaggio a piedi fino ad Aquileia
10.30 Arrivo in Basilica
11.00 S. Messa cantata in rito romano antico
12.30 Pranzo friulano del pellegrino (è necessaria la prenotazione; il costo è di euri 16)
14.00 Due conferenze per l'arricchimento spirituale del pellegrino

Per chi viene da Venezia, c'è un treno che parte da S. Lucia alle 6.41, in direzione Trieste C.le, e arriva a Cervignano alle 8.08.
Chi non riuscirà ad arrivare a Cervignano per le 8.30 potrà ricongiungersi al gruppo in località Terzo d’Aquileia, alle ore 09.30 (l’autolinea SAF parte dalla stazione di Cervignano e in pochi minuti arriva a Terzo d’Aquileia).
Per il ritorno vi sono treni a ogni ora fino alle 22.00



Il pellegrinaggio è aperto a tutti. Si auspica la partecipazione di fedeli accompagnati dai loro sacerdoti. Sono ben accolti i simboli della fede cristiana. In quest'ora quando sono minacciati gli stessi principi fondamentali dell’ordine morale e civile, nonché la stessa possibilità di espressione pubblica della fede, il pellegrinaggio intende, altresì, indicare i segni che ne testimoniano la realtà viva e vitale.

Per prenotare o ricevere informazioni scrivere a compagniasantantonio@libero.it.

giovedì 10 agosto 2017

S. Lorenzo diacono e martire

Da "Hortus Liliorum"

Come S. Stefano è il gran martire di Gerusalemme, così S. Lorenzo è il gran martire di Roma, la cui agiografia è particolarmente affascinante, soprattutto a causa dell'orribile morte che la tradizione gli attribuisce e le poche notizie sul suo conto, una figura coinvolgente di coraggio e di fedeltà cristiana che vince sul dolore terreno per la gioia senza fine.

Francisco de Zurbarán, San Lorenzo (part.), 1636, San Pietroburgo, Ermitage

Si sa per certo che nacque a Osca, in Spagna, nel 225 (sotto l'imperatore Alessandro Severo) e conobbe a Saragozza il futuro pontefice Sisto II, che lo portò a Roma con sé per farlo suo arcidiacono nel 257. Lorenzo allora aveva trentatré anni. All'epoca l'impero era nelle mani di Valeriano, le cui persecuzioni contro i cristiani erano sempre state abbastanza lievi rispetto a quelle dei suoi predecessori: egli, però, decide con un editto nel 258 di accanirsi contro i più alti esponenti della Chiesa e ne ordina la morte, assieme al sequestro di tutti i loro beni. Sisto II venne così giustiziato il 6 agosto di quell'anno e Lorenzo, che assisteva alla sua esecuzione per dargli conforto, fu notato dal prefetto Cornelio Secolare.

L'uomo lo volle mettere alla prova ordinandogli dunque di consegnargli tutte le sostanze del papa e il giovane diacono, rispondendogli che gliele avrebbe date di buon grado, si assentò per distribuire ogni cosa ai poveri; dopodiché ritornò dal prefetto con una folla di mentecatti e gli disse: «Ecco, questi sono i tesori della Chiesa.» Arrestato seduta stante, secondo sant'Ambrogio convertì in prigione il suo carceriere Ippolito (poi anch'egli martirizzato) e quattro giorni dopo morì arso vivo su di una graticola rovente al cospetto di Valeriano, a cui gridò in segno di sfida: «Da questa parte sono arrostito, girami dall'altra e mangiami!».
Forse fu per via di questo passo che si diffuse nel Medioevo la credenza secondo cui il corpo del martire fu fatto a pezzi e dato in pasto alla plebe pagana vittima di una carestia.

Jacopo Palma il Giovane, Martirio di San Lorenzo, 1581-82, Chiesa di San Giacomo dell'Orio.

Il santo è rappresentato come un giovane di bell'aspetto vestito coi paramenti da diacono, il libro dei salmi e con in mano un ramo di palma (simbolo del martirio) e la graticola. La sua festività è il 10 agosto ed è protettore dei rosticcieri (ironicamente), dei bibliotecari, dei cuochi e dei vigili del fuoco ed è invocato principalmente contro gli incendi; il suo culto, dapprima limitato a Roma e in Aragona, si diffonde in tutta
Europa a partire del X secolo. Sin dal IV secolo nell'Urbe gli furono tributati grandi onori, e la prima basilica a lui dedicata fu costruita da Papa Sisto III (432-444).

Bernardo Strozzi, Elemosina di San Lorenzo (part.), 1638-1640, Venezia, Chiesa di San Nicola da Tolentino

Le vicende più note del martirio di Lorenzo sono descritte, con ricchezza di particolari, nella Passio Polychromi et aliorum martyrorum, di cui abbiamo tre redazioni (V-VII secolo), che racconta anche la vicenda di S. Romano di Roma, legionario convertito da Lorenzo. Come racconta la Passio, infatti, durante il martirio del diacono, Romano ebbe la visione di un angelo che alleviava le sofferenze del martire e decise di chiedere il battesimo. Romano, cercando di operare di nascosto mentre il procuratore Decio aveva interrotto temporaneamente il tormento, si avvicinò al diacono con una brocca d'acqua e si fece immediatamente battezzare. Sorpreso, venne arrestato e violentemente percosso, poi dopo essersi pubblicamente dichiarato cristiano venne condotto fuori Porta Salaria e decapitato, il 9 agosto.
Altra valida testimonianza viene dal De Officiis Ministrorum, di S. Ambrogio di Milano, ripresa in seguito da S. Agostino d'Ippona, S. Massimo di Torino, Prudenzio, S. Pietro Crisologo, S. Leone Magno, dai Sacramentari romani, dal Missale Gothicum e dall'Ormionale Visigotico.
La prima menzione del 10 agosto come data del martirio risale alla Depositio martyrum, uno scritto dell'anno 354.

Per gli amanti del latino, la Passione di S. Lorenzo è raccontata poeticamente (in un ottimo latino in metrica) da Prudenzio, nel II capitolo del suo Peristephanon.

L'Educazione Sessuale - Miti, menzogne ed inganni nella scuola di oggi

In questi tempi di tenebra ci permettiamo di consigliare una lettura semplice quanto formativa e salutare nella società contemporanea, e specialmente nel mondo scolastico e giovanile che oggi è terribilmente influenzato da quell'educazione all'impurità, all'omicidio procurato e alla sodomia che è la cosiddetta Educazione sessuale.


Questo saggio di denuncia, compilato su iniziativa di alcuni laici con il supporto di alcuni religiosi (tra cui il noto Padre Konrad zu Loewenstein), è estremamente utile e per conoscere cosa realmente il sistema massonico che governa l'istruzione pubblica si propone di inculcare nella mente dei nostri figli, e per poter efficacemente contrastare quest'orribile pericolo.

In particolare nel saggio sono contenute:
  • Un'indagine sui programmi di educazione sessuale nelle scuole italiane e mondiali
  • Un'analisi delle terribili pratiche promosse da questi programmi (contraccezione, aborto, fornicazione, masturbazione, "gender", convivenze...)
  • Un'indagine sugli organi preposti a quest'opera di sistematica distruzione delle coscienze e perdizione delle anime (a capo dei quali, ovviamente, sta sempre lei, la sinagoga di satana, la massoneria)
  • Alcuni consigli per combattere quest'impresa demoniaca (promuovere le buone letture; informarsi su stampa indipendente e cattolica; diffondere la conoscenza degli orrori proposti dall'educazione sessuale e combatterli; far valere i propri diritti sull'istruzione, compreso quello di avvalersi di scuole parentali)
  • Valutazione morale sul matrimonio secondo la dottrina cattolica, sull'educazione sessuale come pratica empia e sull'atrocità dei suoi contenuti (da Padre Konrad zu Loewenstein)
  • Una lettura spirituale dai sogni di S. Giovanni Bosco sui peccati d'impurità che procurano le più terribili pene dell'inferno
  • Alcune proposte di lettere/dichiarazioni da spedire alle scuole per tutelarsi da quest'opera satanica
Si allega il link da cui è liberamente scaricabile il libro. Per averne una copia cartacea, è possibile rivolgersi anche alla nostra posta elettronica, e provvederemo a fare riferimento agli editori (alcuni amatori, non professionisti, che hanno a cuore la salvezza delle anime) che stampano questo saggio.

mercoledì 9 agosto 2017

Pellegrinaggio Summorum Pontificum - X anniversario

A poco più di un mese dal grande evento che si terrà in Roma dal 14 al 17 settembre, per coronare degnamente il decimo anniversario del Motu Proprio di S.S. Benedetto XVI che ha completamente liberalizzato la Messa Romana antica, riproponiamo il programma del pellegrinaggio (sicuramente già noto da altre fonti ai nostri lettori, ma come si suol dire repetita juvant).


Giovedì, 14 settembre

9:00 - 18:00
Pontificia Università San Tommaso d'Aquino (Angelicum)
Conferenza: Il Motu Proprio di Papa Benedetto XVI : una rinnovata giovinezza della Chiesa (con traduzione simultanea)
Interverranno S.E. il Card. Robert Sarah, S.E. l'Arcivescovo Guido Pozzo, S.E. il Card. Gerhard Müller
E' necessaria la registrazione, comprendente anche il pranzo (30 euri)

18:00
Basilica di S. Marco Evangelista al Campidoglio
Solenni Secondi Vespri Pontificali della festa dell'Esaltazione della S. Croce (officia S.E. l'Arcivescovo mons. Georg Gänswein)

Venerdì, 15 settembre

16:00
Via Crucis (Colosseo), guidata dall'Istituto del Buon Pastore

19:00
Basilica di S. Maria sopra Minerva
S. Messa Solenne nella festa dei Sette Dolori della B.V. Maria (celebra mons. Giller Wach, superiore generale dell'Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote)

Sabato, 16 settembre

9:00
Chiesa Nuova (S. Maria in Valicella)
Adorazione Eucaristica (officia il rev. don Jean-Cyrille Sow, FSSP, Parroco della SS. Trinità dei Pellegrini)

a seguire
Processione per le vie di Roma, guidata da S.E. l'Arcivescovo mons. Guido Pozzo

11:00
Arcibasilica Patriarcale Maggiore di S. Pietro in Vaticano
S. Messa Pontificale nella festa dei SS. Cornelio e Cipriano martiri (celebra S.E.R. il Card. Arcivescovo Carlo Caffarra)

Domenica, 17 settembre

11:00
Parrocchia personale della SS. Trinità dei Pellegrini
S. Messa Solenne in rito domenicano nella XV Domenica dopo la Pentecoste (celebra il rev. padre Dominique-Marie de Saint-Laumier, priore generale della Fraternità Sacerdotale S. Vincenzo Ferrer)


Contestualmente annunciamo a coloro che purtroppo non avranno occasione di partecipare al pellegrinaggio romano che una delegazione della nostra rivista seguirà gran parte dell'evento, pubblicandone poi il servizio fotografico.

DEO GRATIAS!

martedì 8 agosto 2017

Il Rito Lionese

Il Santo Curato d'Ars ch'oggi festeggiamo usava, com'è naturale data la sua provenienza, celebrare col rito lionese. Si narra ch'egli avesse intenzione di recitare il Breviario Romano, per sentirsi più al resto della Chiesa, ma, essendo più lungo, avrebbe sottratto troppo tempo alla sua attività di confessore e predicatore. Andiamo ora ad approfondire brevemente la natura di questo antico rito della Chiesa Occidentale, di cui oggi si festeggia forse il più grande Santo che ne fe' uso.

Storia

Tale uso liturgico, proprio dell'Arcidiocesi di Lione, si forma attorno al IX secolo; conserva, in una struttura molto simile al rito romano, numerosi elementi propri dei riti gallicani in vigore fino a quell'età (anche se molti di essi sono andati perduti a causa della romanizzazione intentata da Carlo Magno). La sua prima stesura canonica risale all'850 e, passato indenne al Concilio Tridentino con la strenua difesa dei canonici della cattedrale di Lione e per effetto della bolla Quo primum tempore di S. Pio V (che permette la sopravvivenza dei riti vecchi d'almeno duecento anni), ha le sue prime modifiche nel corso del XVIII secolo, ad opera di Mons. de Montazet, il quale allineò il Messale lionese a quello parigino, più vicino al romano. Questa riforma fu peraltro assai contestata dal clero lionese e portò alla richiesta di decadenza del Montazet dalla carica di Arcivescovo di Lione, respinta tuttavia dal Parlement, che patteggiò a favore dell'Arcivescovo. Quest'ultimo fu anche autore di una riforma del Breviario lionese, in odore di giansenismo.
Durante la rivoluzione francese il clero lionese si occupò di una revisione in senso ortodosso di alcuni passi di quest'ultimo. Ulteriori riforme accorsero nel secolo seguente, con l'introduzione dell'accompagnamento musicale al canto sacro, che prima era sempre monodico e a cappella. Il Card. de Bonald promulgò nel 1876 il nuovo Messale Lionese; la successiva edizione è del 1904, con l'imprimatur del Card. Coullié, e ha un maggior numero di feste proprie diocesane; l'ultima edizione tipica è del 1956, essendo Arcivescovo il Card. Gerier.

Differenze tra Messa Romana e Messa Lionese (bassa)

  • Il testo delle preghiere ai piedi dell'altare è leggermente differente. Ciò è riscontrabile in molti riti latini di secondo piano, particolarmente nel Confiteor.
  • Conservazione delle sequenze, in massima parte abolite da S. Pio V per la loro origine alloctona.
  • Utilizzo di un corporale a 15, anziché a 9 parti.
  • L'ostia e il calice si elevano in un solo momento durante l'offertorio.
  • Il celebrante incrocia le braccia in due momenti del Canone (l'Unde et memores e il Supplices te rogamus).
  • Il chierichetto trasporta il Messale chiuso, e non aperto come nel rito romano.

Il Pontificale Lionese

La Messa Pontificale lionese è forse quanto di più sfarzoso si possa immaginare, con gran spiegamento di pompa liturgica e un numero enorme di ministri: almeno 36!, laddove la liturgia romana se celebrata al massimo della sua solennità non ne impiega più di 15, tant'è vero che gli stalli del coro della Cattedrale di S. Giovanni scendevano sin giù dai gradini del Santuario. Anche i ministri inferiori, poi, vestivano il manipolo, cosa riservata a chi ha avuto almeno l'ordinazione suddiaconale nel rito romano. Differenti erano anche i toni, rispetto al rito romano, nonché la maggior parte delle melodie.

Alcuni elementi di antica latinità che si sono mantenuti all'interno del pontificale lionese, e che viceversa sono scomparsi almeno a partire dall'XI secolo in quello che poi sarebbe stato codificato dal Concilio Tridentino come rito romano, si possono annoverare l'incensazione alla greca (a catena lunga), effettuata da un suddiacono, posto dietro l'Altare, durante la Consacrazione, nonché la concelebrazione sacramentale dei sei sacerdoti che assistono il Vescovo al Giovedì Santo, caso unico in tutta la liturgia latina (seppur simbolicamente conservatisi, i sei sacerdoti non concelebrano sacramentalmente in nessun altro luogo, come la teologia medievale ha prescritto, vedendo nell'unico celebrante la figura dell'unico sacerdozio di Gesù Cristo).

Il Rito Lionese oggi

La commissione bugniniana del Concilio Vaticano II pensò a riformare anche il rito lionese, ma nei fatti esso fu completamente sostituito dal rito romano moderno. Anche gli istituti che celebrano la liturgia tradizionale nell'arcidiocesi lionese (FSSPX e FSSP) sono di rito romano, e dunque il rito lionese di fatto non è più celebrato (la fraternità di S. Ireneo e alcuni canonici lionesi provarono a restaurare l'usanza, senza successo, negli anni Novanta), e ad oggi la ripresa della celebrazione in rito lionese tradizionale sarebbe assai difficile, dacché non esiste più alcun chierico vivente che abbia imparato in seminario tale rito.

S. Giovanni Maria Vianney, il curato d'Ars - Omelia sul giudizio particolare

Giovanni Maria Battista Vianney (Jean-Marie Baptiste Vianney) è il fiore all'occhiello della minuscola cittadina francese di Ars-sur-Formans, nel Rodano-Alpi, nella quale egli predicò e morì, lasciandosi dietro un'aura di santità che rese il paese una meta di pellegrinaggio molto popolare.


Quarto figlio di Mathieu Vianney e di Marie Béluse, contadini, nasce l'8 maggio 1786 a Dardilly (vicino a Lione); la sua infanzia è serena e dedita al lavoro e già alla devozione, almeno fino all'arrivo della Rivoluzione Francese che spazza via il clero refrattario (fedele al papato) per sostituirvi quello costituzionale (fedele allo stato e alla rivoluzione), in modo tale da distruggere l'opprimente influenza papale dell'Ancien Régime. In casa Vianney i preti perseguitati trovavano spesso rifugio e celebravano clandestinamente la messa nel fienile di famiglia, segnando così la visione religiosa del piccolo Giovanni che inculcherà ai suoi amici e fratelli la preghiera, l'amore per Dio e i concetti della fede. È la sorella Marguerite a descriverlo come “di carattere tenace ed amichevole”, “ma rigoroso”.

A diciassette anni esprime una forte vocazione, stroncata però dal padre, che vedendo i suoi figli morire uno dopo l'altro e i soldi finire non vuole perdere un altro aiuto nei campi e soprattutto non può pagargli gli studi: Giovanni dovrà aspettare i vent'anni per la notizia dell'apertura del piccolo seminario di don Charles Balley, curato di Ecully, che offre vitto e alloggio ai giovani di bassa estrazione. Balley inizialmente respinge la richiesta di Vianney di entrare nel suo collegio, ma, in seguito ad un loro colloquio, gli si affezionerà e vedrà in lui una passione e un fervore religioso sorprendente per un semplice converso. Gli anni di studio sono lunghi e complessi e Giovanni apprende a fatica, mostrando difficoltà specialmente nel latino; aiutato da Balley e riprese le speranze con un pellegrinaggio a Lalouvesc, riesce alla fine a diventare prete nel 1815 a ventinove anni, dopo aver disertato a Noës per sfuggire alla chiamata alle armi. S. Giovanni Maria Vianney è pertanto considerato uno dei migliori esempi di uomo scelto da Dio, nonostante davanti agli uomini egli fosse apparso inadatto: lapidem quem reprobaverunt aedificantes hic factus est in caput anguli (Ps. CXVII)

Trascorre i suoi primi due anni di sacerdozio a Ecully come vicario di Balley, il quale muore nel 1817, per poi venire finalmente trasferito come nuovo parroco ad Ars, svuotata di parrocchiani e ancora reduce dalla Rivoluzione e dal Terrore di Robespierre. Nei primi tempi la gente vede di malocchio l'anticonformismo e la severità del curato, mentre i sacerdoti delle altre comunità si fanno beffe di lui per la sua oscura origine e la sua debole preparazione religiosa. Sentendosi inadeguato, tre volte fugge dalla cittadina, per ritornarvi subito dopo.

Ma poi il paesello si trasforma: Giovanni a proprie spese compra nuovi paramenti sacri, fa ricostruire l'altare della chiesa, ridipinge personalmente le pareti e abbellisce il tabernacolo. Per combattere la grande ignoranza dei compaesani, soprattutto dei bambini, dà lezioni di catechismo e insegna loro a leggere e a scrivere; dona il mobilio della canonica e, secondo la sua perpetua madame Renard, sostituisce le buone scorte del suo cibo con delle vecchie. Tuttavia sono le confessioni e la lotta contro i vizi comuni che gli attribuiranno nazionalmente la fama di santo: Vianney rimaneva nel confessionale dieci ore o più al giorno e col tempo qualsiasi uomo di ogni condizione sociale andrà da lui a ricevere assunzioni e consigli. Riuscì nel meritorio intento di far fallire tutte le osterie di Ars spaventando i clienti a tal punto da convincerli a non entrarvi più e di domenica passava per le campagne a controllare non ci fossero contadini al lavoro che saltassero la messa; era però disposto a chiudere un occhio nel caso non si potesse abbandonare i campi per non rischiare di perdere il raccolto.

Giudicando il ballo un'usanza peccaminosa, corrompeva i musicisti perché non suonassero pezzi frenetici davanti ai cittadini e convinse il sindaco ad abolire le feste di paese. La chiesa, prima deserta, si riempie a poco a poco di fedeli.

Giovanni muore il 4 agosto 1859 a settantatré anni e il suo corpo rimane esposto dieci giorni prima di essere deposto nella Basilica a lui costruita; beatificato nel 1905, viene canonizzato da papa Pio XI nel '25 e, successivamente, nominato 'patrono di tutti i parroci'.

Omelia sul giudizio particolare del Curato d'Ars

Fratelli miei, potremmo mai meditare sulla severità del giudizio di Dio, senza sentirci penetrare dal più vivo timore? Pensate, fratelli miei, i giorni della nostra vita sono tutti contati; e per di più, ignoriamo l’ora e il momento preciso in cui il nostro sovrano Giudice ci citerà per comparire davanti al suo tribunale, e forse quel momento sarà proprio quello che meno immaginiamo, allorché saremo meno pronti a rendere un conto tanto temibile!... Vi assicuro, fratelli miei, che quando ci si pensa bene, ci sarebbe motivo di cadere nella disperazione, se la nostra religione non ci insegnasse che noi possiamo addolcire quel momento per mezzo di una vita vissuta in modo tale da nutrire fondati motivi di sperare che il buon Dio avrà pietà di noi. Stiamo bene attenti, fratelli miei, di non farci cogliere impreparati quando arriverà quel momento, come quell’amministratore di cui Gesù Cristo ci parla nel vangelo. Perciò, fratelli miei, vi mostrerò:
1° : che esiste un giudizio particolare, in cui renderemo un conto molto preciso di tutto il bene e di tutto il male che avremo fatto;
2° : quali sono i mezzi a nostra disposizione per prevenire il rigore di questo conto.
Sappiamo tutti, fratelli miei, che saremo giudicati due volte: una volta, nel gran giorno della vendetta, cioè alla fine del mondo, in presenza di tutto l’universo. In questo giudizio, tutte le nostre azioni, sia buone che cattive, saranno manifestate agli occhi di tutti. Ma prima ancora di questo giorno terribile e infelice per i peccatori, noi subiremo un altro giudizio al momento della nostra morte, appena avremo esalato l’ultimo respiro. Sì, fratelli miei, possiamo dire che l’intera condizione dell’uomo può essere racchiusa in queste tre parole: vivere, morire, essere giudicati. E’ questa una legge fissa e invariabile per ogni uomo. Nasciamo per morire, moriamo per essere giudicati, e tale giudizio deciderà della nostra felicità o della nostra infelicità eterna. Il giudizio universale, davanti al quale dobbiamo tutti comparire, sarà soltanto la pubblicazione della sentenza particolare che sarà stata pronunciata nell’ora della nostra morte. Sapete tutti, fratelli miei, che Dio ha contato i nostri anni, e fra tutti questi anni che egli ha deciso di accordarci, ne ha segnato uno che sarà l’ultimo per noi; in quest’ultimo anno ha segnato l’ultimo mese; in quest’ultimo mese, ha segnato l’ultimo giorno; e, infine, in quest’ultimo giorno, l’ultima ora, dopo la quale non ci sarà più tempo disponibile per noi. Ahimè! che ne sarà di questo peccatore e di questo empio che ogni giorno si ripromettono una vita sempre più lunga? Si illudano pure finché vogliono, questi poveri disgraziati; ma dopo quell’ultima ora, non ci sarà più nessuna possibilità di ritorno, niente più speranza e niente più risorse! Nel medesimo istante, fratelli miei, (ascoltate bene voi che non temete di trascorrere i vostri giorni nel peccato!) nel medesimo istante in cui la vostra anima uscirà dal vostro corpo, ella sarà giudicata.
Ma, mi direte voi, lo sappiamo bene. Sì, ma non ci credete affatto. Ditemi, se lo credeste seriamente, come potreste resistere in uno stato che vi espone continuamente al pericolo di cadere eternamente nell’inferno? No, no, amico mio, tu non ci credi affatto, perché se tu ci credessi sul serio, non ti esporresti a un simile rischio. Tuttavia, arriverà il momento in cui il buon Dio applicherà il sigillo della sua immortalità e il marchio della sua eternità sul tuo debito, nel punto preciso in cui si troverà in quell’istante; e questo sigillo e questo marchio non saranno mai rotti. O momento terribile! ma tanto poco meditato! così corto e così lungo, che scorre con tanta rapidità e che trascina con sé una sequenza terribile di secoli! Che cosa dunque ci succederà, in quel momento fatidico, tanto capace di terrorizzarci? Ahimè! fratelli miei, accadrà che compariremo, ognuno in particolare, davanti al tribunale di Gesù Cristo, per essere giudicati e rendere conto di tutto il bene e di tutto il male che abbiamo compiuto.
Il giudizio particolare, fratelli miei, è così certo, che il buon Dio, per convincerci di esso, ha mostrato a parecchie persone dei segni quando ancora erano in vita, perché ci preparassimo a quel giorno. Racconta la storia che un giovane libertino era ormai assuefatto ad ogni genere di vizi; ma essendo stato istruito da una madre saggia, una notte, dopo una giornata trascorsa nei più grandi eccessi, durante il sonno fece un sogno. Si vide trasportato davanti al tribunale di Dio. Non si può descrivere la sua vergogna, la sua confusione e l’amarezza che la sua anima provò in quel momento. Quando si svegliò aveva una febbre ardente, era tutto sudato e fuori di sé, i suoi capelli erano divenuti tutti bianchi. “Lasciatemi solo, diceva effondendosi in lacrime a coloro che per primi lo videro in questo stato, lasciatemi solo perché ho visto il mio Giudice: ah! quanto è terribile! Quale Maestà! Da quanta gloria è rivestito! Ah! quali accuse e quante domande a cui non ho saputo rispondere! Tutti i miei crimini sono stati registrati, io stesso li ho letti. Ah! Quanto grande è il loro numero! Meno male che ne ho conosciuto tutta l’enormità! Ahimè! Ho potuto vedere un esercito di demoni che non aspettava che un segnale per trascinarmi nell’inferno. State lontani da me, falsi amici, non voglio rivedervi mai più! Come sarei felice se potessi, coi rigori della penitenza, placare un Giudice tanto terribile!... Mi dedicherò alla penitenza per il resto della mia vita. Ahimè! Ben presto mi toccherà comparirgli davanti senza alcun dubbio! Ahimè, forse avverrà oggi stesso!... Dio mio, perdonami!... Mio Dio abbi misericordia di me!...Ah! per favore, non permettere che mi perda, abbi pietà di me!... Farò penitenza per tutta la vita. Oh! quanti peccati ho commesso!... Oh! quante grazie ho disprezzato!... Oh! quanto bene avrei potuto fare e non l’ho fatto!... Dio mio, non gettarmi nell’inferno!”. Ma, fratelli miei, egli non si fermò solo alle parole. Trascorse tutta la vita facendo penitenza.
Quanto sarà terribile quel momento, fratelli miei, per colui che non ha operato il bene ma che avrà fatto tanto male. Sì, fratelli miei, noi renderemo conto di tutte le nostre azioni, sia buone che cattive: tutto sarà manifesto, davanti al nostro Giudice, nell’istante in cui la nostra anima si separerà dal nostro corpo. Sì, fratelli miei, il buon Dio ci chiederà conto di ogni bene che abbiamo ricevuto da Lui. Voglio dire che ci sono i beni della natura, della fortuna e della grazia. Tutti questi beni saranno oggetto della resa dei conti. I beni della natura riguardano il corpo e l’anima; dovremo rendere conto dell’uso che abbiamo fatto del nostro corpo. Egli ci chiederà se abbiamo speso le nostre energie nel servizio del prossimo, se abbiamo lavorato per avere di che fare l’elemosina, per fare penitenza col nostro stesso lavoro, per poter fare qualche pellegrinaggio e visitare i luoghi che il buon Dio ha privilegiato ( come, ad esempio, Nostra Signora di Fourvière, san Francesco Règis, o altrove…). O se al contrario abbiamo impiegato la nostra salute e il nostro corpo, soltanto per correre dietro ai divertimenti, frequentando gli spettacoli, oppure abbiamo derubato il nostro prossimo, abbiamo lavorato nel santo giorno della domenica o in esso abbiamo fatto dei viaggi, invece di trascorrerlo nella preghiera, nell’amore del buon Dio, istruendo gli ignoranti, dando loro dei buoni consigli per condurli al buon Dio distogliendoli dal male, o se abbiamo letto libri cattivi, se abbiamo frequentato persone cattive o insegnato agli altri a fare il male. Ci chiederà conto, inoltre, se abbiamo usato il nostro corpo per imbrogliare sia nel vendere che nel comprare, per testimoniare il falso in tribunale, per provocare dei processi, per istigare gli altri a vendicarsi e a parlare male della religione, insegnando loro cose irriverenti sulla religione. Come sarebbe, ad esempio, se facessimo credere agli altri che la religione non è cosa buona, che tutto ciò che dice non è vero, che i preti si inventano quello che vogliono! Egli esaminerà ancora se per caso abbiamo impiegato la nostra intelligenza per comporre canzoni cattive che istigano contro la purezza, contro la stima del prossimo; se abbiamo comunicato agli altri le nostre cattive informazioni. Ci chiederà se abbiamo impiegato il nostro spirito per istruirci, o se per caso abbiamo peccato di vanità per la bellezza del nostro corpo, invece di ammirare in noi stessi la saggezza e la potenza di Dio. Inoltre Egli ci chiederà conto se ci siamo serviti della bellezza per attirare gli altri verso il male, come sarebbe se una persona si abbigliasse in maniera tale da attirare su di sé gli occhi di tutti. Il buon Dio esaminerà se abbiamo investito i nostri talenti, ricordandoci che siamo solo degli amministratori, e che se li amministreremo male, ciò ci sarà imputato come peccato. In quel giorno il buon Dio farà vedere ai padri e alle madri tutte le cose inutili che essi hanno comprato ai loro figli, cose che poi sono servite soltanto a perdere le loro anime; Egli mostrerà loro tutto il denaro sperperato nei divertimenti, negli spettacoli, nel ballo, e tutte le altre spese inutili. E poi ci mostrerà tutto ciò che avremmo potuto donare ai poveri, ma non lo abbiamo fatto.
Ahimè! Quanti peccati ai quali non avevamo mai pensato, e che neppure ora vogliamo riconoscere; ma li riconosceremo certamente in quel momento, quando sarà ormai troppo tardi!
Veniamo ora, fratelli miei, a un’altra resa dei conti che sarà molto più terribile, e cioè quella che riguarda le grazie ricevute. Il buon Dio comincerà a farci vedere tutti i benefici che ci ha accordato, facendoci nascere nel seno della chiesa cattolica, mentre tanti altri sono nati e sono morti al di fuori di essa. Ci farà vedere che, anche fra i cristiani, moltissimi sono morti senza avere ricevuto la grazia del santo Battesimo. Ci farà vedere per quanti anni, mesi, settimane, giorni, Egli ci ha conservato in vita, pur essendo nel peccato; se ci avesse fatto morire in quei momenti, saremmo stati precipitati nell’inferno. Ci metterà davanti agli occhi tutti i buoni pensieri, le buone ispirazioni, i buoni desideri che ci ha donato durante tutta la vita. Ahimè! Quante grazie disprezzate! Ci ricorderà tutti gli insegnamenti che abbiamo ricevuti e ascoltati durante la nostra vita; tutte le catechesi, tutte le letture messe a nostra disposizione per trarne profitto. Tutte le nostre confessioni, tutte le nostre comunioni, e tante altre grazie del cielo che noi abbiamo ricevuto. Quanti altri cristiani non ne hanno ricevuto neppure la centesima parte eppure sono diventati santi! Ma, fratelli miei, che ne è stato di tutti questi benefici e di tutte queste grazie, e quale profitto ne abbiamo fatto? Triste momento sarà quello del giudizio, per un cristiano che ha disprezzato la grazia, senza trarne profitto per nulla! Vedete ciò che ci dice san Gregorio: “Ah! amico mio, fissa la Croce e capirai così quanto è costato a un Dio meritarti la vita”. E’ per questo che sant’Agostino, quando meditava sul rendiconto che bisognerà dare per tutte quelle grazie ricevute e disprezzate, gridava: “Ahimè! sciagurato, cosa sarei dovuto diventare dopo tante grazie ricevute? Ahimè! temo molto di più per le grazie che ho ricevuto che per i peccati che ho commessi, benché siano tanto numerosi! Dio mio, quale sarà la mia sorte?”. Leggiamo nella vita di santa Teresa che, durante la sua ultima malattia, fu trasportata davanti al Giudizio di Dio; quando fu ritornata in se stessa, le fu chiesto come mai avesse tanta paura, dopo aver fatto tanta penitenza. “Ahimè! rispose, ho molta paura!”. Le fu chiesto se avesse paura della morte. “No”, rispose. Cos’era, dunque, che la faceva tremare di paura? “Ahimè! rispose, bisogna che la mia vita sia messa a confronto con quella di Gesù Cristo: ah! povera me, se vi si riscontrerà anche solo l’ombra del peccato!”.
Ma allora che cosa ne sarà di noi stessi, allorché Gesù Cristo ci rimprovererà il disprezzo e l’abuso che abbiamo fatto del suo Sangue prezioso e di tutti i meriti che ha acquistato per noi? “Ah! ingrato peccatore, Egli ci dirà, vigna infruttuosa, albero sterile, cos’altro avrei dovuto fare per la tua salvezza, più di quello che ho fatto? Non dovevo forse aspettarmi che tu portassi frutti buoni per la vita eterna? Dove sono le opere buone da te compiute? Dove sono le tue buone preghiere che mi avrebbero fatto piacere, che avrebbero toccato il mio cuore? Dove sono le tue buone confessioni? Dove sono tutte le buone comunioni che mi hanno fatto nascere nella tua anima e che dovevano, in certo senso, compensare tutti i tormenti che ho sopportato per la tua salvezza? Dove sono le penitenze e le lacrime che avresti dovuto spargere per cancellare i peccati commessi? Dove sono tutte quelle buone azioni che avresti dovuto compiere per corrispondere a tanti buoni pensieri, a tanti buoni desideri e a tante occasioni che ti ho fornito? Dove sono le Messe ben partecipate, con le quali avresti potuto darmi giusta soddisfazione per i tuoi peccati? Vai via maledetto! tu non hai prodotto che opere di iniquità, non hai fatto altro che rinnovare le sofferenze della mia passione e della mia morte. Vai via, allontanati da me, io ti maledico per tutta l’eternità! Vai via! nel giorno del giudizio universale io renderò pubblico tutto il bene che avresti potuto fare ma non hai fatto, e tutte le grazie che ti ho accordato e che tu hai disprezzato”. Ahimè! quali rimproveri, e quanti peccati ai quali non abbiamo mai pensato! Ahimè! quanto sarà terribile quella resa dei conti! Eccovi un esempio, a dimostrazione di ciò che si è detto finora.
Racconta san Giovanni Climaco, che un anacoreta, di nome Stefano, dopo aver vissuto una vita fra le più austere e le più sante, essendo ormai molto vecchio, cadde malato di una malattia della quale poi morì. La vigilia della sua morte, trovandosi di colpo fuori di sé, pur avendo gli occhi chiusi, gli parve di guardare a destra e a sinistra del suo letto, come se avesse visto qualcuno che gli voleva far rendere conto delle sue azioni. Si sentiva una certa persona che lo interrogava, e il malato rispondeva a voce alta, tanto che coloro che si trovavano nella stanza potevano ascoltarlo. Lo si ascoltava mentre diceva: “Sì, è vero, ho commesso questo peccato, ma per questo ho digiunato tanti anni”. Poi l’altra voce lo accusava di aver fatto un altro peccato, e il moribondo rispondeva: “No, è falso, non l’ho mai commesso”. In un altro momento lo si sentiva dire: “Si, lo confesso, quest’altro peccato l’ho commesso, ma il buon Dio è tanto misericordioso che me lo ha perdonato”. Era uno spettacolo terribile, ci dice san Giovanni Climaco, ascoltare quale conto preciso si richiedeva a questo solitario, di tutte le sue azioni. Ma, aggiunge il santo, la cosa più spaventosa era che quello fosse accusato anche di peccati che pensava di non avere mai commesso. Come mai, fratelli miei, un santo eremita, che aveva trascorso quarant’anni nel deserto, che aveva versato tante lacrime, non riusciva a riconoscere alcune accuse che gli erano rivolte!?... Questa cosa, riferisce san Giovanni Climaco, ci lasciò in una grande incertezza intorno alla sua salvezza.
Ma cosa ne sarà mai di un peccatore che, in quel momento, vedrà in se stesso soltanto male, senza nessuna azione buona? Momento terribile! Momento di disperazione! Non aver nulla su cui contare! Voi sapete bene che quel giudizio si svolgerà alla presenza di tre testimoni: il buon Dio che dovrà giudicare, il nostro buon angelo custode che mostrerà le buone opere che abbiamo fatto, e il demonio che manifesterà tutto ciò che abbiamo fatto di male in ogni istante della vita. Dalle loro testimonianze, il buon Dio ci giudicherà fissando la nostra sorte per tutta l’eternità. Ahimè! fratelli miei, quale deve essere mai il terrore di un povero cristiano che attende la sentenza del suo giudizio, e che, fra qualche minuto, si troverà all’inferno o nel cielo!
Narra un’altra storia che un santo abate, di nome Agatone, giunto ormai al termine della vita, se ne stava sempre con gli occhi fissi verso il cielo, senza mai muoverli. Gli altri confratelli gli dissero: “Dove credi di essere ora, padre mio?” – “Mi trovo alla presenza di Dio, da cui aspetto il giudizio.” – “Lo temi, forse?” – “Ahimè! non so se tutte le mie azioni saranno bene accette a Dio; io credo di aver adempiuto i comandamenti, ma i giudizi di Dio sono diversi da quelli degli uomini.” In quel preciso momento si mise a gridare: “Ahimè! sto entrando in giudizio!”. Ahimè! fratelli miei, quanti rimpianti avremo noi, per aver perso tante occasioni di salvarci, per aver disprezzato tante grazie che il buon Dio ci ha fatto per aiutarci a guadagnare il cielo, allorché vedremo che ormai tutto è perduto per noi, o, piuttosto, che tutte quelle grazie si volgeranno a nostra condanna!
Ma se è già così terribile dover rendere conto delle grazie che il buon Dio ci ha fatto per evitarci l’inferno, cosa sarà mai il dover essere esaminati e giudicati su ogni peccato che abbiamo commesso? Forse, per consolarvi, direte che non avete commesso quei tali peccati mostruosi, agli occhi del mondo. Ma che dire di tutti quei peccati interiori, fratelli miei?!... Ahimè! quanti peccati d’impurità, quanti desideri impuri, quanti pensieri di odio, di vendetta e d’invidia hanno girato nella vostra immaginazione durante una vita di trenta o quarant’anni, o forse di ottant’anni! Ahimè! quanti pensieri d’orgoglio, di gelosia, quanti desideri di vendicarsi, di nuocere al proprio prossimo, quanti desideri di ingannare! E che sarà, poi, quando si passerà ai peccati di azione?... Ahimè! quando il buon Dio prenderà il libro dalle mani dei demoni, per esaminare tutte quelle azioni di impurità, tutte le corruzioni, tutte le azioni turpi, tutti quegli sguardi impudichi, tutte quelle confessioni e comunioni sacrileghe, tutte quelle scappatoie e quei stratagemmi che abbiamo impiegati per sedurre quella persona… Ahimè! cosa diventeranno queste vittime dell’impurità!
Oh! quanto sarebbe meglio che il buon Dio le precipitasse nell’inferno ancor prima di morire, piuttosto che dover comparire dinanzi a un Giudice tanto puro! Con ogni probabilità il giudizio si terrà quando il moribondo è ancora sul suo letto e nella sua camera. Ahimè! questi poveri sciagurati che non hanno ormai maggiore ritegno e riservatezza degli animali, forse meno, vedranno la loro sentenza di condanna scritta sulle pareti della loro casa, come l’empio re Balthazar, o addirittura in ogni angolo della loro casa! Potranno mai negare, allorché Gesù Cristo, con il libro nelle mani, mostrerà loro il luogo preciso e l’ora in cui hanno consumato il peccato?! “Vai via, miserabile, dirà loro, ti condanno e ti maledico per sempre!”. Ahimè! fratelli miei, anche se il buon Dio offrisse loro il suo perdono, è certo che essi lo rifiuterebbero, tanto il peccato è capace di indurire i cuori! Ah! Gesù Cristo potrebbe rivolgere loro le stesse minacce che rivolse a quell’empio di cui parla un certo racconto.
Essendo sul punto di uscire da questo mondo, Gesù Cristo gli disse: “Se tu mi chiederai perdono io te lo concederò”. Ma no! quando ci si è rivoltati nel peccato durante la vita, non c’è più ritorno. “No!” gli rispose il moribondo. “Ebbene, continuò Gesù Cristo, versandogli sulla fronte una goccia del suo sangue prezioso, va pure: nel gran giorno del Giudizio questo sangue adorabile che tu hai disprezzato e profanato per tutta la vita, sarà il tuo marchio di condanna!”. Dopo queste parole, morì, e fu gettato nell’inferno. O terribile momento per un peccatore che non scorgerà in sé nulla di buono che gli faccia sperare di andare in cielo! Quel povero peccatore avrebbe voluto già trovarsi all’inferno, non sapendo che cosa rispondere. Morì e non poté dire altro che questo: “Si, ho meritato l’inferno, è ben giusto che vi sia precipitato; dal momento che ho tanto profanato quel sangue adorabile che tu avevi versato sull’albero della croce, per la mia salvezza”.
(Nel momento del giudizio) Gesù Cristo, tenendo sempre tra le mani il libro in cui sono scritti tutti i suoi peccati, esaminerà il povero peccatore su tutte le preghiere non fatte o fatte male, o forse, fatte covando odio e vendetta; ma che dico? forse addirittura con il cuore arso dal fuoco dell’impurità. No, no, Dio mio, non ti attardare più a esaminarlo, gettalo subito nell’inferno: è questa la grazia più grande che Tu gli possa fare, se vuoi fargliene ancora una, prima di gettarlo nel fuoco eterno. Sì, Gesù Cristo sfoglierà la pagina dove troverà scritti tutti i suoi giuramenti, tutte le sue imprecazioni, tutte le maledizioni che non ha mai cessato di vomitare nell’arco della vita, servendosi di quella stessa lingua e di quelle stesse labbra che tante volte sono state bagnate da quel sangue adorabile. Sì, fratelli miei, Gesù Cristo sfoglierà le pagine dove troverà scritte tutte quelle profanazioni del santo giorno della domenica. Ah! no, no, non ci saranno più scuse, tutto sarà chiaro ed evidente. Sì, Egli vedrà tutte le ubriacature che si sono prese in quel giorno santo; tutte le dissolutezze, i giochi, i balli, che hanno profanato quel giorno a Dio consacrato. Ahimè! quante Messe mancate o ascoltate male! Quante sante Messe, durante le quali non ci siamo occupati quasi per nulla del buon Dio! Ahimè! può darsi che durante quelle Messe abbiamo commesso più peccati che durante tutta la settimana!
Sì, fratelli miei, Gesù Cristo sfoglierà le pagine dove troverà scritti tutti i crimini di quei figli ingrati che hanno disprezzato i loro padri e le loro madri, che li hanno maledetti, che gli hanno augurato la morte, per impadronirsi dei loro beni, che li hanno fatti soffrire nella loro vecchiaia… Sì, fratelli miei, Gesù Cristo sfoglierà le pagine e vi vedrà scritte tutte quelle ingiustizie e tutte quelle usure nelle vendite e nei prestiti. Sì, tutte queste rapine saranno poste alla luce del giorno. Ahimè! quel povero disgraziato sentirà leggersi ogni dettaglio della sua vita, e non riuscirà a trovare neppure una sola giustificazione. Ahimè! a cosa sarà ridotto quel povero orgoglioso che voleva sempre aver ragione, che disprezzava tutti, che si prendeva gioco di tutti? Mio Dio, in quale stato di disperazione lo ha ridotto questo esame! Sì, fratelli miei, finché siamo a questo mondo, non ci mancano mai i pretesti per sminuire i nostri peccati, se non riusciamo a nasconderli del tutto. Ma davanti a Gesù Cristo, fratelli miei, tutto questo non sarà più possibile. Egli farà in modo che ci convinciamo da soli di tutto il male che abbiamo fatto, e noi saremo costretti ad ammettere che tale è stata la nostra vita, e che è ben giusto che siamo condannati ad andare ad ardere nell’inferno, banditi per sempre dalla presenza del nostro Dio. Oh! sciagura spaventosa! Disgrazia senza speranza di riparazione! Oh! quanto è più saggio di noi colui che a queste cose pensa quand’è in tempo!
Ma ciò che finora si è detto, non è ancora tutto. Il demonio, che ha faticato durante tutta la nostra vita per la nostra dannazione, presenterà a Gesù Cristo un libro in cui saranno scritti tutti i peccati che noi abbiamo fatto commettere agli altri. Ahimè! quanto grande sarà il loro numero; ma purtroppo lo scopriremo solo allora. Ahimè! che ne sarà di quei padri e di quelle madri, di quei padroni e di quelle padrone, che tante volte hanno fatto saltare la preghiera ai loro figli o ai loro domestici, per paura di perdere qualche minuto per il loro lavoro? Quante volte non hanno permesso che il pastore del loro gregge andasse alla Messa? Quanti vespri, quante istruzioni, quante catechesi e quanti sacramenti le persone a loro affidate hanno trascurato, perché non gli è stato concesso il tempo necessario? Quante altre volte li hanno fatti lavorare di domenica, o si sono presi gioco di loro quando li vedevano compiere qualche pratica di pietà? E non è forse vero che alle volte gli hanno impedito di svolgerle? Quanti libertini hanno indotto i giovani a peccare, con le loro sollecitazioni e le loro promesse? Quante, fra le giovani donne, hanno indotto altri a fare cattivi pensieri, a sguardi impuri, con i loro modi affettati ed esibizionisti? Quanti ubriaconi hanno indotto altri a bere, trascorrendo le loro domeniche nei locali del divertimento, assentandosi dalle celebrazioni? Ahimè! quanti peccati si sono commessi nelle osterie, lasciandosi offrire da bere, pur essendo già ubriachi! Quante parole sconce e quante altre azioni impure, dal momento che in certi luoghi di divertimento tutto è permesso! E’ là che si fa scorrere dal cuore tutto il veleno dell’impudicizia, che inebria con i suoi sudici piaceri quasi tutti coloro che si trovano nel locale. Ahimè! quanto ci sarà da renderne conto! Quanti giovani derubano i loro stessi genitori, per andare a divertirsi nei locali! E chi ne porterà la colpa? Nessun altro se non i gestori degli stessi locali! Ahimè! quanti dubbi sulla religione essi hanno indotto negli animi dei loro clienti, spacciando loro ciò che avevano inventato per affievolire la fede nel cuore dei loro avventori! Quante calunnie contro i preti! Come se il difetto di uno solo rendesse cattivi tutti gli altri! Ahimè! quanti hanno cessato di frequentare i sacramenti, perché hanno incontrato persone empie che hanno raccontato loro tante falsità sulla religione, al punto da indurli a lasciar perdere tutto! Chi potrà mai contare il numero di anime che per colpa di quelli si sono perdute? Perciò gli sarà imputato come peccato e ciò sarà causa della loro condanna. Tutte le anime che essi hanno fatto dannare, verranno a chiedere vendetta in quel giorno! Ahimè! se il santo re Davide diceva di temere più per i peccati degli altri che per i suoi, che ne sarà mai di questi poveri disgraziati che hanno trascorso la loro vita procurando la perdita di tante povere anime, per mezzo dei loro cattivi esempi e dei loro discorsi malvagi? Ahimè! quale stupore, quando vedranno che tante anime sono state gettate nell’inferno per colpa loro!
Chi di noi, fratelli, non tremerà, pensando che il buon Dio non lascerà nulla senza esame, neppure le buone opere, per verificare se sono state fatte bene e per Lui solo. Ahimè! quante azioni da noi compiute, si sono ispirate unicamente al mondo, al desiderio di essere notati e di passare per brave persone! Quante buone azioni sono destinate a trovarsi senza alcun valore agli occhi di Dio! Ahimè! quanta ipocrisia, quanto rispetto umano hanno fatto perdere loro ogni merito! Fratelli miei, se i santi che erano colpevoli solamente di qualche piccolo errore, hanno tanto temuto quel momento, hanno fatto penitenze tanto dure e così a lungo, come potremo sperare che il buon Dio abbia pietà di noi? Ahimè! quanti, meno colpevoli di noi, cadono ogni giorno nell’inferno! Dio mio, non ci gettare nell’inferno! Piuttosto facci soffrire tutto quello che vorrai, durante questa vita. Non è difficile convincervi di come il buon Dio ci giudicherà rigorosamente… E cosa c'è da meravigliarsi? Un cristiano colmato di tanti benefici, che ha ricevuto tante grazie per salvarsi e a cui niente è mancato se non la sua stessa volontà, non è forse giusto che Dio lo esamini con un terribile rigore?
Leggiamo in una storia riportata da san Giovanni Climaco, un esempio che ci dimostra, in parte, la severità della giustizia di Dio verso il peccatore. Egli ci narra che un suo amico, di nome Giovanni Sabaita, gli aveva detto che in un monastero dell’Asia, c’era un tale che, notando che il superiore lo trattava con eccessiva bontà e dolcezza, pensava che ciò gli sarebbe stato di danno, e, per questo gli chiese di trasferirsi in un altro monastero. Essendo partito, la prima notte trascorsa lì, vide in sogno una persona che gli domandava conto delle sue azioni. Dopo un esame molto severo, si ritrovò debitore alla giustizia divina di una somma considerevole, e il buon Dio gli faceva notare che ancora egli non aveva fatto nulla per espiare i suoi peccati. Terrorizzato da questa visione, rimase altri tre anni in quel luogo, dove il buon Dio, volendo fargli espiare i suoi peccati, permise che venisse disprezzato e maltrattato da tutti. Sembrava che ognuno si incaricasse di farlo soffrire; ciò nonostante, non si lamentava mai. In un’altra visione, il buon Dio gli fece vedere che ancora non aveva saldato neanche un terzo del debito che aveva contratto verso la sua giustizia. Tutto pieno di spavento, si finse pazzo, e protrasse questo genere di vita per tredici anni; in seguito a ciò il buon Dio gli disse che ancora aveva pagato solo la metà del debito. Non sapendo più cosa fare, il poveretto trascorse il resto della vita implorando Dio perché gli usasse misericordia. Non metteva più né limite né misura alle sue penitenze. “Ah! Signore, diceva, non avrai forse pietà di me? Fammi soffrire tutto ciò che vuoi, ma perdonami!”. E fu così che, prima di morire, il buon Dio gli disse che i suoi peccati erano stati perdonati. Ebbene! fratelli miei, come oseremo sperare che i nostri peccati siano cancellati, solo perché li abbiamo confessati, e perché abbiamo chiesto perdono al buon Dio solo a parole? (Il santo intende dire che, anche dopo la confessione sacramentale, resta da scontare la pena per i peccati commessi; n.d.t.). Ahimè! quanti cristiani sono completamente ciechi, pensando di aver fatto tutto, quando ancora non hanno fatto niente, e se ne accorgeranno! Il buon Dio farà loro vedere ciò che i loro peccati meritavano, e le penitenze che per essi hanno fatto. E allora, ahimè! quanti cristiani perduti! Ma, fratelli miei, il giudizio particolare si svolgerà anche su un altro aspetto della vita cristiana. Sebbene ciò che ho detto finora sembra già essere molto severo, quello che sto per dire non è meno terribile. Voglio dire, che Gesù ci giudicherà su tutto quel bene che avremmo potuto fare, ma che non abbiamo fatto. Gesù metterà davanti agli occhi del peccatore tutte le preghiere che non ha fatto, ma che avrebbe potuto fare, e così pure, tutti i sacramenti che avrebbe potuto ricevere durante la sua vita. Quante volte in più avrebbe potuto ricevere il suo Corpo e il suo Sangue, se gli fosse importato di condurre una vita più santa? Gesù Cristo gli chiederà conto anche di tutte quelle volte che ha avuto l’idea di compiere qualche buona azione, ma poi non l’ha compiuta. Quante preghiere, quante messe, quante confessioni, quante penitenze, quanti doveri di carità avrebbe potuto rendere al prossimo! Quante rinunce durante i pasti o quante visite in meno (ai suoi conoscenti), e quante visite in più al Santissimo Sacramento, nel giorno di domenica! Ahimè! quante buone opere mancate, sulle quali subiremo il giudizio! Gesù Cristo ci chiederà conto perfino di tutto il bene che gli altri avrebbero potuto fare, se noi avessimo dato loro il buon esempio! Ah! Dio grande, che ne sarà di noi? Ma, voi mi chiederete, cosa dobbiamo fare per rassicurarci, in quel momento così triste per chi è vissuto nel peccato, senza pretendere di piegare la giustizia di Dio che i nostri peccati hanno così grandemente irritato? Vi rispondo subito. Anzitutto dobbiamo rientrare in noi stessi, e pensare seriamente che ancora non abbiamo fatto nulla che ci possa dare speranza in quel momento. Infatti, tutti nostri peccati sono scritti in un libro che il demonio presenterà a Dio per farci giudicare, per far conoscere a Lui i nostri peccati, anche quelli più nascosti (così scrive il santo, ma è un modo di dire, per farsi intendere meglio dai suoi uditori; Dio sa già tutto; n.d.t.). Poi dobbiamo restituire, sull’esempio di Zaccheo, tutto ciò che non è nostro; in caso contrario giammai potremo evitare l’inferno. Occorre nutrire un grande dolore per i nostri peccati, piangere su di essi come fece il santo re Davide, che pianse il suo peccato fino alla morte ed evitò di ricaderci. Bisogna umiliarsi profondamente davanti al buon Dio, accettando tutto ciò che il buon Dio vorrà mandarci, non soltanto con sottomissione, ma con grande gioia. Infatti non c’è via di mezzo: o si piange in questo mondo o si piangerà nell’altro, là dove le lacrime non serviranno più a nulla, e la penitenza non riceverà alcun merito. Occorre, inoltre, non perdere mai di vista il pensiero che non conosciamo il giorno in cui saremo giudicati, e che se disgraziatamente fossimo trovati in stato di peccato, saremmo perduti per tutta l’eternità.

Che concludere da tutto quello che si è detto, fratelli miei? Anzitutto dobbiamo riconoscere di essere veramente ciechi, dal momento che nessuno di noi può dire di essere pronto a comparire davanti a Gesù Cristo, e che, malgrado questa certezza di non essere pronti, nessuno di noi fa un passo avanti verso il buon Dio, per assicurarsi una sentenza favorevole. O mio Dio! com’è cieco il peccatore! Ahimè! com’è deplorevole la sorte che lo aspetta! No, no, fratelli miei, non viviamo più come degli insensati, poiché nel momento in cui meno ce lo aspettiamo, Gesù Cristo busserà alla nostra porta. Beato colui che non ha atteso fino a quel momento per prepararsi! E’ questo che vi auguro…