venerdì 22 settembre 2017

Le Quattro Tempora di Settembre

Le Quattro Tempora

Le Quattro Tempora sono, giusta il rito romano, quattro periodi durante le quattro diverse stagioni (la I settimana di Quaresima per la primavera, l'Ottava di Pentecoste per l'estate, la settimana dopo l'Esaltazione della Croce per l'autunno e la III settimana d'Avvento per l'inverno), durante i quali tre giorni (mercoledì, venerdì e sabato) vengono dedicati a particolari digiuni e preghiere per consacrare a Dio i diversi tempi dell'anno, e specialmente per invocare la protezione sui campi e i raccolti.
Queste "solennità rurali", che anticamente erano considerate di origine apostolica, si formano a Roma attorno al III secolo (la tradizione basata sul Liber Pontificalis ne attribuisce l'introduzione a Papa Callisto I; altri, addirittura a Papa Silicio, alla fine del secolo seguente, nell'ambito delle controversie coll'eretico Gioviniano circa l'utilità dei digiuni): in tale epoca esistevano solo tre tempora, e la quarta fu aggiunta in seguito per amor di simmetria: nel pieno V secolo Papa S. Leone Magno riferisce in un sermone l'esistenza di quattro periodi stagionali di digiuno, jejunum I, IV, VII et X mensis (che facendo partire l'anno a marzo, siccome era nell'antico calendario romano, combaciano perfettamente coi periodi attualmente osservati).
D'origine romana quindi, le quattro tempora si sono diffuse nei secoli successivi nel resto dell'Occidente (a Napoli nel VII secolo; in Inghilterra tra VII-VIII; in ambito gallicano nell'VIII; in quello ispanico e mozarabico nel XI; a Milano invece, nel rito ambrosiano, comparvero, con carattere esclusivamente penitenziale e non liturgico, solo attorno al XII secolo).
Attorno al 490 Papa Gelasio prescrisse di conferire le ordinazioni diaconali e sacerdotali nelle veglie notturne dei sabati delle Tempora, pratica spesso ancor oggi osservata.

Preghiera, digiuno ed elemosina sono gli esercizi principali di questo tempo di penitenza. Ma, all'epoca di san Leone, si sottolineava soprattutto il legame esistente tra ciascuno delle Tempora e il momento dell'annata agricola con la quale essi coincidevano. Questo legame è il solo rilevato nel Liber Pontificalis. Questo riferimento alla stagione agricola è totalmente assente dalle quattro tempora di Quaresima e di Avvento, le quali hanno subito una riforma testuale, trasformando la prima in prettamente penitenziale e conferendo alla seconda un forte significato messianico; la gioia della festa ha assai inficiato sul senso agricolo della liturgia delle Tempora di Pentecoste, mentre quest'ultimo è stato completamente mantenuto solo in quelle di Settembre.
 Le quattro tempora sono tutte, tempi di preghiera e di digiuno ufficiali che devono essere accuratamente distinti dai digiuni e dalle preghiere private, come San Leone esige espressamente. Sono, egli dice, atti ufficiali della Chiesa, che fanno appello al «popolo cristiano» nella sua interezza. Per questa ragione esse partecipano della «presenza speciale» di Cristo mediatore e godono, per questo, di una fecondità spirituale propria (cfr. Sermo LXXXVIII).

La tradizione, confermata dal Codice di Diritto Canonico del 1917, consiste nel praticare il digiuno e l'astinenza (secondo le prescrizioni consuete) il mercoledì, il venerdì e il sabato delle Tempora (nulla di strano, considerando che erano i giorni in cui si praticava abitualmente l'astinenza nei primi secoli della Chiesa, la quale sopravvisse in seguito solo al venerdì in Occidente). Il digiuno del sabato, che stando al Liber Pontificalis fu introdotto proprio insieme alle Tempora e poi passò a osservarsi nel resto dell'anno, fu nei secoli a venire oggetto di controversie tra Chiesa Orientale e Occidentale.
Nei giorni delle tempora si celebrava la sinassi eucaristica nella Basilica Stazionale, tranne al sabato: infatti, si celebrava una lunga veglia durante la notte (similmente a quelle del sabato di Pasqua o di Pentecoste), seguita dalla celebrazione dell'Eucaristia domenicale, che non veniva poi reiterata durante il giorno seguente (da ciò nacque l'impropria definizione di Dominica vacans). Ad oggi la veglia non è più celebrata, ma è stata sostituita, come gran parte delle liturgie notturne, da una Messa celebrata al mattino del sabato: il fatto che anticamente essa fosse una celebrazione vigiliare è tradito dal Vangelo, identico a quello della domenica susseguente.
Per quanto riguarda i testi delle Messe, nella riforma Tridentina furono conservate le due letture alle liturgie del mercoledì (tale arcaismo risale ai secoli in cui ogni Divina Liturgia aveva due letture, ossia prima del V-VI secolo). Essendo vigilie semplici, le liturgie del sabato constano di sei letture, ivi compresa l'epistola.
L'unità liturgica di queste quattro Tempora è data dalla presenza di alcune parti comune, come la lettura tolta dal cap. III di Daniele (episodio dei Tre Fanciulli), seguita dal relativo cantico (essa s'inserisce nel VII secolo sopprimendo la V lettura propria delle vigilie); essa è accompagnata da un'orazione molto popolare negli uffici sacerdotali della Chiesa latina (Deus qui tribus pueris), la quale ha origine dai Sacramentari gelasiano e gregoriano. Anche le antifone offertoriali (al di fuori delle Tempora d'Avvento che subirono le succitate modificazioni) sono identiche tra loro.

Tempora Septembris


Tra le più antiche, sono le uniche ad aver mantenuto interamente il formulario liturgico originario dei primi secoli, dedicato alle messi e alla vendemmia che cadono in questo periodo, quelle che anticamente erano le dominicae septem post festum s. Laurentii, una sezione dell'anno liturgico antico, la cui esistenza può desumersi dai tratti comuni di graduali e antifone di comunione delle domeniche IX-XV dopo Pentecoste. Le Tempora di Settembre segnavano anticamente la fine di questo periodo, avendosi poi una festa pro consummata perceptione omnium frugum, dignissime largitori earum Deo continentiae offertur libamen, per entrare infine in quello susseguente alla festa di S. Michele Arcangelo. Come alle altre Tempora, fu uso a partire da Papa Gelasio di conferire in questi giorni le Sacre Ordinazioni.

Molti testi liturgici sono tolti da quelli già utilizzati nelle feste giudaiche per le celebrazioni del settimo mese, ossia il primo dell'anno secondo il loro calendario. Secondo alcuni autori, era tradizione nei primi secoli di portare durante l'offertorio dei calici ricolmi di doni, soprattutto uva, che venivano poi benedetti durante il Canone e distribuiti ai fedeli alla fine della Messa.

L'introito del mercoledì, ad esempio, è tratto dal salmo LXXX, in cui si invita Israele a dar nei cembali a far vibrare l'arpa e la cetra soave, a sonare il corno in occasione del settimo novilunio, perché questa è una tradizione santa in Israele. La prima delle due lezioni è tolta dal profeta Amos, ed è una rassicurante descrizione della florida vendemmia del contadino fedele. "Se ora invece le campagne sembrano divenute sterili, - tuona il beato Ildefonso Schuster, riferendosi questo passo biblico - e se le malattie delle erbe, degli alberi e del bestiame rievocano il ricordo delle piaghe d'Egitto, la vera cagione va ricercata nei peccati dei popoli, nell'apostasia sociale da Dio e dalla sua Chiesa, nella sensualità, nell'anarchia, nella profanazione delle feste e nelle molte bestemmie, colle quali, assai più che coi chicchi di frumento, si fa la semina dei nostri campi". Dopo il versetto del salmo CXXII che esalta la potenza di Dio nel cielo e nella terra, si dice la colletta, che ricorda i digiuni di questo periodo, e un'altra lezione, dal II libro di Esdra, commemora la liberazione di Israele dal giogo babilonese, e la solenne restituzione della legge, proprio il primo giorno del settimo mese. Questo gioioso invito, che presenta ora un valore spirituale e simbolico, "pure rivela il carattere primitivo di queste antiche feste romane, dall'intonazione improntata alla più viva gioia e riconoscenza verso il Signore, datore magnifico dei frutti della terra". Il Vangelo, la guarigione del lunatico secondo S. Marco, è incentrato invece sulla necessità digiuno e la preghiera, che fanno emergere la nostra natura spirituale, rintuzzando gli attacchi demoniaci delle tentazioni, macerando la carne e le sue passioni, avvicinandoci a Cristo, uscendo da questo mondo di mortale sensualità. Le altre preghiere di questa Messa richiamano le prime due letture, tranne l'Offertorio che, come si è detto, è comunemente tratto dal salmo CXVIII.

Il venerdì, ad ogni tempora, si fa la Stazione ai SS. Apostoli; rispetto alle liturgie del mercoledì e del sabato, questo formulario è più tardivo, sulla cui origine le spiegazioni dei liturgisti non sono affatto esaurienti, tra chi ne fa una questione puramente testuale, chi una legata al digiuno, chi cita a sproposito Tertulliano e altre fonti che però parlano dei digiuni e della S. Eucaristia nei giorni ordinari dell'anno. Fatto sta che la struttura liturgica è identica a quella di tutte le Messe che conosciamo, e le parti salmodiche e le orazioni sono comuni prevalentemente ai formulari delle ferie quaresimali. La lettura è tratta dal libro del Profeta Osea, contenente le promesse di Dio al suo popolo, consistenti in grazie sovrabbondanti e soavi, paragonate ai dolci frutti delle messi orientali, qualora esso si converta, abbandoni gli idoli e ritorni al Signore. Una lettura ancora attuale, rifacendoci alle parole del beato Arcivescovo sopraccitato. L'odierna lezione evangelica, col racconto della conversione della povera Peccatrice secondo Luca, non corrisponde alla lista evangeliare di Würzburg, ma può essere che questa sia inesatta, o che la lettura sia stata cambiata nei secoli.

Per quanto concerne il sabato, infine, a proposito della lunga veglia notturna in San Pietro che precedeva l'Eucaristia, riportiamo la meravigliosa analisi del già più volte prezioso card. Schuster:

"L'introito è tratto dal salmo 94, ed invita l'anima ad umiliarsi innanzi alla maestà di Dio giusto e misericordioso; giusto, perché nelle fiamme della santità sua vendica tutto quello che trova di difettoso nei figli suoi; misericordioso, perché anche nell'esercizio di questa giustizia, s' ispira ad un immenso amore. Gli è nota [la debolezza del nostro essere], perché nell'eccesso della sua condiscendenza ha voluto anch'egli velarsi di questa carne umana e subire il cimento della nostra
travagliata vita. Dopo la preghiera litanica, che però oggi non è al suo posto, giacché, a cagione delle sacre ordinazioni, essa in Roma veniva differita sin dopo la lettura dell'Apostolo, si recita, quasi a conchiudere, la bella colletta. Segue la lezione del libro Levitico, che riallaccia il digiuno di questa settimana con quello giudaico corrispondente alla solennità dell'Espiazione, che si celebrava appunto il decimo giorno del settimo mese. Sembra tuttavia che questo riferimento del digiuno delle ferie autunnali alla solennità dell'Espiazione giudaica, sia semplicemente postumo, quando cioè a molte istituzioni liturgiche della prima ora si volle attribuire un'origine scritturale.
La penitenza di cui qui si parla, consisteva massimamente nel digiuno, che cessava al tramonto del sole. Dando a tutto il brano un significato spirituale assai più vasto, noi possiamo affermare la necessità universale della penitenza per tutta l'umanità prevaricatrice : Nisi poenitentiam egeritis, omnes similitier peribitis. Il graduale deriva dal salmo 78, ed è comune al sabato dei Quattro Tempi di Marzo, dopo la prima lezione. E' un canto di penitenza, e s'accorda mirabilmente col brano del Levitico ora recitato. La colletta sacerdotale dà compimento alla prima lettura.
La seconda lezione del Levitico, che nel Sacro Testo fa seguito alla precedente, descrive la solennità dei Tabernacoli, che durava una intera settimana ed aveva fine colla festa dell'Espiazione. Durante questo tempo, in memoria delle tende erette nel deserto durante i primi 40 anni dopo l '
esodo dall'Egitto, il popolo d'Israele dimorava in capanne ricoperte con palme e rami d'albero, al quale uso allude appunto il salmo 117: «Festeggiate nei tabernacoli ombrosi il giorno solenne».
Segue il graduale tratto dal salmo 83, esattamente come nei Quattro Tempi di Marzo. La colletta del presidente dell'assemblea,pone termine al canto responsoriale.
La seguente lezione di Michea descrive l'infinita misericordia di Dio che perdona al peccatore, e sommerge nel più profondo del mare i suoi delitti, per non ricordarsi che della sua misericordia, e delle promesse che egli ha fatto ad Abramo ed alla sua spirituale discendenza. Il graduale derivato dal salmo 89 è comune alla grande pannychìs di marzo. Segue la bella colletta sacerdotale, nella quale si
fa rilevare il doppio carattere del digiuno cristiano; in grazia sua si raffrena la carne colla penitenza corporale, affinchè lo spirito riconquisti contro di essa tutto il suo impero, quella vigoria insomma che è necessaria per dominare l'impeto delle sregolate passioni.
Segue un brano di Zaccaria, in cui alle antiche minacce di vendetta contro i peccatori, si contrappongono le più affettuose promesse per chi pentito ritorna al Signore. La vera conversione è intima ed interna, e consiste nella pratica della divina legge, di cui si deve soprattutto osservare il contenuto spirituale. Il Signore da parte sua farà si che i giorni altra volta luttuosi, come i digiuni israelitici del quarto, settimo e decimo mese, si convertano in altrettante fonti di gioia e di prosperità per il nuovo popolo che ama la verità e la pace. Quest'era nuova divinata qui dal Profeta, è appunto l'era Messianica. Il responsorio graduale tolto dal salmo 140, il salmo vespertino per eccellenza, è comune pur esso alla pannychìs di marzo. Segue la colletta sacerdotale in cui, per i meriti del digiuno pubblico e solenne che celebra la comunità cristiana di Roma, - è sempre da por mente che trattasi d ' una istituzione liturgica puramente romana - s' implora il perdono dei peccati. Segue, come nelle altre pannychìdes di dicembre e di marzo, la lezione di Daniele col Cantico delle Benedizioni, che serve quasi di canto di passaggio tra l'ufficio vigiliare e la Messa. Dopo le Benedictiones, seguiva la grande litania colle ordinazioni dei nuovi diaconi e presbiteri titolari romani. Compiuta la chirotesia, l'arcidiacono imponeva loro gli oraria, o stole, tolte da sopra la tomba di san Pietro, come i palli vescovili. Dopo la Comunione, il Papa consegnava ai nuovi presbiteri una delle oblate consacrate, affinchè essi per otto giorni ne deponessero un morsello nel proprio calice, a significare che il loro sacrificio era quasi un'estensione e continuazione di quello del Pontefice consacratore. Questo rito si
ritrova anche in Oriente. Dopo la messa, il clero ed il popolo parrocchiale del rispettivo titolo urbano, accoglieva il nuovo presbitero titolare e lo conduceva trionfalmente alla propria sede. Il Papa aveva già fatto agli ordinati degli splendidi presenti in generi, balsamo, grano, vino, olio, paramenti sacri e vasi liturgici. Precedevano il corteo alcuni valletti con incensieri e candelabri, onde diradare le tenebre della notte attraverso le anguste vie di Roma, addobbate per la circostanza con festoni, lauri e drappi. La folla circostante acclamava evviva: N.N. presbyterum sanctus Petrus elegit. Il nuovo eletto incedeva su cavallo bianco, sul quale era distesa la candida gualdrappa villosa, che costituiva l'insegna onorifica speciale di tutto il clero di Roma. Come per la consacrazione del Papa, cosi anche per la solenne cavalcata dei nuovi presbiteri titolari, i cantori per via eseguivano le tradizionali laudes, e la festa aveva termine con uno splendido banchetto, imbandito nelle aule annesse alla chiesa titolare del neo ordinato. Questa tradizione dell'ordinazione dei preti titolari di Roma e della loro cavalcata di possesso in occasione dei Quattro Tempi, ha lasciato dei lunghi strascichi negli usi della Corte pontificia. Infatti, sino a questi ultimi secoli, la creazione dei nuovi cardinali coincideva regolarmente coi digiuni dei Quattro Tempi, ed essi iniziavano il loro nuovo ufficio con una pomposa cavalcata da Porta del Popolo in Vaticano.
Nel brano dell'epistola agli Ebrei che precede la lezione evangelica, si descrive il rito giudaico della solennità dell' Espiazione, quando cioè il sommo sacerdote una volta all'anno penetrava nel
Santo dei Santi ad offrirvi il sangue del sacrificio. L'Apostolo, dal ripetersi di questo rito annuale ne deduce la sua inefficacia e la sua inutilità; mentre Gesù, Pontefice eterno del Nuovo Testamento, con un sacrificio unico, ma perfetto, ha santificato il popolo cristiano, aprendogli definitivamente le porte del santuario celeste. Segue il graduale tratto dal salmo 116, solito a cantarsi in Roma dopo compiute le sacre ordinazioni.
Il tempo autunnale fa si che l'odierna parabola evangelica (Luca XIII, 6-17) della ficaia sterile, sia tutt'altro che fuori di stagione. Essa è simbolo della Sinagoga e di quelle anime che, prevenute da Dio con abbondanti grazie, si contentano di vuoti riti esteriori che, al pari delle foglie, nascondono la sterilità dell'albero, senza rendere alcun vero frutto d'opere virtuose. Il regno di Dio non consiste né in
parole né in cerimonie, ma è essenzialmente spirituale ed interiore. San Gregorio Magno commentò al popolo l'odierna lezione evangelica nella basilica di san Lorenzo, o, secondo alcuni codici, in san Pietro stesso, in occasione della veglia notturna. Quest'ultimo particolare però è meno probabile, giacché tutto il contesto del discorso non contiene alcuna allusione a questa circostanza importantissima. Non conviene quindi insistervi molto, tanto più che le antiche liste evangeliari sono state più volte modificate.
Il verso offertoriale è tratto dal consueto salmo vigiliare 87, solito a cantarsi in tutte queste solenni pannychìdes romane. L' anima eleva la sua prece al Signore non solo di giorno, ma altresì di notte, e questo per più motivi. Oltre l'esempio che ce ne ha dato Gesù medesimo quando, dopo le fatiche del ministero evangelico diurno, saliva in sulla sera su qualche monte et erat pernoctans in oratione Dei, la preghiera notturna corrisponde a un vero bisogno dell'anima. Se lo spirito è tutto acceso d'amor di Dio, questo certo non sa rassegnarsi a lasciar trascorrere sterili lo lunghe ore della notte, senza rendere al Signore il dovuto omaggio di riconoscenza e di perfetta carità. E' in persona di questi tali che Isaia dice: anima mea desideravit te in nocte.
Se invece l'anima è ancora sulla strada dei proicienti, e per giunta è avvolta dalle tenebre delle tentazioni, - una buia notte spirituale - in questo stato è ancora necessaria l'assidua preghiera,
giacché il Salmista, descrivendo appunto tale stato dell'anima, dice: In die clamavi et nocte coram te.
Finalmente, se l'anima si sente depressa sotto il peso schiacciante delle sue colpe, anche in questo caso il suo scampo è nella preghiera, imitando cosi il Salmista penitente, il quale cantava: Lavàbo per singulas noctes lectum meum, lacrymis meis stratum meum rigabo. E' per tutti questi motivi che la Chiesa, ammaestrata da Cristo e dagli Apostoli, ha istituito la preghiera notturna, siccome parte del divino Ufficio, alla cui celebrazione solenne e splendida si dedicano di preferenza gli Ordini monastici, giusta quello che sta scritto: non extinguetur in nocte lucerna eius.
La colletta che fa da preludio all'anafora, è comune alla domenica fra l'ottava del Natale. Vi si domandano due grazie simboleggiate nella Sacra Eucaristia: la consacrazione cioè costante di tutte le nostre facoltà al servizio di Dio, - ecco il significato primitivo della devotio dei latini - e finalmente l'integrazione di questa consacrazione in cielo, quando Dio, mediante la visione beatifica, prenderà intero e perpetuo possesso dell'anima fedele, confermata nella carità, così che Egli allora sarà omnia in omnibus.
Il verso per la Comunione deriva dal testo del Levitico già letto precedentemente. Questa solennità [di cui parla] prelude a quella che celebreremo nel tabernacolo celeste, quando, trascorsi già i sei mesi che raffigurano il tempo penoso della presente vita, Dio c' introdurrà nel sabato del suo riposo. In questo settimo tempo, santificato e benedetto già dal Signore insin dagli esordi del mondo, noi eleveremo a lahvè un inno di ringraziamento, e sarà quello l'inno della riscossa, il carme degli scampati dalle onde del mare Eritreo, la canzone dei rimpatriati.
Nella colletta di ringraziamento, si domanda al Signore che la divina grazia, di cui l'Eucaristia è fonte vitale, consegua in noi piena efficacia; così che quell'unione mistica dell'anima nostra con Dio, quale viene ora simboleggiata dal Sacramento, raggiunga in cielo tutta la sua perfezione.
La Divina Eucaristia infatti, è una grazia ed una promessa. E' una grazia, in quanto ci rende capaci del consorzio della divina natura, allenandoci ad una vita di santità e di perfezione; ma insieme è altre sì una promessa, perché Gesù, al dire di Giovanni, dà gratiam pro grata, e quando Egli in cielo sottrarrà alla nostra fede le specie del Sacramento, darà al nostro amore quanto appunto in grazia dell'Eucaristia il cuore in terra si riprometteva di conseguire.
L'odierna liturgia insiste tanto nel ricordare la festa israelitica dell'Espiazione e dei Tabernacoli, per inculcarci la necessità della penitenza, senza la quale non si può giungere alla gloria. Questa penitenza, ad essere efficace, deve essere però unita alle pene di Gesù, il quale, per mezzo della sua passione, ha santificato e resi meritori tutti i nostri patimenti. La festa dei Tabernacoli ci deve inoltre ispirare un filiale abbandono nella divina Provvidenza, la quale per quarantanni ha fatto abitare sotto le tende nel deserto il popolo d'Israele, nutrendolo ogni giorno con cibo miracoloso, senza che durante sì lungo intervallo neppure le vesti venissero a consumarsi".
(A.I. Schuster, Liber Sacramentorum, V - Sono state eliminati dall'originale i testi tradotti delle lezioni e due errori di grammatica greca)



Parlando del valore straordinario di questi periodi di preghiera e pie pratiche osservati da tutta la comunione ecclesiale in modo pubblico, e non semplicemente come devozione privata, che acquistano grandissimo merito anzi a Dio (ah, quanto oggi sono invece aborrite dalla società le forme pubbliche di culto, come le grandi processioni tradizionali!), S. Leone Papa in occasione del jejunum VII mensis, antenato della Tempora, pronunziò questa bella omelia: L'osservanza regolata dall'alto, egli dice, supera sempre le pratiche di iniziativa privata, non importa quali esse siano, e la legge fatta per tutti rende l'azione più sacra che non possa fare un regolamento particolare. L'esercizio di mortificazione che ciascuno si impone di sua volontà riguarda infatti l'utilità di una parte, di un membro, mentre il digiuno fatto dalla Chiesa tutta non esclude alcuno dalla generale purificazione, e il popolo di Dio diventa onnipotente, quando i cuori si riuniscono nell'unità della santa obbedienza e quando, nel campo dell'armata cristiana, le disposizioni sono dappertutto eguali e la difesa è la stessa in tutti i luoghi. Ecco dunque, amatissimi, che oggi il digiuno solenne del settimo mese ci invita a schierarci sotto la potenza di questa invincibile unità. Leviamo a Dio i nostri cuori, togliamo qualche cosa dalla vita presente per accrescere i nostri beni eterni. Il perdono completo dei peccati si ottiene con facilità quando la Chiesa si riunisce tutta in una sola preghiera e in una sola confessione. Se il Signore promette di accogliere ogni domanda fatta nel pio accordo di due o tre come dire di no a tutto un popolo innumerevole, che segue uno stesso rito e prega in spirituale accordo? È casa grande davanti al Signore e prezioso lo spettacolo del popolo di Gesù Cristo, che si dedica allo stesso impegno e, senza distinzione di sesso e di condizione, in tutte le sue classi agisce come un cuore solo. È unico pensiero di tutti fuggire il male e fare il bene, Dio è glorificato nelle opere dei suoi servi, l'elemosina abbonda e ciascuno cerca solo l'interesse altrui e non il proprio. Per grazia di Dio che fa tutto in tutti, frutto e merito sono comuni, perché comune è l'amore nonostante la sproporzione di quanto si possiede, e quelli che meno possono dare si eguagliano ai più ricchi, per la gioia che sentono della generosità altrui. Nessun disordine in un popolo simile, nessuna dissomiglianza là dove tutti i membri dell'intero corpo tendono tutti a dare prova di una stessa intensità di amore. Allora la bellezza delle parti si riflette sul tutto e fa la sua bellezza. Abbracciamo dunque, o carissimi, questa saldezza di unità sacra e iniziamo il solenne digiuno con la ferma risoluzione di una volontà concorde.

mercoledì 20 settembre 2017

La Santa Messa XI - Dall'Unde et memores alla fine del Canone

Pubblicazione precedente: http://traditiomarciana.blogspot.com/2017/08/la-santa-messa-x-la-consacrazione.html

XXXVII. Unde et memores

La consuetudine di allargare le braccia sì ampiamente all'Unde et memores si è conservata anche in alcune varianti monastiche del rito romano

Ogni volta che il Sacrificio della Croce si rinnova sull’altare, automaticamente si fa anche memoria della prima volta che Gesù Cristo si è offerto al Padre il Venerdì Santo. Si obbedisce così all’ordine dato da Gesù agli Apostoli nell’Ultima Cena: “Ogni volta che farete questo, lo farete in mia memoria”. Così, subito dopo aver adorato il sangue, "Fatta la reale e sostanziale oblazione della Vittima con la Consacrazione, [il Sacerdote] conferma e conduce a termine la stessa, ripetuta l’oblazione verbale cioè l’orazione, che inizia Unde et memores… e con le altre cose susseguenti, aggiunti anche i sacri riti per lo stesso fine", come dice il Quarti.
Si aggiunge a ciò anche la commemorazione della Risurrezione, che ci conforta nella fede, e dell'Ascensione, che corrobora la nostra speranza (cfr. Dionigi Cartusiano), dacché quegli che quivi e sul Calvario fu immolato per la nostra redenzione, è il medesimo che risorse dai morti il terzo giorno e che ora siede glorioso al cielo alla destra del Padre.

In questa preghiera, il Sacerdote rinnova l'offerta della Chiesa alla SS. Trinità, precisando che la ricchezza del dono offerto durante il Sacrificio, Nostro Signore Gesù Cristo incarnato, non dipende dai propri meriti, bensì è un dono d'Iddio stesso: la Chiesa rende alla SS. Trinità ciò che Ella stessa le ha donato, il Figliuolo di Dio mandato a morire per la redenzione del mondo. Commenda dunque le oblate moltiplicando i segni di Croce, non certo per benedire la Vittima (che egli benediva quando era ancora vile materia, e non già Nostro Signore realmente presente) ma perché significhi che questa è la Vittima del Calvario, che veramente ha patito, immolata sulla Croce per l’uomo, perché si riporti la mente alla sua dolorosa Passione, si pensi nuovamente alle cinque Piaghe di Colui che pendeva in Croce. Anche, benedice in Cristo tutte le sue membra che in Lui sono un solo Corpo, e sono offerte in questo Sacrificio perché la grazia del Capo sia abbondantemente riversato su esse (Bousset).
Nel tracciare questi cinque segni di croce qualifica la Vittima con tre aggettivi, che leggiamo ispirandoci all'interpretazione data dal Soto:
  • Hostiam puram: la Vittima sacrificale dev'essere pura, gradita a Iddio, senza le macchie della corruzione che vengono, per esempio, dal culto degl'idoli. Questa prescrizione, già presente nei sacrifici cruenti veterotestamentari, si riflette completamente in Gesù Cristo, oblazione pura, contrapponendosi alle oblazioni compiute agli "dèi falsi e bugiardi", le quali sono impure e corrotte dalla falsa religione.
  • Hostiam sanctam: nella santità, però, il Sacrificio di Cristo si distacca gravemente dai sacrifici della Vecchia Legge, dacché solamente Dio immolato sulla Croce ha l'immenso potere santificante nei confronti di tutte le anime, che è condiviso anche dalla medesima Vittima offerta incruentemente sull'altare, che santifica immancabilmente il sacerdote e i presenti.
  • Hostiam immaculatam: anche qui il significato trascende la semplice "immacolatezza" prescritta dalla legge giudaica per le bestie sacrificali, perché chi più immacolato dell'Agnello di Dio, il quale mai commise peccato, ma anzi venne per portar su di sé i peccati del mondo?
Poi, segna singolarmente le due specie, nominandole come panem sanctum vitae aeternae e calicem salutis perpetuae, e dunque spiegando la loro duplice natura: come le vittime dei giudei venivano in parte offerte a Dio e in parte consumate dai sacerdoti, così il Cristo sacrificato non è solo oblazione infinitamente meritevole davanti a Dio, ma anche il nutrimento spirituale più elevato e santificante cui noi Cristiani possiamo accostarci, portando in sé i tesori della salvezza e della vita eterna.

Unde et mémores, Dómine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, eiúsdem Christi Fílii tui, Dómini nostri, tam beátæ passiónis, nec non et ab ínferis resurrectiónis, sed et in cælos gloriósæ ascensiónis: offérimus præcláræ maiestáti tuæ, de tuis donis, ac datis hóstiam + puram, hóstiam + sanctam, hóstiam + immaculátam, panem + sanctum vitæ ætérnæ e et cálicem + salútis perpétuæ.
Donde, o Signore, noi servi vostri, ma anche il vostro popolo santo, pure memori della sì beata Passione dello stesso Signore nostro Gesù Cristo vostro Figliuolo, nonché della sua risurrezione dagl’inferi, ma anche della sua gloriosa ascensione nei cieli: offriamo alla vostra sconfinata maestà, prendendo dai vostri doni e da ciò che voi ci avete dato, la vittima pura, la vittima santa, la vittima immacolata, il pane santo della vita eterna, e il calice della perpetua salvezza.

XXXVIII. Supra quae


Ancora il Sacerdote chiede a Dio di gradire le offerte, e facendolo fa memoria dei Sacrifici che gli furono offerti nell'Antico Testamento e che egli ebbe accetti: i sacrifici cruenti, infatti, prescritti dalla legge mosaica, erano prefigurazioni imperfette del Sacrificio cruento della Croce e della sua incruenta ripresentazione incruenta, che è la S. Messa; S. Bonaventura dice che "essi rappresentano propriamente la figura della Passione di Cristo e anzi della sua santissima Cena". Gli agnelli e i vitelli bruciati dai giudei erano così una anticipazione del perfetto Agnello di Dio, che porta su di sé i peccati del mondo. Per questo stesso motivo i sacrifici giudaici non furono più graditi a Dio, dopo la Passione di Nostro Signore: a qual scopo essi continuano a offrire oblazioni imperfette, quando una volontaria oblazione di merito infinito di Gesù Cristo l'aveva soppresse nel suo sangue versato per la remissione dei nostri peccati?

Prima di nominare questi sacrifici, però, chiede l'accettazione del Sacrificio per l'ennesima volta, e lo fa con le parole propitio ac sereno vultu respicere digneris (prese dalla Genesi IV, 4). Papa Benedetto XIV motiva l'ennesima iterazione della richiesta di gradimento con queste parole: "Anche se a Dio Padre è sempre accetta l’oblazione, sia da parte della cosa che è offerta sia da parte di Cristo che è l’offerente principale; ma potendo accadere che dalla parte del Sacerdote o del popolo non sia accetta, per questo il Sacerdote supplica Dio che posi uno sguardo favorevole e benigno sulle oblate".

Dopodiché passa alla elencazione dei sacrifici graditi offertigli dai grandi d'Israele, e ne ricorda tre particolarmente:
  • Il Sacrificio di Abele (cfr. Genesi IV), che la Sacra Scrittura ci presenta come accetto a Dio, a differenza di quello del fratello Caino. Bene scrive il Gueranger: "Così, Signore, avete accettato le offerte di Abele, benché fossero infinitamente inferiori a quelle che noi possiamo presentarti, [...] e con tutto ciò, per quanto infime fossero le offerte di Abele, voi eppure le avete accettate". Altri autori insigni rendono più ardito il paragone comparando la morte di Abele a quella del Cristo.
  • Il Sacrificio di Abramo (cfr. Genesi XXII), il quale per obbedienza al Signore era pronto a immolare il proprio unico figlio legittimo; benché il sangue di Isacco non fu sparso, perché un angelo di Dio impose di sostituirlo con un ariete, la deferenza del Patriarca lo rese comunque uno dei sacrifici più meritevoli; sarà poi il Padre stesso a mandare a morte, per obbedienza al suo medesimo disegno di salvezza, il suo Figliuolo unigenito, il quale però, per l'amore sconfinato che ci prova, arrivò a patire veramente la dolorosa morte.
  • Il Sacrificio di Melchisedech (cfr. Genesi XIV). Melchisedech è una delle prefigurazioni più perfette di Gesù Cristo, poiché era Sommo Sacerdote, il suo nome significa Re di Giustizia, era Re di Salem (che può leggersi sia "Gerusalemme" che "pace"), era senza genealogia (siccome il Cristo, essendo di natura divina generato prima di tutti i secoli), e offrì pane e vino, proprio come Nostro Signore durante la sua ultima cena.
Le parole conclusive, sanctum sacrificium et immaculatam hostiam, che fungono da apposizione al quae iniziale, dopo la lunga digressione "storica", furono introdotte, secondo molti autori, da Papa S. Leone, che ampliò il testo di una preghiera più antica. Effettivamente, la strana e illogica posizione di questi predicativi fa pensare sicuramente ad un'aggiunta tardiva.

Supra quæ propítio ac seréno vultu respícere dignéris: et accépta habére, sícuti accépta habére dignátus es múnera púeri tui iusti Abel, et sacrifícium Patriárchæ nostri Abrahæ: et quod tibi óbtulit summus sacérdos tuus Melchísedech, sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam.
Sopra le quali degnatevi di volgere uno sguardo propizio e benigno, e di averle accette, siccome vi degnaste di avere accetti i doni del vostro servo, il giusto Abele, il sacrificio del nostro Patriarca Abramo, e quello che v’offrì il vostro sommo sacerdote Melchisedech, il santo sacrificio, l’ostia immacolata.

XXXIX. Supplices te rogamus


Dunque, inchinato profondamente sull'altare, termina questa lunga sezione del Canone, iniziata prima della Consacrazione, e lo fa raccomandando la Vittima a Dio. Questa oblazione deve ascendere al cielo, infatti, poiché è la stessa che fu preparata dal cielo, la Santissima Umanità del Figlio, incarnata nel seno della Beata Vergine, e condorata di merito infinito dall'unione ipostatica con la natura divina. Dice infatti S. Gregorio Papa: "Allora Cristo immolò una Vittima solenne, quando Si offrì in cielo all’Eterno Padre per la materia della carne glorificata", vittima che, in virtù della successione apostolica del sacerdozio, continua a essere da lui medesimo offerta ogni giorno sugli altari.
L'orazione dice che il Sacrificio dev'essere portato al sublime e spirituale Altare di Dio, che S. Giovanni vide in visione e riportò nell'Apocalisse (VIII, 3), e che a portarlo misticamente debba essere un "Santo Angelo". Sul significato di queste oscure parole, che Innocenzo III definì "di tanta profondità che l’umano intelletto è appena capace di penetrarle", molti teologi e liturgisti si sono espressi, fornendo le più disparate interpretazioni. Riportiamo le principali:
  • S. Tommaso d'Aquino la interpreta in un senso tutto spirituale. "Il Sacerdote non chiede né che le specie sacramentali siano trasferite in cielo, - scrive infatti - né che il vero Corpo di Cristo cessi di essere lì, ma chiede questo per il Corpo Mistico (che certamente è significato in questo Sacramento), perché l’Angelo che assiste ai Divini Misteri ripresenti a Dio le preghiere del Sacerdote e del popolo". Dunque, secondo lui e molti altri teologi (la maggioranza), a dover compiere sì alto ministero non v'è angelo, né arcangelo, né cherubino, né serafino che sia degno, ma solo l'Angelus boni consilii, Nostro Signore Gesù Cristo stesso, il quale, conclude Benedetto XIV, "congiunge il Corpo Mistico con Dio Padre e con la Chiesa Trionfante".
    Da notarsi è che dom Gueranger segue la tesi che identifica il "Sanctum Angelum" con il Cristo Signore, ma nonostante ciò rifiuta l'interpretazione mistica del Corpo, che legge come quello fisico, sostenendo che in tal modo il Sacrificatore porterebbe Se Stesso Sacrificato al Padre, per far valere il merito infinito del suo olocausto.
  • Alcuni analisti, soprattutto greci, vedono qui l'Epiclesi (che, ricordiamo, i più vedono nel Veni Sanctificator o in altre preghiere del Canone), sostenendo che il termine "angelum" sia una brutta traduzione del greco (in cui era originariamente scritta la preghiera) ἄγγελον, che significa "messaggero, inviato", attributo tipico dello Spirito Santo. Alcuni liturgisti del XX secolo, affascinati da questa tesi, hanno provato a conciliarla con quella precedentemente esposta, sillogizzando che, essendo lo Spirito Santo e il Figlio due persone della stessa indivisa Trinità, ambedue sarebbero presenti con il loro compito in quell'Angelus boni consilii che ha da venire.
  • Ai più letterali, cui ci pare di poter dare ragione, pare che l'Angelo sia da intendersi in senso letterale, uno Spirito Celeste al quale incomba l’incarico di assistere il sacrificante, aiutarlo, dirigere e offrire le sue preghiere a Dio, l'Angelo che sta davanti all'Altare del Signore, secondo il libro dell'Apocalisse, e dunque (secondo l'esegesi comune) S. Gabriele. M. De Cochem riporta la visione di un sacerdote, cui apparve un angelo che portò l'ostia in cielo durante questa preghiera, come prova per questa lezione.
Il sacerdote conclude la preghiera richiedendo che il Sacrificio sia anche propiziatorio per sé e per chi assiste alla Santa Liturgia, perché li riempia di ogni grazia e celeste benedizione. Nel farlo, traccia un segno di croce sul calice, uno sull'ostia e poi segna se stesso. "Si rappresentano così il distendimento del Corpo, l’effusione del Sangue, ed il frutto della Passione" (S. Tommaso Aquinate).
Qui finisce la seconda parte del Canone, che riguarda l'offerta. Queste tre orazioni circondano l'atto della Consacrazione, come le precedenti l'hanno preparato. Ora la santa Chiesa ci conduce alla preghiera d'intercessione.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: iube hæc perférri per manus sancti Angeli tui in sublíme altáre tuum, in conspéctu divinæ maiestátis tuæ: ut quotquot, ex hac altáris participatióne sacrosánctum Fílii tui  Cór + pus et Sán + guinem sumpsérimus + ómni benedictióne cælesti  et grátia repleámur. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. Amen.
Supplici vi preghiamo, o Dio onnipotente: comandate che questi doni sian condotti al vostro sublime altare per mano del vostro santo Angelo, alla presenza della divina vostra maestà, affinché in quanta misura, dalla partecipazione a questo altare, avremo ricevuto il Corpo sacrosanto e il Sangue del vostro Figlio, siam ricolmati di ogni grazia e celeste benedizione. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen.

XL. Memento dei morti


Lo fa dunque con la seconda orazione sopra i dittici: all'inizio del Canone aveva offerto il sacrificio per intercessione ai vivi, che almeno spiritualmente partecipano all'oblazione; ora lo fa per intercessione ai morti, che godono dei frutti dell'oblazione in virtù della nostra partecipazione. Prega qui per tutti quelli che nos praecesserunt cum signo fidei (il sigillo della SS. Trinità, ricevuto nel Battesimo e nella Cresima), e dunque per i cattolici in comunione con la Chiesa; aggiunge poi una preghiera per omnibus in Christo quiescentibus, includendo qui anche quelli che, eretici o scismatici inconsapevolmente o incolpevolmente, oppure eretici convinti che hanno avuto la grazia di una vera contrizione in punto di morte, hanno ottenuto mediatamente la salvezza attraverso il battesimo di desiderio. Non prega pubblicamente per chi è fuori dalla Chiesa, ma, come in precedenza, può farlo pubblicamente, come argomenta il Coninck: "È facile, allo stesso Sacerdote, compiere tale cerimonia come persona pubblica, ed offrire a Dio il Sacrificio nella persona della Chiesa – e poi, insieme, offrire lo stesso come privato e supplicare Dio per esso in favore di qualcuno".
L'orazione si conclude con una pericope antichissima, che ci ricorda nel linguaggio i tempi delle catacombe, con l'esaltazione del "sonno della pace", che si ritrova anche nelle più datate preghiere degli Uffici dei Martiri, e che costellava l'immaginario dell'epoca. Poi, si accenna alla dottrina del Purgatorio: le anime in Purgatorio, per cui noi preghiamo acciocché possano lasciare il luogo della loro purificazione e giungere al littore beato della Patria Celeste, hanno pace e quiete in quanto certe dell’eterna beatitudine e libere dalla guerra delle tentazioni, ma sono tormentate dalle fiamme e sono tenute lontane dal Divino Cospetto; per cui supplichiamo per loro il refrigerio cioè la liberazione dalla pena del senso, la luce o eterna gloria (quella che, stando all'Apocalisse, è emanata dalla lampada che è l'Agnello), e la pace o felicità perfetta.
Al Per eundem Christum il sacerdote inchina il capo, per eccezione, visto che le rubriche non prevedono questo per la conclusione breve; bellissima e universalmente accettata è la lettura del Cavalieri: “perché questa invocazione è per coloro che riposano in Cristo, o morti con Cristo. Come Cristo morendo chinò il capo, così il Sacerdote imitando questo gesto così suggestivo, vuole ricordare Colui il quale dopo aver chinato il capo e spirando discese a liberare tutti i giusti defunti”.

Meménto étiam, Dómine, famulórum famularúmque tuárum N. et N. qui nos præcessérunt cum signo fídei, et dórmiunt in somno pacis.
Ipsis, Dómine, et ómnibus in Christo quiescéntibus, locum refrigérii, lucis et pacis, ut indúlgeas, deprecámur. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. Amen.
Ricordatevi pure, o Signore, dei servi e delle serve vostre N. e N., che ci han preceduti col sigillo della fede, e dormono nel sonno della pace.
A loro, o Signore, e a tutti coloro che riposano in Cristo, vi preghiamo di concedere un luogo di refrigerio, di luce e di pace. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen.

XLI. Nobis quoque peccatoribus


Solo tre parole, proferite in modo udibile, rompono armoniosamente il lungo silenzio del Canone: nobis quoque peccatoribus, la formula con il quale il sacerdote introduce la prece d'intercessione per sé e per coloro che assistono presentemente alla S. Messa, perché anch'essi sia fruttuoso il Sacrificio e perché possan trovare accettazione e misericordia anzi a Iddio. In essa, il Sacerdote, sull’esempio del Pubblicano, col segno e con la voce prega per la Chiesa Militante, perché Dio doni una qualche parte e la compagnia con la Chiesa Trionfante. Passa dunque a nominare un'altra schiera di quindici santi e sante martiri, prevalentemente romani, dei primi secoli (valgono i discorsi già fatti per il Communicantes), con i quali si chiede il "consorzio". Per questo, il Nobis quoque è anche detta Oratio pro consortio, mentre il Communicantes è detto piuttosto Oratio pro suffragio.

I Santi che hanno avuto il privilegio di essere nominati sono S. Giovanni Battista il Precursore, S. Stefano protodiacono, S. Mattia Apostolo, S. Barnaba compagno di S. Paolo, S. Alessandro Papa di Roma, S. Ignazio Vescovo di Antiochia, due altri martiri romani (Marcellino e Pietro) e sette vergini martiri (Felicita e Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia ligure).

Dopo aver fatto di nuovo memoria dei Santi, il sacerdote domanda a Dio che si degni ammetterci tra loro. Non certamente perché ne abbiamo diritto per i nostri meriti, ma per opera e grazia della sua bontà e misericordia. (Dom Gueranger)

Nobis quoque peccatóribus fámulis tuis, de multitúdine miseratiónum tuárum sperántibus, partem áliquam, et societátem donáre dignéris, cum tuis sanctis Apóstolis et Martyribus: cum Ioánne, Stéphano, Matthía, Bárnaba, Ignátio, Alexándro, Marcellíno, Petro, Felicitáte, Perpétua, Ágatha, Lúcia, Agnéte, Cæcília, Anastásia, et ómnibus Sanctis tuis: intra quorum nos consórtium, non æstimátor mériti, sed véniæ, quǽsumus, largítor admítte. Per Christum Dóminum nostrum.
Anche a noi peccatori, vostri servi, che speriamo della moltitudine delle vostre misericordie, degnatevi di donare una qualche parte, e il consorzio coi vostri santi Apostoli e Martiri: con Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia, e tutti i vostri Santi: entro al cui consorzio, non valutando il merito, ma donando perdono, vi preghiamo di ammetterci. Per Cristo Signore nostro.

XLII. Dossologia conclusiva (per quem haec omnia)


L'orazione che precede la dossologia e l'elevazione che concludono il Canone era anticamente recitata dal Vescovo di Roma sopra dei doni (uva, frutta, olio etc.) che venivano portati dai fedeli alla Sinassi Eucaristica ed erano in tal momento benedetti. L'uso scomparve ben presto, procedendo di pari passo con la moltiplicazione delle Messe; l'orazione di benedizione, tuttavia, non andò perduta, ma fu mantenuta nel Canone, con i suoi segni di croce, riferendola tuttavia alle oblazioni. Questo è il motivo per cui in questa breve benedizione si trova la formula haec omnia e il lessico è dissimile (meno sacrificale) di quello delle altre preghiere liturgiche.
Di quest'antica usanza, peraltro, sono sopravvissute due vestigia: la benedizione del sacro crisma operata dal Vescovo al Giovedì Santo, che si fa in questo momento, e una cerimonia del rituale benedettino, ossia che il giorno della Trasfigurazione si benedice, in questo momento, l'uva, benché non si adoperino per questa benedizione le parole del Canone, ma un'orazione presa dal Messale di Cluny.

La rilettura "sacrificale" di questa orazione è pressoché la seguente: Dio tramite il Figlio crea questi beni, cioè pane e vino (dei quali restano gli accidenti); santifica con l’accettarli (accettando l’oblazione) come materia della Consacrazione, perché avvenga che passino dall’uso profano all’uso santo; vivifica per le parole della Consacrazione, con le quali la sostanza del pane e del vino si converte nella sostanza del Corpo e Sangue di Cristo, Egli stesso autore della vita, Che è “pane vivo e vitale, che dà la vita all’uomo”; benedice, poiché questo Sacramento è fonte di ogni grazia e benedizione, e ce ne fa dono con la Comunione, dalla quale siamo ricolmati di grazia e di tutti i beni.

Infine, tutto si conclude con una grande dossologia: Per ipsum perché Cristo, in quanto Dio-Uomo, è il Mediatore tra Dio e gli uomini, e cum ipso perché è Persona divina distinta dal Padre e dallo Spirito Santo, e in ipso perché (per “circumsessione”) è l’unico Dio col Padre e lo Spirito Santo. Questa prima parte viene accompagnata da tre segni di croce con l'ostia sopra il Sangue prezioso, a significare che il Figlio (e non le altre due persone), assunta l'umana natura, versò il proprio sangue per gli uomini. Poi, segnando sempre con l'ostia, sopra il corporale per due volte, pronuncia la vera e propria formola dossologica. Infine, eleva "un po'" l'ostia e il calice contemporaneamente. Anticamente, questa era l'unica elevazione, e tale è rimasta presso i Greci, e veniva compiuta con gran solennità, anche verso diversi punti cardinali, con copia di benedizioni, mentre in ambiente latino fu introdotta quella alla Consacrazione per contrastare le eresie che negavano la Presenza Reale, e dunque fu alquanto ridotto quanto a importanza. Nell'uso comune questa elevazione (essendo la fine del Canone) viene segnalata con un colpo di campanello, anche se questa usanza non è di origine romana, perché con la Elevazione maggiore alla Consacrazione il segnale si era trasferito lì e non doveva poi essere ripetuto anche qui (la prassi urbana, infatti, aborre la moltiplicazione di suoni del campanello che invece, da stampo gallicano, si diffuse in tutta Europa).

A questo punto, fino ai tempi di S. Gregorio Magno, si compiva anche la Fractio Panis, e qui ancora si trova nel Rito Ambrosiano. In ogni caso, quivi finisce il Canone e si passa poi ai riti della Comunione, e pertanto il sacerdote termina con le parole per omnia saecula saeculorum dette o cantate a voce alta.

Per quem haec omnia semper bona creas, sanctificas + vivificas + benedicis + et praestas nobis.

Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri Omnipotenti omnis honor et gloria per omnia saecula saeculorum. Amen.
Per mezzo del quale voi sempre create, santificate, vivificate, benedite e concedete a noi tutti questi beni.

Per mezzo di lui, con lui ed in lui, vi spetta, o Dio Padre Onnipotente, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Fonti: sono indicati volta per volta gli autori da cui sono state prese delle parti
Prossima pubblicazione (settembre-ottobre): La Santa Messa XII - Dal Pater Noster alla Comunione

XX settembre 2017 - CXLVII ricorrenza dell'occupazione sabauda di Roma

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XX settembre 1870 - XX settembre 2017

Comunicato del Centro Studi Federici


Breccia di Porta Pia


Benedizione di Papa Pio IX alle truppe pontificie (25 aprile 1870)

La Roma papalina e la Roma brecciaiola

Brani tratti dal libro
"LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia", 
del padre Gaetano Zocchi 
(Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881).

Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Vi ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.

Essa era la città di tutti i popoli della terra e la patria di tutte le genti per cagione del suo Pontefice, che è il padre universale dei cattolici; perciò, secondo la sublime sentenza del Fénelon, ogni cattolico è romano. Ora il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica si trova chiuso dentro al Vaticano, che è la sua reggia e la sua prigione, il suo trono e la sua croce, il suo tempio e il suo Calvario. Della restante Roma altri divennero signori; e perciò fuori della cerchia del Vaticano, a propriamente parlare, non vi è più Roma, ma un cumulo di edifizii e di ruine, di antico e moderno, di grande e venerando e di piccolo e spregevole, che altra volta fu Roma, ora non è più nulla.

(La fedeltà dei romani al Papa) mi pare abbastanza provata dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un grande regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti delle passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca.

Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eterici di qualsiasi setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani.

Veniamo a Montecitorio. Qui sono gli eletti del popolo, qui è il palladio delle pubbliche libertà, qui è l’arena delle gloriose tenzoni nazionali. Ai tempi del Papa-Re, nel palazzo di Montecitorio, opera di un Papa Innocenzo, onde chiamasi anche palazzo Innocenziano, era la sede della polizia pontificia. Ora i poliziotti se ne sono andati… partiti gli onorevoli poliziotti, entrarono gli onorevoli deputati… Il luogo delle loro solenni comparse è l’aula provvisoria architettata nel 1871 dall’ingegnere Comotto, in forma di una baracca di legno, di ferro e di cristalli, stretta, disagiata, color di cioccolatte, e di disgraziata figura. Goffo baraccone è il nome, onde essa venne battezzata allora e che porta tuttavia; ma l’avrebbero potuta benissimo chiamare gabbia, poiché uno degli onorevoli (scordai quale) non dubitò una volta di asserire solennemente, credo in nome proprio e de’ suoi colleghi: noi siamo una gabbia di matti. Codesta gabbia o baraccone, che dir si voglia, in un col palazzo, costò ai contribuenti italiani cinque milioni e mezzo… Di che tanto più ammirevole è lo zelo, con cui gli inquilini di Montecitorio trattano gli affari del popolo italiano che li ha mandati!… Già non sono mai troppi nel baraccone sopra descritto.

Quando poi in un modo o in un altro si sia finalmente razzolato il numero legale, le discussioni incominciano. Parlano pochi, ma parlano egregiamente: sono bocche d’oro! Specie se si tratta di rompere lance contro preti, frati, persone e cose di Chiesa, correte, oratori, correte ad ascoltare in Montecitorio: non troverete i migliori maestri a cercarli fra milioni… E quelli che tacciono, cioè la maggior parte? Quelli ascoltano? No, quelli vanno e vengono dall’aula al buffet, dal buffet all’aula; o, se sono avvocati, il che, per disgrazia nostra, si verifica almeno ottanta volte su cento, preparano le loro arringhe per la Corte delle assise. Alcuni ridono, altri interrompono l’egregio oratore, poi, giunto il momento opportuno, votano tutti. Ma come votate in buona coscienza per il bene del popolo che vi ha mandato, se a non avete seguita la discussione, o solo a sbalzi e sbadatamente? La discussione non è fatta per quelli che debbono votare, ma per quelli che debbono leggerla nei giornali e negli atti ufficiali. La discussione non muta mai il risultato del voto, che si conosce già prima della discussione.

Su per la comoda via aperta dalla munificenza di Pio IX, fui sulla piazza di Montecavallo, vicino al monumento equestre, opera superba di greco scalpello, dinanzi al palazzo del Quirinale… Quel palazzo colle sue sontuose sale, colle sue opere d’arte, coi suoi giardini, era stato la reggia di molti Papi. Anche Pio IX vi aveva, prima dell’esilio, posto la sua Corte. Ora quel palazzo è sede di un re e di una regina, portati a Roma dal turbine rivoluzionario, e si dicono incoronati dalla volontà popolare. In quelle sale, al cospetto delle sacre scene dipinte dal pennello devotissimo dell’Owerbek, si danza e si banchetta: in quei giardini viene Garibaldi a restituire cavallerescamente al re d’Italia la visita; ricevutone nella propria casa. Sopra la porta principale del palazzo sporge una loggia. Di lassù ogni Papa, appena eletto dal Conclave, dava al popolo affollato la sua prima benedizione di Pontefice e di re: ora il re e la regina d’Italia ricevono lassù le ovazioni del popolo sovrano. Sotto l’arco maestoso di quella porta passavano cardinali e Prelati in severo abito talare, colle mozzette ed i rocchetti del cerimoniale liturgico; ora invece di là entrano ed escono le eleganti toilettes delle dame di corte e delle mogli di generali e ministri. È una processione assai poco edificante di soldati che bestemmiano e di ministri che vanno a sottoporre alla firma reale leggi e decreti, di cui non pochi recano lo sfratto di monache o di religiosi, lo smantellamento d’una chiesa, l’abolizione del catechismo, la leva dei chierici, il matrimonio civile e andate voi discorrendo. E sopra quella porta restano tuttavia S. Paolo colla spada sguainata, S. Pietro colle sue chiavi, la Vergine Santa col Bambino tra le braccia!

Lessi il nome di tutte le vie delle già finite e di quelle che si stanno terminando. D’Azeglio, Cavour, Manin, Gioberti, Mazzini, Napoleone III, ti guidano a Vittorio Emanuele. E nella parte opposta della stazione, dal Venti Settembre a Castel Fidardo, da Castel Fidardo a Solferino, a Palestro, a Goito, alla Cernaia, quei nomi ti conducono come per mano sulla strada percorsa dalla rivoluzione italica, te ne narrano tutte le geste, te ne cantano tutti i trionfi; quindi, giunto sulla piazza della Indipendenza, tu ammiri finalmente l’ultima meta…  La Indipendenza! La Indipendenza! Ed io là ritto in mezzo a quella piazza, non paranco bene rassettata, andava con me stesso meditando questa parola, e confrontava il suo significato filologico, col significato che essa piglia nella mente di quelli che l’hanno colà fatta esporre, in grandi lettere, alla vista del pubblico. Nel pensiero di costoro, indipendenza vuol dire: togliti di lì, che mi ci metta io; vuol dire: morte alla teocrazia! Morte ai tiranni, che comandavano nel nome del vecchio Dio! Viva lo Stato! Il dio nuovo, che fa quando gli talenta, senza l’impaccio di dover render conto ai dogmi ed alla morale.

Ma lo Stato fu dio altra volta, quando sul colle Esquilino, dove adesso sorge una parte della nuova Roma, abitava il carnefice incaricato di fustigare e di crocifiggere nel sesterzio gli schiavi, condannati al supplizio: Anche allora il dio Stato non rendeva conto de’ fatti suoi né ai dogmi, né a principi morali, perché la sua divisa era questa. Sic volo sic iubeo, stat pro ratione voluntas!
Allora nel suolo della nuova Roma si seppellivano alla rinfusa gli schiavi, avuti in conto di bestie. E dei 900 mila abitanti, che Roma conteneva, i due terzi erano schiavi, poiché il dio Stato vedeva nel servaggio dei più la condizione necessaria della propria indipendenza. Credo che, in materia di indipendenza, non si pensi molto diversamente oggidì… La concorrevano le maghe nel silenzio della notte, a stracciare coi denti vittime eziandio umane, e del fegato bollente di quelle componevano filtri amorosi, e per la virtù del sangue versato in una fossa, evocavano i Mani, a scoprire le cose nascoste, lontane e future. Così, fra gli altri, lasciò scritto l’epicureo Orazio. Ma nemmeno oggidì son rari, tra coloro cui dobbiamo la nuova Roma, i fattucchieri e le streghe, che sotto nomi meno ignobili, rinnovano quelle ignobilissime superstizioni, e posseggono l’anima di molti epicurei moderni, atei e materialisti, che predicano l’indipendenza del pensiero e del cuore.

Roma papale aveva cancellati i delitti di Roma pagana, col sangue dei suoi martiri e colle santificazioni dei suoi sacramenti; nel fuoco della carità aveva disciolti i ceppi della schiavitù; aveva sfrantumata la statolatria e fondata la verace indipendenza dei popoli, sul principio della paternità divina…
Indipendenza! Indipendenza, e intanto siamo tutti schiavi. La Chiesa schiava dello Stato, lo Stato schiavo dei ministri pro tempore, i ministri schiavi delle fazioni, le fazioni schiave delle logge massoniche, le logge schiave di Satana, tutti schiavi del mal costume, dell’empietà, della rapina, della violenza, della miseria, della fame!

Zuavi pontifici

I caduti pontifici del 20 settembre 1870

Il 20 settembre 1870, prima della resa decisa da Pio IX,
durante la difesa di Roma i pontifici recarono numerose perdite all’esercito invasore:
tra gli ufficiali 4 morti e 9 feriti, tra la truppa 45 morti e 132 feriti.
I pontifici, invece, registrarono 19 morti, deceduti il 20 settembre e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti.

Riportiamo l’elenco dei caduti tratto da: Attilio Vigevano, “La fine dell’esercito pontificio”, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 672-673
(i nomi di battesimo sono stati italianizzati dall’autore).

Zuavi:
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.

Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.

Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.

Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.

Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.
Amen.

domenica 17 settembre 2017

Summorum Pontificum 2017 - Giorno 4: S. Messa in rito domenicano

Siamo giunti alla conclusione di questa edizione del pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum, organizzata quest'anno con gran pompa per celebrare i dieci anni dalla proclamazione del Motu Proprio con cui Papa Benedetto XVI liberalizzò la celebrazione della Messa antica.

Dopo l'apice raggiunto con la giornata di ieri, con la processione per le vie dell'Urbe e il Pontificale nella Basilica di S. Pietro, il pellegrinaggio si è chiuso oggi con un'interessante celebrazione. Infatti, la consueta Messa solenne domenicale è stata celebrata in rito domenicano antico da padre Dominique-Marie de Saint Laumer, superiore della Fraternità Sacerdotale S. Vincenzo Ferrer, istituto di vita apostolica i cui membri celebrano ordinariamente la liturgia secondo l'antico rito dell'Ordine dei Predicatori.

Di seguito qualche foto (da MiL e personali).

La folla dei fedeli accorsi per la S. Messa

Arrivo all'altare per l'aspersione

Accesso all'altare parati per la Messa

Confiteor





Ecce Agnus Dei

Distribuzione della S. Comunione


Un ringraziamento speciale al Coordinamento del Summorum Pontificum per l'organizzazione di questo grande e splendido pellegrinaggio, a tutti i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e finanche i fedeli giunti per questo grande evento devozionale, al Papa Benedetto XVI per il Motu Proprio con cui ha permesso tutto ciò, ma soprattutto grazie a Iddio che non abbandona la sua Chiesa, ma continua, pur nelle tribolazioni degli oscuri tempi presenti, a far scaturire grazia e santità.

Deo gratias!

Summorum Pontificum 2017 - Giorno 3: Adorazione, Processione e Pontificale

Cronaca della terza giornata (sabato 16 settembre) del Pellegrinaggio internazionale del Summorum Pontificum nel decennale del Motu Proprio.

La giornata è stata aperta dalla Solenne Adorazione Eucaristica officiata presso la Chiesa di S. Maria in Valicella (conosciuta come Chiesa Nuova) dal rev. don Jean-Cyrille Sow, FSSP, da poche settimane il nuovo parroco della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma.
Da lì, tutto il popolo del Summorum Pontificum, composto da centinaia di pellegrini da ogni angolo del globo, alcuni anche nel loro abito tradizionale, è partito in solenne processione, preceduto da una lunga schiera di seminaristi, frati, diaconi, sacerdoti, monaci, e guidato da S.E.R. mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. La processione ha attraversato le strade di Roma al canto delle Litanie dei Santi e di inni e sequenze tradizionali, tra cui l'amatissimo Noi vogliam Dio, ha percorso via della Conciliazione ed è giunto alla Basilica Papale di S. Pietro in Vatcano.
Ivi, S.E.R. mons. Pozzo ha celebrato un Solenne Pontificale all'Altare della Cattedra nella festa dei SS. Cornelio e Cipriano martiri, veramente splendido. Durante la molto attuale omelia, mons. Pozzo ha evidenziato come la Chiesa debba sempre essere fedele alla testimonianza della Fede, anche e soprattutto attraverso la Liturgia, e all'insegnamento della Dottrina, per non ridursi al ruolo di una semplice garante dei "diritti umani". Interessante (anche se, non del tutto a torto, criticata dai più conservatori) la scelta di suonare la Messa Summorum Pontificum, composta per l'occasione dal maestro del Coro della Basilica Vaticana, Aurelio Porfiri, che mescola elementi di gregoriano nell'Ordinario (il tema base è tolto dalla Missa de Angelis) a uno stile più moderno nel Proprio, che ricorda le composizioni di Lorenzo Perosi.

Di seguito qualche foto, presa da internet:

Imposizione dell'Incenso

Adorazione Eucaristica

Mons. Pozzo parato per la processione

La schiera dei religiosi dell'ICRSS alla processione

I rev.mi cardd. Burke e Brandmuller che hanno assistito coralmente alla Funzione Pontificale

L'ingresso di Mons. Pozzo e dei ministri assistenti

Le preghiere ai piedi dell'altare (Confiteor dei ministri)

L'incensazione del Vescovo

Il canto del Vangelo

Elevazione del Corpo di Cristo

Elevazione del Sangue di Cristo


Benedizione Episcopale

Processione d'uscita dei Sacri Ministri

sabato 16 settembre 2017

Summorum Pontificum 2017 - Giorno 2: Via Crucis e S. Messa

Proseguiamo la pubblicazione del servizio fotografico del pellegrinaggio romano del Coetus internationalis Summorum Pontificum nell'augusto decennale della proclamazione del Motu proprio di Benedetto XVI.

Questo il resoconto della giornata di ieri (venerdì 15, festa dei Sette Dolori della B. V. Maria): le celebrazioni sono iniziate nel pomeriggio con la solenne ufficiatura del pio esercizio della Via Crucis, guidata dall'Istituto Buon Pastore, presso la Chiesa di S. Maria in Campitelli.

La sera, invece, presso la Chiesa di S. Maria sopra Minerva, è stata la volta dell'Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote, accorso con tutti i suoi religiosi e seminaristi per la S. Messa solenne celebrata dal suo superiore, mons. Gilles Wach. Il molto reverendo celebrante ha parlato nell'omelia del ruolo fondamentale della Liturgia nella vita dei Cristiani. Un gran tocco di solennità alla già splendida S. Messa è stato dato dal numero straordinario di ecclesiastici assistenti in coro, compresi S.E. rev.ma il card. Raymond L. Burke e il padre Abate di Le Barroux, il rev. Dom Louis-Marie Geyer d'Orth O.S.B .

A presto la pubblicazione delle foto della giornata di oggi, che ha previsto adorazione eucaristica, processione a S. Pietro e ivi solenne Pontificale. Domani il pellegrinaggio si chiuderà con la S. Messa solenne in rito domenicano alla SS. Trinità dei Pellegrini, ore 11.















Foto di: MiL, Circolo liturgico Pio VII e nostre personali