martedì 14 novembre 2017

S. Messa di S. Josaphat d'Ucraina

Testi della S. Messa in onore di S. Josaphat d'Ucraina, apostolo per il ritorno degli ortodossi scismatici nel seno della Chiesa Cattolica.


INTROITVS

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beáti Jósaphat Mártyris: de cujus passióne gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.
Ps. 32,1 Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen
Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beáti Jósaphat Mártyris: de cujus passióne gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.


ORATIO

Excita, quǽsumus, Dómine, in Ecclésia tua Spíritum, quo replétus beátus Jósaphat Martyr et Póntifex tuus ánimam suam pro óvibus pósuit: ut, eo intercedénte, nos quoque eódem Spíritu moti ac roboráti, ánimam nostram pro frátribus pónere non vereámur.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate eiusdem Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.

EPISTOLA

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebraeos.                   Hebr 5, 1-6

Fratres: Omnis póntifex ex homínibus assúmptus, pro homínibus constitúitur in iis, quæ sunt ad Deum, ut ófferat dona, et sacrifícia pro peccátis: qui condolére possit iis, qui ígnorant et errant: quóniam et ipse circúmdatus est infirmitáte: et proptérea debet, quemádmodum pro pópulo, ita étiam et pro semetípso offérre pro peccátis. Nec quisquam sumit sibi honórem, sed qui vocátur a Deo, tamquam Aaron. Sic et Christus non semetípsum clarificávit, ut Póntifex fíeret: sed qui locútus est ad eum: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. Quemádmodum et in álio loco dicit: Tu es sacérdos in ætérnum, secúndum órdinem Melchísedech

GRADVALE

Ps. 88, 21-23
Invéni David servum meum, óleo sancto meo unxi eum: manus enim mea auxiliábitur ei, et bráchium meum confortábit eum.
V. Nihil profíciet inimícus in eo, et fílius iniquitátis non nocébit ei.

ALLELVJA

Allelúja, allelúja.
V. Hic est sacérdos, quem coronávit Dóminus. Allelúja.

EVANGELIVM

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Johánnem.                        Johann 10, 11-16

In illo témpore: Dixit Jesus pharisaeis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem, et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves; mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovíli: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor.

OFFERTORIVM

Johann 15,13
Majórem caritátem nemo habet, ut ánimam suam ponat quis pro amícis suis.

SECRETA

Clementíssime Deus, múnera hæc tua benedictióne perfunde, et nos in fide confírma: quam sanctus Jósaphat Martyr et Póntifex tuus, effúso sánguine, asséruit.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.

COMMVNIO

Johann 10, 14
Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas et cognóscunt me meæ.

POSTCOMMVNIO

Spíritum, Dómine, fortitúdinis hæc nobis tríbuat mensa coeléstis: quæ sancti Jósaphat Mártyris tui atque Pontíficis vitam pro Ecclésiæ honóre júgiter áluit ad victóriam.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.
INTROITVS

Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando la festa in onore del beato Martire Giosafat, per la cui passione si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.
Ps. 32,1 Esultate nel Signore, o giusti: a coloro che sono retti sta bene il lodarlo.
V. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
R. Com’era nel principio e ora e sempre e nei secoli de’ secoli. Amen.
Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando la festa in onore del beato Martire Giosafat, per la cui passione si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.

ORATIO

Risvegliate nella vostra Chiesa, ve ne preghiamo, o Signore, lo Spirito, ricolmo del quale il beato Martire e Vescovo vostro Giosafat diede la vita sua per il suo gregge: acciocché, per sua intercessione, pure noi, mossi e rinvigoriti dal medesimo spirito, non temiamo di dare la nostra vita pei fratelli.
Pel Signore nostro Gesù Cristo, Figlio vostro, che con voi vive e regna nell’unità dello stesso Spirito Santo, Iddio, per tutti i secoli de’ secoli.

EPISTOLA

Lezione dall’Epistola del beato Paolo Apostolo agli Ebrei.
Fratelli, imperocché ogni pontefice preso di tra gli uomini, è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio, affinché offerisca doni e sacrificj pei peccati: che possa aver compassione degl’ignoranti e degli erranti: come essendo egli stesso circondato d’infermità: e per questo dee, come pel popolo, così anche per se stesso offerir sacrificio pei peccati. Né alcuno tale onore da sé si appropria, ma chi è chiamato da Dio, come Aronne. Così anche Cristo non si glorificò da se stesso per esser fatto Pontefice: ma glorificollo colui che dissegli: mio figliuolo se’ tu, io oggi t’ho generato. Come anche altrove gli dice: tu se’ sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech.

GRADVALE

Ps. 88, 21-23
Ho trovato Davide mio servo, lo ho unto coll’olio mio santo: imperocché la mano mia lo assisterà, e farallo forte il mio braccio.
V. Non guadagnerà nulla sopra di lui il nemico, e il figliuolo d’iniquità non saprà fargli danno.

ALLELVJA

Allelúja, allelúja.
V. Questi è il sacerdote, che il Signore ha incoronato. Allelúja.

EVANGELIVM

Seguito del Santo Vangelo secondo S. Giovanni.

In quel tempo, disse Gesù ai farisei: Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, e quegli che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo e lascia le pecorelle e fugge: e il lupo le rapisce e disperde le pecorelle; il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon pastore: e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, e io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho alter pecorelle, le quali non son di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni, e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge, e un solo pastore.

OFFERTORIVM

Johann 15,13
Nessuno ha carità più grande di quella di colui che dà la vita pe’ suoi amici.

SECRETA

Iddio clementissimo, effondete la vostra benedizione su di queste offerte, e confermateci nella vostra fede, che il santo Martire e Vescovo vostro Giosafat testimoniò col suo sangue.
Pel Signore nostro Gesù Cristo, Figlio vostro, che con voi vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, Iddio, per tutti i secoli de’ secoli.


COMMVNIO

Johann 10, 14
Io sono il buon pastore: e conosco le mie pecorelle, e le mie conoscono me.

POSTCOMMVNIO

C’infonda, o Signore, spirit di fortezza questa mensa celeste, che per l’onore della Chiesa sempre sostenne insino alla vittoria la vita del santo Martire e Vescovo vostro Giosafat .
Pel Signore nostro Gesù Cristo, Figlio vostro, che con voi vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, Iddio, per tutti i secoli de’ secoli.

Vita del Santo dal Breviario Romano


Giosafat Kuncewicz nacque a Wlodimir, nella Volinia, da genitori cattolici e nobili nel 1584. Mentre fanciullo ascoltava la madre, che gli parlava della passione del Signore, un dardo partito dal fianco dell'immagine di Gesù crocifisso lo colpì al cuore e, acceso di amore divino, si dedicò alla preghiera e alle opere pie in modo da diventare esempio a tutti i suoi compagni, superiori in età. A venti anni abbracciò la regola monastica nel monastero basiliano della Trinità a Wilna e fece tosto progresso meraviglioso nella perfezione evangelica. Camminava a piedi nudi nei giorni freddi dell'inverno in quelle regioni rigidissimo, non si cibava mai di carne né beveva vino, se non quando ve lo costringeva l'obbedienza. Portò sulle carni, fino alla morte, un ruvido cilizio e conservò il fiore della purezza che, adolescente, aveva consacrato alla Vergine Madre di Dio. La fama delle sue virtù e della sua scienza fu presto tale che, nonostante la giovane età (1613), fu messo a capo del monastero di Byten e quindi fatto archimandrita di Wilna (1614) e poi, suo malgrado e con gioia di tutti i cattolici, proclamato arcivescovo di Polock nel 1617.

La nuova dignità non gli fece mutare la sua regola di vita e tutto il suo cuore fu per il culto divino e per la salvezza delle pecore a lui affidate. Campione instancabile dell'unità cattolica e della verità, dedicò le energie alla conversione degli eretici e degli scismatici. Empi errori e calunnie impudenti erano diffuse contro il Sommo Pontefice e la pienezza dei suoi poteri ed egli non mancò mai al dovere di difenderli, nei discorsi e negli scritti ricchi di pietà e di dottrina. Rivendicò i diritti vescovili e i beni della Chiesa usurpati da laici e il numero di eretici ricondotti da lui alla Madre comune è incredibile. Fu promotore inimitabile dell'unione della Chiesa greca con la Chiesa latina, lo attestano dichiarazioni esplicite del supremo pontificato. Le rendite del suo vescovado furono da lui impegnate nel restaurare il culto divino, lo splendore dei templi, gli asili delle vergini consecrate a Dio e mille opere pie. La sua carità verso i miserabili era così viva che un giorno, non avendo mezzi per soccorrere una povera vedova, impegnò il suo omoforio o pallio episcopale. Visti gli enormi progressi della fede cattolica, uomini perversi cospirarono, nel loro odio, contro l'atleta di Cristo, per provocarne la morte, cosa che egli annunciò in un discorso al suo popolo. In occasione della visita pastorale, i congiurati invasero la sua casa, spezzando e ferendo quanto e quanti incontravano ed egli spontaneamente intervenne con dolcezza dicendo: Perché picchiate i miei, o figliuoli? se avete qualche cosa contro di me, sono qui. Fu allora aggredito, ucciso, trafitto, finito con un colpo d'ascia e gettato nel fiume. Era il 12 novembre del 1623 e Giosafat aveva 43 anni. Il suo corpo, avvolto da una luce miracolosa, fu ripescato dal fiume. Il suo sangue giovò subito anche ai parricidi, perché, condannati a morte, tutti abiurarono lo scisma e detestarono il delitto commesso. La morte del grande vescovo fu seguita da miracoli strepitosi, che indussero Papa Urbano VIII a dichiararlo Beato. Il 29 giugno del 1867, nella solennità centenaria del principe degli Apostoli, presente il Collegio dei Cardinali e circa 500 Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi di tutti i riti, convenuti da ogni parte del mondo nella basilica Vaticana, Pio IX iscrisse nell'Albo dei Santi il grande difensore dell'unità della Chiesa. Fu il primo degli orientali glorificato con tanta solennità. Leone XIII ne estese alla Chiesa intera l'Ufficio e la Messa.

domenica 12 novembre 2017

Del ballo, l'arte del demonio

Sono capitato sulla pagina di una rinomata scuola cattolica toscana, e trovo con mio grande disappunto, tra le notizie dell'istituto, la cronaca del Ballo di fine anno, evento che, nato nelle scuole laiciste, ha trovato posto oggi persino nelle scuole cattoliche. Le due cose che più mi hanno destato disgusto sono che quel ballo era organizzato dalla stessa scuola, ma soprattutto i commenti entusiasti dei genitori, contentissimi che i loro figli e figlie (ah, care vecchie "single-sex schools", ndr) potessero darsi alle danze più sfrenate, ed elogiando persino la loro cura nel scegliere gli abiti, che, come provato dalle foto allegate, erano ovviamente provocanti e scostumati.

Ma il ballo è ammissibile per un cattolico? Sentiamo il parere del Santo Curato d'Ars:

"Mio Dio, come è possibile avere gli occhi accecati fino a questo punto, fino a credere che nel ballo non c’è niente di male, mentre esso è la corda con cui il demonio trascina all’inferno tante anime?…
Il ballo è circondato dal demonio come un giardino è circondato da un muro…
Le persone che entrano in una sala da ballo lasciano il loro Angelo custode alla porta e un demonio lo sostituisce, per cui, presto, nella sala, ci sono tanti demoni quanti ballerini".

E a quel tempo i balli erano molto meno scandalosi e più costumati di quelli odierni! Eppure San Giovanni Maria Vianney non dava l'assoluzione a chi non prometteva solennemente di non più assistere o prender parte a balli! Oggi, invece, non solo in scuole cattoliche si sta diffondendo l'uso di promuovere questi pericolosi divertimenti, ma si sta finanche inserendo il ballo nella liturgia, ballo eseguito da persone consacrate. E questo ballo è ben diverso dalla danza gioiosa di cui parla il Vangelo, o da quelle che compivano i pellegrini salendo ai monasteri: quelle erano danze di significato sacro, accompagnate da testi sacri. I balli delle Giornate Mondiali della Gioventù avevano tutto meno che la sacralità. E quanto più grave è un atto, già di per sé estremamente negativo per un cristiano, quale il ballo, diabolico strumento di lascivia, quando è compiuto da persone che dovrebbero essersi consacrate interamente a Dio.
O tempora, o mores! Miserere nostri, Domine, miserere nostri!

venerdì 10 novembre 2017

In festo S. Theodori Amaseae, militis et martyris

Mentre la Chiesa Universale fa commemorazione del santo soldato e martire Teodoro il 9 novembre, a Venezia, per evitare l'interferenza coll'anniversario della Dedicazione dell'Arcibasilica Lateranense, il Santo, che fu patrono principale della città lagunare fino al XIII secolo, è onorato il giorno successivo con una festa doppia di II classe.


Teodoro, originario dell’Oriente, dopo essersi arruolato nell’esercito romano venne trasferito con la sua legione nei quartieri invernali di Amasea, nel Ponto, al tempo dell’imperatore Galerio Massimiano (305-311).

A seguito della promulgazione di un editto anticristiano, che prescriveva l’obbligo, anche per i soldati, di compiere sacrifici alle divinità pagane, il giovane Teodoro, che sin dalla nascita era seguace della dottrina cristiana, si rifiutò di adempiere al decreto nonostante le sollecitazioni del tribuno e dei suoi compagni d’armi. I suoi superiori, per un atto di clemenza, gli concessero del tempo per riflettere: egli, al contrario, approfittò di questa pausa per incendiare il tempio della dea Cibele, la Grande Madre degli dèi, che sorgeva nel centro della città di Amasea, nei pressi del fiume Iris.

Ricondotto l’imputato in tribunale, i giudici decisero di indurlo all’apostasia con l’offerta di un pontificato pagano; offerta che fu subito sarcasticamente respinta. I magistrati ordinarono che Teodoro venisse torturato sul cavalletto e che poi fosse condotto in prigione a morire di fame e di sete. Mentre i carnefici gli straziavano le carni, Teodoro pregava intonando il verso d’inizio del Salmo 33: «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode». Rinchiuso in carcere, durante la notte ebbe celesti e confortanti visioni, le cui luci abbaglianti intimorirono i presenti. La sentenza lo condannò a essere bruciato vivo.


Il suo martirio si compì, secondo i Sinassari bizantini, il 17 febbraio, probabilmente in un anno compreso tra il 305 e il 311 d.C. I carnefici lo condussero nel luogo stabilito e presero la legna da mercanti addetti ai bagni. Teodoro depose i suoi vestiti e i numerosi fedeli accorsi si agitavano per poterlo toccare, respinti dai carnefici. A costoro il martire disse: «Lasciatemi così perché chi mi diede sopportazione nei supplizi mi aiuterà affinché sostenga illeso l'impeto del fuoco». I carnefici lo legarono, accesero il rogo e si allontanarono. La leggenda racconta che Teodoro non subì l'offesa delle fiamme, morì senza dolore e rese l'anima glorificando Dio. Una donna di nome Eusebia chiese il corpo di Teodoro, lo cosparse di vino e altri unguenti, lo avvolse in un sudario ponendolo poi in una cassa e lo portò, da Amasea, in un suo possedimento ad Euchaita, l'attuale Aukhat, distante un giorno di cammino, dove venne sepolto.

Le notizie sulla vita di Teodoro sono tratte da un discorso pronunciato da san Gregorio di Nissa nella basilica del santo a Euchaïta (in Asia Minore), eretta, già nel IV secolo.


Dopo il martirio di Teodoro, il suo culto si propagò in tutto l’Oriente cristiano e successivamente nell’Impero Bizantino. La tradizione vuole che una pia donna di nome Eusebia abbia ottenuto il corpo del santo e lo abbia trasportato in una città poco distante da Amasea, Euchaïta; qui sorse il primo santuario dedicato al martire Teodoro, che racchiudeva il suo sepolcro. A Costantinopoli fu eretta una sontuosa chiesa in suo onore nel 452, a opera del console Flavio Sporacio, e ad Amasea ai tempi dell’imperatore Anastasio I di Bisanzio (491-518). In Occidente la prima testimonianza di un culto a lui tributato si rintraccia nel mosaico absidale della basilica dei Santi Cosma e Damiano a Roma, eretta da papa Felice IV tra il 526 e il 530. In Italia sorgevano monasteri a lui dedicati già alla fine del VI secolo a Palermo, a Messina e a Napoli; a Ravenna, città che ospitava un monastero a lui intitolato, l’arcivescovo Agnello (557-570) gli dedicò la Cattedrale, che in precedenza era stata degli ariani.


L’esarca Narsete, nel VI secolo, avrebbe diffuso a Venezia il culto di Teodoro e una piccola chiesa a lui intitolata sarebbe esistita fin da quella data nell’area attualmente occupata dalla basilica di San Marco. A Venezia fu invocato, fino al XIII secolo, come patrono della città prima di san Marco. Venezia lo ricorda nelle figure di una vetrata e nel portello dell’organo di due chiese e soprattutto con la colonna posta in piazzetta San Marco. Sulla cima della colonna vi è la statua di Teodoro in armatura, con un drago, simile a un coccodrillo, sotto ai suoi piedi. Secondo alcuni studi, infatti, prima che da S. Giorgio, la figura del Santo Cavaliere di Cristo che ammazza l'empio dragone fu ricoperta proprio da S. Teodoro.


Le spoglie mortali di Teodoro, traslate da Euchaïta a Brindisi nella prima metà del XIII secolo, riposano nella Cappella dedicata al santo nella Basilica Cattedrale.

Nella prima metà del XIII secolo le spoglie mortali del soldato martire Teodoro vennero traslate da Euchaita a Brindisi. La tradizione indica due date: il 27 aprile 1210 e il 9 novembre 1225. Quest'ultima è la data in cui vennero celebrate nella Cattedrale brindisina le nozze di Federico II di Svevia con Isabella di Brienne, regina di Gerusalemme.

Attualmente le spoglie di Teodoro riposano nella Cappella dedicata al santo nella Pontificia Basilica Cattedrale di Brindisi.

Fonte: Centro Studi Teodorani

S. Teodoro di Amasea e il suo omonimo/omologo S. Teodoro Stratelate

martedì 7 novembre 2017

7 novembre (25 ottobre) 1917: il terrore bolscevico s'impadroniva della Madre Russia

Per approfondire il fatto storico: https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_d%27ottobre


Esattamente cento anni fa, il 7 novembre (25 ottobre secondo il calendario giuliano) 1917, le guardie rosse, ovverosia i ribelli bolscevichi armati, animati dalle prave idee socialiste, marxiste e comuniste, guidati dall'empio Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, occupavano i punti strategici di Pietrogrado e proclamavano decaduta l'autorità zarista e instaurato il governo del Soviet. Iniziavano a delinearsi le prime fasi del governo del terrore che attanaglierà la Russia e minaccerà l'Europa almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Così aveva infatti predetto anche la Madonna a Fatima, che men di un mese prima era apparsa per l'ultima volta: "Se non si convertirà, la Russia diffonderà i suoi errori nel mondo". Ed infatti, il secolo XX è stato dominato dagli empi errori del comunismo, che si sono diffusi in tutte le nazioni e moltissimi danni hanno apportato a milioni di anime.

L'anno successivo, il 17 luglio, il legittimo zar Nicola II Romanov fu rinchiuso nella cantina della sua prigionia ad Ekaterinburg insieme alla sua famiglia, ed ivi fucilato, e i suoi resti furono disciolti nell'acido. Di questa e di tante altre violenze si rese colpevole il regime più sanguinario e anticristiano della Storia, sulla cui coscienza pesano oltre 100 milioni di vittime, e che purtroppo ancor oggi trova appoggio, per quanto  non sempre a maggioranza (Deo gratias!), in ogni strato della popolazione e in ogni angolo della terra. Non ci sono parole per descrivere l'empietà del comunismo (abbiamo provato a raccogliere qui le dichiarazioni dei Sommi Pontefici in materia).

Però, possiamo spendere qualche parola per commentare il fatto che dalle nostre autorità, politiche ed ecclesiastiche, non una parola è stata spesa per ricordare l'efferatezza, la disumanità, l'empietà e la barbarie di un regime, di una rivoluzione e di un'ideologia che sono state tra le armi più efficaci del demonio per tentare, indarno, di distruggere la Chiesa di Nostro Signore, e che purtroppo continuano a diffondersi ancor oggi, spesso senza nemmeno trovare il doveroso pubblico osteggio, e a minacciare la stabilità dei popoli e delle anime. E allora, ci permettiamo di riportare (fonte Asianews) l'unica voce che si è levata a commentare in modo cristiano (e con riferimenti molto interessanti a tutto il veleno introdotto dalle deliranti ideologie anticristiane europee tra XVIII e XIX secolo) l'Apocalisse bolscevica.

Kirill: L’Apocalisse bolscevica causata dal tradimento dell’intellighentsija

Il patriarca ortodosso di Mosca è fra le poche voci che cercano di approfondire le cause storiche della Rivoluzione d’Ottobre, a 100 anni dallo scoppio. In generale i russi preferiscono le soap-opera delle rievocazioni storiche piene di intrighi e di amanti del passato zarista. L’anima russa inquinata dall’occidente illuminista.


Mosca (AsiaNews) - Oggi 7 novembre si compie il giubileo secolare della Grande Rivoluzione d’Ottobre, l’evento drammatico e apocalittico che ha cambiato la storia della Russia e, in buona parte, del mondo intero. Dopo un anno di stentati dibattiti e imbarazzate rievocazioni, la Russia riesce infine ad archiviare lo spettro che agita le sue notti e offusca lo sguardo al futuro.

Si potrebbe dire che la discussione più accesa dell’anno giubilare nel Paese ha riguardato il vacuo film “Matilda”, che in realtà è poco più di una trasposizione cinematografica dei cliché da soap-opera, con ricostruzioni in costume di intrighi e amori di corte del passato. Dai Tudor ai Borgia, nelle serie tv occidentali, alla sequela di rievocazioni che ogni giorno passano dagli schermi tv, i russi sono ansiosi di recuperare la loro storia dopo tanta censura sovietica. E si godono a vedere rappresentanti gli elmi dei variaghi normanni, le crudeltà di Ivan il Terribile e i dubbi amletici di Boris Godunov, per passare in rassegna le vicissitudini degli zar Romanov, dal grande Pietro I alle tante donne di potere del Settecento, passato agli annali come “il secolo degli amanti”, soprattutto quelli della zarina Caterina.

Invece, la rivoluzione e il tetro regime comunista, pur rappresentando una grandezza perduta e continuamente rimpianta, non eccitano la fantasia dello spettatore. E le riflessioni appena più approfondite del pettegolezzo, come quelle dei pochi filosofi o dei leader religiosi, non certo dei politici, sono cadute nell’indifferenza generale.

Solo il patriarca ortodosso Kirill (Gundjaev), la guida morale del post-comunismo, ha provato di nuovo nei giorni scorsi a richiamare i motivi che portarono la Russia a rinnegare la propria storia, e a suo parere anche la sua vocazione. Rivolgendosi al popolo dopo una liturgia nella cattedrale dell’Assunzione al Cremlino, il capo della Chiesa russa ha osservato che “nella congiuntura politica di 100 anni fa, se non ci facciamo condizionare dai punti di vista ideologici, possiamo vedere e capire molte cose. L’inizio delle malattie nazionali, che hanno portato a quella catastrofe, va fatto risalire non a uno, o cinque o 10 anni prima, ma come minimo ad almeno 200 anni prima, e forse anche di più, quando cominciarono a frantumarsi le fondamenta spirituali della vita della nostra società più elevata, la cosiddetta élite”. Il patriarca ha voluto così ribadire la tesi classica della pubblicistica ortodossa, secondo cui tutto è iniziato con la “pseudomorfosi” dell’anima russa, come ebbe a dire il teologo Georgij Florovskij dopo la rivoluzione.

A rovinare l’autentica vocazione cristiana della Russia fu l’ingresso degli influssi dell’Occidente, la scolastica latina prima e le filosofie illuministe poi, quando “le persone hanno venduto la propria anima e la propria ragione a ciò che veniva da fuori senza alcuno spirito critico, trasformando e rieditando sotto l’influsso di queste idee la propria fede, la propria visione del mondo, il proprio sguardo sulle cose”. I portatori di questa infezione, la classe dirigente a cui Kirill fa riferimento, non sarebbero tanto i politici o gli aristocratici, ma la cosiddetta intelligentsija, termine latino russificato, per indicare gli intellettuali “traditori” che hanno sviato il popolo dalla retta via.

Tale giudizio rievoca le riflessioni dei filosofi religiosi esiliati dalla Russia dopo la rivoluzione, come Berdjaev e Bulgakov, Frank e Losskij e tanti altri, imbarcati nel 1922 sulla cosiddetta “nave dei filosofi” che diede vita alla grande cultura dell’emigrazione russa in Francia e nel mondo intero. In Italia, per esempio, si trasferì il poeta e filosofo Vjačeslav Ivanov, discepolo di Vladimir Solov’ev, che si convertì al cattolicesimo per testimoniare la necessità di respirare con “due polmoni” del cristianesimo d’oriente e d’occidente e vincere il secolarismo illuminista in tutte le sue dimensioni.

Lo stesso patriarca Kirill ha infine ammonito che la Chiesa in questi due secoli è stata ridotta al silenzio, non solo dalle persecuzioni comuniste, ma prima ancora dalla mentalità moderna che la vuole confinata nella sfera intima della coscienza. Secondo Kirill, “anche oggi ci sono determinati poteri nella società, che non vogliono che la Chiesa proclami la verità al suo popolo… ci dicono: andate nelle vostre chiese e chiudete le porte, e lì fate quello che vi pare”.


P.S.: preghiamo ardentemente per la Russia, acciocché uno dei Paesi ove più che mai il Cristianesimo sta ritornando con forza a regnare sul mondo ateo e senza Dio, e in particolare la Chiesa Russa scismatica, possa riconoscere i suoi vetusti errori, e ritornare membro vivo entro al Corpo Mistico di Nostro Signore, nell'unità del solo Pastore. 

domenica 5 novembre 2017

Note sui "progressi" ecumenici in materia liturgica

Solo un breve post per ricordare, se sono vere le voci su una presunta "Messa Ecumenica" che presto verrà celebrata in comunione con gli eretici protestanti, che, stando alle opinioni della maggior parte dei teologi, riprese da Pio XI nella Mortalium animos, la celebrazione di un rito eretico all'interno di una chiesa Cattolica è peccato gravissimo per chiunque lo permetta o vi assista, e, secondo molti, sconsacra ipso facto la chiesa. Non è infatti possibile di seguire contemporaneamente la dottrina cattolica della S. Messa e di accettare quella protestante sottesa alla santa cena: anche a ciò si può applicare l'insegnamento evangelico di Nostro Signore "nemo potest duobus dominis servire: aut enim unum odio habebit et alterum diliget, aut unum sustinebit et alterum contemnet" (Matth. VI, 24)

Orbene, la Messa Ecumenica, per essere dottrinalmente accettabile dai protestanti, deve contenere almeno le seguenti eresie (non si esclude potrebbero esserne incluse altre, per esempio a riguardo della Grazia, della Verginità e della Divina Maternità della Madonna, del culto dei Santi, le quali però sarebbero solo accessorie al vero problema di tale celebrazione, che non è più la S. Messa), condannate dai Canoni del Concilio Tridentino:
- negazione del Sacerdozio ministeriale
- negazione del dogma della Transustanziazione
- negazione della natura sacrificale della S. Messa

Queste eresie effettivamente possono essere già sottese al Novus Ordo: la natura sacrificale non compare nella definizione di Messa uscita dai documenti del Consilium, e questi stessi documenti si riferiscono di preferenza al "Sacerdozio battesimale", per esempio. Lo stesso Bugnini, in fondo, disse che voleva un rito che non "urtasse la sensibilità dei fratelli separati". Il protestante Max Thurian, uno degli "osservatori" voluti presenti dalla Commissione ai propri lavori, dichiarò dopo l'uscita del Messale riformato che non vi sarebbe stato alcun impedimento, in futuro, per i protestanti di celebrare la Santa Cena coi cattolici. Identicamente un vescovo anglicano disse che dal punto di vista teologico non vi sono differenze sostanziali tra il Novus Ordo e il rito eretico anglicano. Ora, se queste preoccupanti dichiarazioni sembrano sancire l'eterodossia del Novus Ordo, è da considerare che i Pontefici degli ultimi cinquant'anni hanno, più o meno bene, confermate le verità fondamentali della dottrina cattolica sulla S. Messa, applicandole anche e soprattutto al Novus Ordo, il quale dunque, se per se stesso è di ortodossia quantomeno dubbia, è usato in senso ortodosso dalla Chiesa degli ultimi cinquant'anni (almeno de jure, poiché sono molti i casi di sacerdoti modernisti i quali applicano una lettura eterodossa dei testi della Nuova Messa, consacrando dunque in modo invalido). Usando la filosofia aristotelica, potremmo dire che nella Messa di Bugnini ci sono molte eresie in potenza, avvegnaché nessuna in atto.

Dunque, l'introduzione di una "Messa Ecumenica" potrebbe riprendere gran parte dei testi del Novus Ordo Missae: in essi vi sono in potenza tutte le eresie che abbiamo citato poc'anzi, comprese quelle "accessorie": per esempio, sono divenuti facoltativi i nomi dei Santi nel Canone Romano (e le altre anafore non li contengono del tutto); nel Confiteor sono soppressi i nomi propri dei Santi e l'avverbio semper davanti a Virginem Mariam; nelle collette scompaiono i riferimenti ortodossi al peccato e alla grazia, trovandosi invece testi ambigui che si prestano a letture protestanti o addirittura pelagiane (la qual cosa è avvenuta anche nelle letture della Messa, in cui vengono omessi i passi più significativi per l'interpretazione cattolica delle Scritture e vengono invece presentati, spesso con funzionali omissis, quelli che più aprono all'ambiguità verso il luteranesimo); etc.
La differenza sostanziale rispetto al rito attuale sarebbe che tutte queste eresie passerebbero in atto. Come? Per esempio, con l'abolizione definitiva del Canone Romano, con l'omissione della distinzione tipografica tra parole del Canone e parole consecratorie (la qual cosa è già in embrione, considerando che nel Messale di Paolo VI alcune parole non necessarie alla consacrazione sono grassettate come lo fossero, e viceversa le due necessarie Mysterium fidei sono posposte e non evidenziate), con l'annullamento delle prerogative sacerdotali (attraverso "eccezioni pastorali", il toccare i vasi sacri, e financo il toccare e distribuire la Santissima Eucaristia, possono già essere svolti da laici; il diventare in atto sarebbe, per esempio, rendere tutto ciò de jure la norma ineludibile), etc.
Sarebbero peraltro modifiche della sola mentalità con cui viene effettuato il rito, e per tale motivo sarebbe anche molto difficile notare la differenza tra la Messa che viene oggi celebrata a maggioranza, con un testo dubbio ma con una credenza de jure ortodossa, e quella che sarà forse celebrata un domani, con lo stesso testo dubbio ma con una credenza de jure eretica.

E' certo però che questa "Messa Ecumenica" non sarebbe un rito cattolico, non sarebbe un rito valido, comporterebbe l'apostasia, lo scisma e l'eresia da parte di chi lo celebra, da chi lo promuove e parzialmente di chi lo assiste (se lo fa coscientemente). Per quanto riguarda il rischio che le chiese vengano sconsacrate, questa non è certezza, ma opinione; nel caso fosse corretta, sarebbe urgente di preservare le chiese in cui si celebra il vero rito cattolico da qualsiasi contaminazione con i riti eretici, in modo che la Santa Messa possa continuare a essere celebrata e la Santissima Eucaristia a essere riposta in un luogo consacrato dalla Santa Madre Chiesa.

Si potrebbe obbiettare che questa "Messa Ecumenica" è probabilmente solo una bufala. In fondo concordo: non vedo elementi che possano far pensare all'introduzione di un rito del genere, almeno in tempi brevi. Eventuali "liturgie ecumeniche" celebrate in giro per il mondo possono essere ricondotte a un'iniziativa personale dei sacerdoti che hanno commesso quell'atto di apostasia, e non a un volere preciso e codificato della gerarchia. Volevo soltanto fare una piccola ricapitolazione teologica della faccenda, senza prospettare realmente questo rischio, dal momento che è ampiamente discussa in questi giorni negli ambienti tradizionali.

E' certamente però un fatto, e non una improbabile supposizione, che per il V Centenario della Riforma molti Cattolici, spesso su invito dei loro stessi pastori, abbiano scelto di assistere e partecipare a Liturgie protestanti. Anche questo è un atto di parziale apostasia. Il Canone 2360 del Codice di Diritto Canonico (1917) stabilisce che chi partecipa a una funzione celebrata da eretici dev'essere sospettato di eresia. Altri canoni precedenti vietano la partecipazione attiva alle liturgie eretiche, come può essere lo svolgere un qualche servizio liturgico (suonare, cantare, rispondere etc.), o anche solamente pensare di trovarsi in presenza di un culto veramente reso a Dio (cfr. Theologia moralis dal Padre Dominucus Pruemmer). E' ammessa solo la presenza formale e materiale in occasioni come matrimoni, funerali, etc. Nemmeno si parla poi, tanto era inconcepibile per la mente di un Cattolico fino a non molti anni fa, di ricevere i Sacramenti degli eretici, i quali non sono nemmeno realmente Sacramenti, essendo stato compromesso il significato mistico dei due riconosciuti dagli eretici (precisamente, la natura di remissione del peccato originale per quanto concerne il Battesimo e la vera e sostanziale trasformazione del pane e del vino in Corpo, Sangue, Anima e Divinità di NSGC per quanto concerne l'Eucaristia). San Pio V dice poi che non è nemmeno possibile di pregare il Dio Cattolico, in un modo Cattolico, insieme a dei protestanti o all'interno di templi protestanti, per non confondere la voce dei fedeli con il raglio degli asini.

Da notare che San Pio V, viceversa, dice che è possibile, senza sanzione alcuna, di pregare il Dio Cattolico all'interno di una chiesa dei greci scismatici. Alcuni teologi addirittura dicono che non è di per sé illecita l'assistenza alle liturgie dei greci scismatici, e nemmeno il ricevere benedizioni da essi. Ovviamente, precisano i teologi, la persona può permettersi di fare ciò solo se è di provata fede cattolica, e se è lontanissimo il pericolo di scandalo pubblico o, peggio, di scisma da parte di costui. Diversamente, si dovrebbe essere sospetti di scisma nel partecipare a liturgie scismatiche. Questo si basa principalmente sul fatto che i greci scismatici non negano alcunché riguardo ai sette Sacramenti, celebrano una liturgia perfettamente ortodossa e valida, e hanno una valida successione apostolica, ancorché tutto ciò sia fatto in modo illegittimo. Per quest'ultimo motivo, infatti, è sicuramente un gravissimo illecito di ricevere i Sacramenti da un greco scismatico, per il fatto che, anche se sono Sacramenti validi, sono dati da qualcuno che non ha ricevuto dalla Santa Chiesa l'autorità di conferirli.
Aggiungo, da parte mia, che le considerazioni di questi teologi si rivelano secondo me quanto mai opportune: essendo conscio di voler restare nel seno della Chiesa Cattolica, rigettando qualsiasi scisma, può essere oggettivamente un peccato di assistere a liturgie che rendono un vero culto a Dio, ancorché privo di merito perché celebrato al di fuori della Chiesa, quando i miei Vescovi e i miei Papi celebrano e mi ingiungono di partecipare a una liturgia che obbiettivamente (cfr. Il rito romano antico e nuovo di don Pietro Leone) rende a Dio un culto compromesso, offensivo, quasi blasfemo, e intriso di possibili eresie?

Confronto liturgico (altare, liturgia, consacrazione)

La Messa Cattolica di rito latino





La Divina Liturgia ortodossa





La nuova Messa cattolica (Messale del 1969)




La santa cena protestante





Non è difficile trovare similitudini e differenze...

Infra Octavam Omnium Sanctorum: l'obbiettivo della Santità

Approfittiamo di questi giorni fra l'Ottava di tutti i Santi per ripubblicare un'omelia di padre Konrad zu Loewenstein, risalente a qualche anno fa, ma sempre spiritualmente utilissima.



L'obbiettivo della Santità

di padre Konrad zu Loewenstein FSSP

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Carissimi fedeli, l’unico scopo della vita umana è la nostra santificazione, per questo siamo stati creati, per nient’altro che questo.
Il Signore ci da ottanta o novanta anni di vita, normalmente, solo per questo.
Se noi arriviamo alla fine dei nostri giorni e non siamo ancora santi, abbiamo fallito.
Cosa è la Santità?
La santità è la perfezione della Carità, ossia, la perfezione dell’Amore sovrannaturale, nel senso assoluto dei termini la santità, la perfezione della Carità, la perfezione dell’Amore sovrannaturale è solo Dio stesso, Dio è la santità, Dio è la Carità, e Dio che è la santità e la Carità ci comanda di essere Santi anche noi: “siate Santi, perchè Io sono Santo”, dice il Signore quattro volte nel Libro del Levitico.
Ma cosa è la santità per noi? Cosa è la perfezione della Carità per gli uomini?
Nostro Signore Gesù Cristo + risponde: “nessun uomo ha un amore più grande di questo, di dare la sua vita per i suoi amici”. Parla della santità, parla della perfezione dell’amore per un uomo, per noi, esprime la santità in termini di quell’atto che Lui ha compiuto da uomo per salvare il mondo. Questa è dunque la santità per noi: dare la nostra vita per i nostri amici.
Per quali amici? Per Dio stesso, perché Dio è il nostro più grande, più caro e amorevole Amico, è in un certo senso il nostro unico Amico, perché Lui ci ha creati, ci conserva in esistenza, ci ha dato e ci da tutto ciò che siamo e che abbiamo; ci ha redenti con la Sua Passione e la Sua Morte e ci vuol dare tutto a noi, cioè Se Stesso e per sempre.
Dobbiamo, dunque, dare la nostra vita per Lui in primo luogo e in assoluto, e poi dobbiamo dare la nostra vita per il nostro prossimo, questo in secondo luogo e in modo relativo, perchè amiamo il prossimo solo in Dio e a causa di Dio, questo difatti è il soggetto del Comandamento nuovo del Signore: che vi amiate gli uni e gli altri, come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Questa stessa perfezione dell’amore viene insegnata in due altri testi particolari della Sacra Scrittura, il primo testo è: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze e il prossimo come te stesso”, il secondo testo è quello dei Dieci Comandamenti di cui i primi tre stabiliscono l’amore per Dio e gli altri sette stabiliscono l’amore per il prossimo: chi mi ama – dice il Signore – tiene i miei Comandamenti.
Per spiegare meglio ciò che sono i Dieci Comandamenti bisogna sapere che non solo vietano ciò che è peccato, ma che anche ci incitano alla perfezione della Carità.
E difatti lo scopo della vita umana non è solo di evitare il peccato, soprattutto il peccato mortale per poter raggiungere il Cielo, bensì di perfezionarci, come ho detto all’inizio di questa Omelia, per raggiungere quel grado di gloria in Cielo che Dio ha stabilito per noi prima della creazione del mondo.
Guardiamo un attimo il lato positivo dei Comandamenti:
– i primi tre stabiliscono l’adorazione e l’onore dovuto a Dio, tanto privato quanto pubblico, nonché la Fede, la Speranza e la Carità verso di Lui;
– il quarto stabilisce l’onore per i Genitori e per i Superiori,
– il quinto (con le parole del Catechismo di Trento) ci ingiunge, anche, di estendere la nostra concordia e caritatevole amicizia verso i nemici per avere pace con tutti, sia pure affrontando con pazienza, ogni contrarietà;
– il sesto ci ingiunge alla purezza dell’amore, alla castità ed alla modestia;
– il settimo ci impone di essere benevoli e generosi verso il prossimo;
– gli ultimi tre, l’ottavo, il nono e il decimo ci insegnano di non parlare male del prossimo, di pregare per ciò che ci conviene di possedere, di apprezzare i nostri beni e di ringraziarne il Signore.
Per tenere i Comandamenti e per perfezionarci occorre la pratica delle virtù, soprattutto le virtù Cardinali della prudenza, della giustizia, della temperanza e fortezza, occorre anche un lavoro assiduo contro le nostre imperfezioni di carattere o di abitudine, forse siamo approssimativi nelle azioni e nelle nostre parole, siamo rozzi, maleducati un pò, indifferenti al prossimo, un pò liberi nelle parole, un pò maliziosi, aspri, amari, suscettibili, permalosi, distratti, disordinati, inaffidabili, inclini al risentimento, pensieri contro la Carità, all’eccesso di tristezza, di ira, di paura o persino di gioia. Questo lavoro sul nostro carattere, sulle nostre abitudini, anche quasi più del lavoro contro il peccato è il lavoro più difficile che ci sia, si chiama “il lavoro dei Santi”, nelle parole di santa Teresina che provengono dalla Sacra Scrittura: “il lavoro fra tutti più penoso è quello che si intraprende sopra se stessi per arrivare a vincersi”.
Una parola sulla Preghiera.
Stiamo aspettando la Vita Eterna qua, dove vogliamo essere con Dio per sempre, se non pensiamo, se non parliamo, se non preghiamo mai a Lui, quale tipo di preparazione è questa per la Vita Eterna. Una mezza Ave Maria mentre mi addormento non basta! Devo afferrare del tempo, la mattina e la sera, per la Preghiera anzi, devo provare a vivere sempre nella presenza di Dio con l’attenzione della mente, verso di Lui, che non dimentichi mai che Lui è il mio più grande Amico che occorre adorare, lodare, ringraziare, di cui occorre chiedere favori, a cui devo dare e dedicare tutta la mia vita.
Ho parlato del lato attivo della santificazione, ma c’è anche il lato passivo.
La vita, dopo la caduta, è dura, siamo la per lavorare e soffrire, per portare la nostra croce dietro a Lui, e questa sofferenza ci santifica più di tutte le azioni che potremmo compiere. Lui ha dato la Sua vita per i suoi amici, cioè a noi, nella sofferenza, quella sofferenza che ha manifestato il Suo Amore, così anche noi dobbiamo dare la nostra vita a Lui, con tutta la nostra sofferenza, perché questa manifesterà anche il nostro amore. Ci saranno sempre sofferenze e difficoltà, ma queste possiamo accettarle per amore di Lui ed offrirglieLe come i nostri più preziosi tesori, uniti con le Sue sofferenze in Croce. Per la Sua gloria, per la salvezza del mondo, e per la santificazione della nostra anima.
Amen.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

giovedì 2 novembre 2017

Absolutio super tumulum

Nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nonché in tutte le Messe da Requiem pubbliche e cantate, la tradizione latina prevede lo svolgimento della suggestiva cerimonia dell'Absolutio super tumulum.
Questo rito di antichissima origine, in realtà, che richiama la raccomandazione che si dà al sepolcro durante i funerali, ma che per estensione si pratica anche absente cadavere, non è una vera e propria assoluzione sacramentale, ancorché abbia assunto questo nome. Ciò è evidente anche dal fatto che il sacerdote non traccia alcun segno di croce per benedire il tumulo.

Un Catafalco addobbato in modo massimamente solenne

L'elemento più caratteristico per lo svolgimento di questo rito è il Catafalco, la struttura posta davanti all'altare, nella navata principale della Chiesa, sopra cui è eretto il tumulo. La parola catafalco, secondo i più, deriva da captare palcum ("attirare lo sguardo su un luogo elevato", etimologia incerta); trattasi di una struttura in legna a base tronco-piramidale, rivestito di tessuto nero damascato e decorato. Tra le decorazioni più comuni vi erano i classici teschi con le tibie incrociate, oppure le clessidre alate, che ricordano lo scorrere inesorabile del tempo. Su di questa base era posta la bara (all'interno della quale, anche se senza salma, poteva esser posto un teschio simbolico, che in alcuni casi veniva posto anche in modo visibile davanti all'intera struttura), sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera lignea dorata con una scultura lignea a forma di colomba con le ali aperte. Il tutto può misurare fino a 5-6 metri di altezza e 3-4 di larghezza: queste dimensioni che facevano svettare la struttura verso l'alto sono simbolo della dipartita al cielo dell'anima del defunto. Ai lati del Catafalco si pongono 4 o 6 candelabri d'argento od ottone (detti "aste"), anche 8 o 12 per i Requiem di maggior solennità. In molte chiese vi era la consuetudine di erigere un Catafalco massimamente grande e solenne per la commemorazione dei morti, e lasciarlo in Chiesa per tutto l'Ottavario (fino al 9 novembre). In alcuni luoghi si usava anche ergere un grande leggìo con dei ceri ardenti vicino al tumulo, da cui si cantassero ogni sera, dopo i Vespri del giorno, i Vespri dei defunti.

Terminata la Messa dei defunti secondo il formulario prescritto, il sacerdote, accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, va a porsi davanti al Catafalco, mentre il suddiacono va dietro di esso, reggendo alta la Croce, accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi. Intanto, il coro inizia a cantare il bellissimo responsorio Libera me, Domine. Questo componimento ecclesiastico, che si canta anche durante il Mattutino dei defunti alla IX lezione, è tra i più poetici di tutto il rito romano, ed ha attirato gl'interessi di molti compositori che si sono in esso cimentati, tra cui ricordiamo il recente Lorenzo Perosi, autore di una versione estremamente suggestiva.

Libera me Domine, de morte æterna, in die illa tremenda. * Quando coeli movendi sunt et terra: dum veneris judicare sæculum per ignem.
V. Tremens factus sum ego et timeo, dum discussio venerit, atque ventura ira. Quando coeli movendi sunt et terra:
V. Dies illa, dies iræ, calamitatis et miseriæ dies magna et amara valde. Dum veneris judicare sæculum per ignem.
V. Requiem æternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis
Libera me Domine...

Liberatemi, o Signore, dalla morte eterna, in quel giorno terribile. * Quando dovran esser scossi i cieli e la terra, finché verrete a giudicare il mondo nel fuoco.
V. Divento tremebondo e ho paura, mentre si avanzano il giudizio e l'ira futura. Quando dovran esser scossi i cieli e la terra:
V. Quel giorno, giorno d'ira, di calamità e di miseria, giorno grande e assai luttuoso! Finché verrete a giudicare il mondo nel fuoco.
V. Il riposo eterno donate a loro, o Signore, e la luce perpetua ad essi risplenda.
Liberatemi, o Signore...

Quindi, viene cantato un triplice Kyrie eleison, e il Sacerdote intona il Pater Noster. Mentre tutti proseguono segretamente l'Orazione Dominica, il Sacerdote gira attorno al tumulo aspergendolo con acqua benedetta. Poi, riceve il turibolo fumigante, con l'incenso che aveva benedetto mentre il coro cantava, e gira nuovamente attorno al tumulo incensandolo.

Ritornato al suo posto e riconsegnato il turibolo al turiferario che continuerà ad agitarlo per diffondere il soave profumo nella Chiesa, canta i versicoli e l'Orazione conclusive.

V. Et ne nos indùcas in tentatiónem.
R. Sed libera nos a malo.
V. A porta inferi.
R. Erue, Dómine, ànimam ejus (animas eorum).
V. Requiésca(n)t in pace.
R. Amen.
V. Dómine, exàudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V.  Dóminus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.

Orémus. Absolve, quæsumus, Domine, animam fámuli tui N. (fámulæ tuæ N. vel amimas famulorum tuorum) ab omni vinculo delictorum: ut in resurrectionis gloria inter Sanctos et electos tuos resuscitatus respìret (resuscitata respìret vel resuscitati respìrent). Per Christum Dóminum nostrum.
R. Amen.

V. E non induceteci in tentazione.
R. Ma liberateci dal male.
V. Dalle porte dell'Inferno.
R. Salvate, o Signore, l'anima sua (le anime loro).
V. Riposi(no) nella pace.
R. Amen.
V. Signore, ascoltate la mia preghiera. 
R. E il mio grido giunga a Voi. 
V.  Il Signore sia con voi. 
R. E pure con il tuo spirito.

Preghiamo. Assolvete, ve ne preghiamo, o Signore, l'anima del servo vostro N. (della serva vostra N. oppure le anime dei vostri servi) da ogni vincolo dei suoi peccati: acciocché nella gloria della Risurrezione viva di nuovo tra i Santi e gli eletti vostri. Per Cristo Signore nostro.
R. Amen.

I sacri ministri ritornano dunque in silenzio in sagrestia, mentre i fedeli passano a rendere una preghiera al Catafalco, pregando così perché le anime dei defunti commemorati possano lasciare i tormenti del Purgatorio e raggiungere la felicità celeste.

Il Rito dell'Assoluzione al Tumulo durante un Requiem Solenne celebrato alla SS. Trinità dei Pellegrini a Roma

mercoledì 1 novembre 2017

In festo Omnium Sanctorum

Nel presente post è possibile ascoltare e seguire le parti del Proprium gregoriano della Messa della Festa di Tutti i Santi.

INTROITUS
Tono I

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei
Ps. XXXII. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen
Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

Allietiamoci tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi: della cui solennità si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.
Esultate, o giusti, nel Signore: ai retti s'addice la lode.
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.
Allietiamoci tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi: della cui solennità si rallegrano gli Angeli e lodano insieme il Figlio di Dio.


GRADUALE
Tono I

Ps. XXXIII, 10 et 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

Temete Iddio, voi tutti suoi Santi: poiché nulla manca a coloro che lo temono.
Coloro infatti che cercano il Signore non saranno privi di nessun bene.


ALLELUJA
Tono VIII

Allelúja, allelúja.
Matth. XI, 28 Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.

Alleluia, alleluia.
Venite a me, voi tutti che siete affaticati e gravati: e io vi ristorerò. Alleluia.


OFFERTORIUM
Tono I

Sap. III, 1 et 2 et 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, e non li toccherà la sofferenza della malignità: agli occhi degli stolti parvero morire: essi invece sono nella pace, alleluia.



COMMUNIO
Tono I

Matth. V, 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum coelórum.

Beati i mondi di cuore, poiché essi vedranno Dio; beati i pacifici, poiché saran chiamati figli di Dio; beati coloro che soffrono persecuzione a cagione della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli.

domenica 29 ottobre 2017

Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re

Nostro Signore Gesù Cristo è chiamato "Re" nei Vangeli per oltre trenta volte, con diversi attributi (Re dei Giudei, Re dei Re, Re delle Nazioni...). Nel secolo scorso abbiamo potuto assistere all'introduzione nel Calendario liturgico di un'importantissima festa, dedicata proprio a Cristo invocato sotto il titolo di Re dell'Universo, che nella situazione storica presente doveva servire a riaffermare la legittima e assoluta sovranità di Cristo sui regni della terra, sempre più scristianizzati e anticlericali.
Jan van Eyck, Polittico dell'Agnello Mistico

Le origini di questa festa risalgono al 1899, quando il gesuita Sanna Solaro diede inizio a una petizione per l'istituzione di una festa nell'anno liturgico che "sotto un titolo da essa definito, proclami solennemente i sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo, che vive nell'Eucaristia e regna, col Suo Sacro Cuore, nella società". La petizione fu presentata solo nel 1922 a Papa Pio XI, con 69 firme, che però crebbero a oltre 340 l'anno successivo, comprendendo vescovi e cardinali.La domanda fu sostenuta da duecento ordini e congregazioni religiose, dodici università cattoliche e da petizioni firmate da centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Il Sommo Pontefice accolse le richieste dei fedeli, istituendo con la Bolla Quas Primas (11 dicembre 1925, qui il testo integrale) la Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re, per riaffermare la sovranità di Cristo sui popoli, limitare le pretese degli stati laici e totalitari e combattere l'oltraggioso ateismo, da celebrarsi l'ultima domenica di Ottobre. Tale data fu scelta perché, immediatamente precedendo le Solennità d'Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti, ben si legava ai due altri titoli che ricorrono nell'ufficio odierno, quelli di Capo della Chiesa e Primogenito de' risorti da' morti. Il Papa Pio XI prescrisse di recitare in tale giorno pure l'Atto di Consacrazione del Genere Umano al Cuore di Gesù, composto da Leone XIII.

Due omelie per la Festa di Cristo Re

di Padre Konrad zu Loewenstein

I

Allora Pilato Gli disse: Dunque, Tu sei Re? Rispose Gesù, Tu lo dici: Io sono Re” – Cristo è Re come Dio e come uomo. È Re come Dio in quanto possiede insieme al Padre e allo Spirito Santo il potere più alto e più perfetto su tutto l’universo; è Re come uomo in due modi: prima in virtù dell’intima unione tra la sua Divinità ed Umanità (l’Unione Hypostatica) e secondo, in virtù della redenzione che meritò per lui il potere assoluto su tutti gli uomini.

Questa regalità di Cristo su tutti gli uomini è soprattutto spirituale, ma anche sociale. Ed era per celebrare e per promuovere questa sua regalità sociale che Papa Pio XI scrisse la sua enciclica Quas primas e stabilì la festa di Cristo Re per la Chiesa universale.

Ora, la regalità sociale di Cristo è il potere del Signore di intervenire negli affari degli uomini tramite l’intermediario della Santa Chiesa Cattolica. Lo scopo di questa interreazione è che non solo i privati ma anche i magistrati e i governanti venerino Cristo pubblicamente e Gli prestono obbedienza; che non solo individui ma anche le società (nonché tutto il genere umano) si sottomettano all’impero ed alla podestà sovrana di Gesù Cristo.

Ebbene, a questo grave obbligo dell’uomo ad assumere il giogo di Cristo nell’ambito sociale si oppone la tesi nefasta e perniciosa del ‘Secolarismo’. Questa tesi, sviluppatasi a partire dal ‘900 è, nelle parole di San Pio X (Vehementer nos 1906) “la negazione chiarissima dell’ordine sovrannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l’ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo; ordine che esige un’armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due società hanno in effetti gli stessi soggetti, visto che ognuno di esse esercita nel proprio campo la sua autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perchè non può né prosperare né durare a lungo, quando non si crea un posto alla Religione.”

Purtroppo questa opposizione alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è entrata fino a un certo qual grado anche nella mente di certi uomini della Chiesa, cioè nella loro prontezza di separare la Chiesa dallo Stato; nell’Ecumenismo di cui Pio XI scrive: “La Religione Cristiana fu eguagliata ad altre religioni false, ed indecorosamente abbassata al livello di queste”; e finalmente nella promozione di prosperità, progresso, e pace sociale senza riferimento a Colui che è (nelle parole dello stesso Papa) “l’unico autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini, sia per gli stati.”

L’opposizione al Regno di Cristo è stata espressa e preannunciata già nella parabola della gente che disse “non vogliamo che lui regna su di noi”, e sarà vendicata nel Giudizio Universale quando nelle parole della stessa enciclica: “Cristo scacciato dalla societa’ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la Sua regale dignità affinchè la società intera si uniformi ai Divini Comandamenti e ai princìpi cristiani. Sia nella legislazione e l’amministrazione della giustizia, sia nel provvedere per la gioventù una sana educazione morale.”

Esempi di questi crimini degli stati contemporanei abbiamo visto nelle iniziative del tutto vergognose di proporre come matrimonio alleanze abominevoli ed intrinsecamente pervertite, e di proporre con un sottile e menzognere velo di decenza sotto il nome di “corsi sul corpo e affettività’” dei programmi per offuscare le menti dei nostri figli, distruggere le loro anime, e di massacrare i non-nati che si potrebbero concepire in seguito alla licenza morale a loro avvocata.

Chi possiede oggi il coraggio tra i nostri governanti o i nostri Prelati per ergersi contro questi oltraggi alla legge naturale , la legge divina, ma soprattutto a nostro Divino Re? Dove è lo spirito che abbiamo visto cento anni fa in Messico, lo spirito dei Cristeros che si sono opposti al regime anti-cattolico del loro Stato, che prestarono giuramento di fedeltà a Cristo Re e alla Santissima Vergine di Guadalupe, e ricevevano il Crocefisso al collo per mano del sacerdote e salutarono i loro compagni col saluto “arrivederci in Paradiso” come preludio al loro probabile martirio?

Dove lo spirito del loro capo, l’avvocato Josè Anacleto Gonzalez Flores, che morì torturato pregando per il suo carnefice, lo spirito espresso nel suo testamento nelle parole seguenti: “Gesù misericordioso! I miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versaste per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Vostra Chiesa e che lotta per Voi. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai Vostri occhi. Lavatemi dalle mie iniquità e purificatemi dei miei peccati. Per la Vostra Santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonatemi! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati, per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, ne vivere, ne morire, se non per Voi e per la Vostra Chiesa. Madre Santa di Guadalupe accompagnate nella sua agonia questo povero peccatore. Concedetemi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio cantico nel Cielo sia, Viva Cristo Re!”

II

Talvolta qualcuno chiamerà la Chiesa “trionfalista” come se fosse una società mediocre, puramente umana, centrata sul mero uomo, una società che non abbia niente su cui gloriarsi, come se dovesse prendere un posto modesto vicino alle altre religioni e, modestamente, tacere.

La realtà carissimi fedeli, però, è ben diversa: la Chiesa è una società perfetta animata dallo stesso Spirito Santo, santificante, infallibile, tutta pura, l’immacolata Sposa di Cristo.

Le altre religioni sono tutte false, i loro seguaci devono convertirsi, devono essere evangelizzati, catechizzati, battezzati e santificati, sottomessi al dominio di Cristo Re, Re di tutti gli uomini, non c’è un altra via di salvezza perché Cristo è Dio, l’unico Dio, “uno simile a Figlio d’uomo – dice san Giovanni – con occhi fiammeggianti come fuoco, la voce simile al fragore di grandi acque, che nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio, il Suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza e mi disse: – Io sono l’Alfa e l’Omega, il Vivente, Io ero morto ma ora vivo per sempre ed ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”.

Cristo Pantocratore secondo il canone iconografico bizantino
Dunque, il Nostro Signore Gesù Cristo + che è già Re dell’Universo, Pantocrator, sia da Dio sia da Uomo in virtù dell’unione ipostatica fra la Sua divinità e la Sua umanità, è anche Re di tutti gli uomini in virtù della Sua Passione e Morte in Croce.
La Santa Chiesa Cattolica non si vergogna di Lui, dunque, che altrimenti si vergognerà di Lei davanti al Suo Padre e ai Suoi Angeli, bensì esulta soprattutto oggi nella Festa di Cristo Re, quando ricorda il Suo trionfo su Satana, sul peccato e sulla morte, esulta per Lui ed anche per se stessa, perché sa con certezza assoluta che seguendo il suo Re sul campo di battaglia di questo mondo, trionferà anche Lei.

Quaggiù facciamo parte della Chiesa Militante, militante contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, e ci gloriamo di combattere sotto i vessilli di Cristo Re (nelle parole dell’ultima preghiera di questa Santa Messa), per poter regnare con Lui dopo come Chiesa Trionfante in Cielo, per sempre.

La parola “trionfalista” come la parola “tradizionalista” sono parole moderne invitate da persone moderne per presentare come falso e male ciò che è vero e bene.
La Chiesa ha sempre visto la nostra vita terrena come una lotta dura contro i nemici della nostra salvezza, cioè, il mondo, la carne, il diavolo.

Il mondo, tutto ciò che ci circonda che sia male, le cattive compagnie, le pubblicità (persino su questa chiesa), i fiori del male sparsi attraverso i tratti interminabili del computer, la carne, tutti i desideri, gli istinti, le emozioni che lottano contro la ragione, e il diavolo, lui che aumenta i nostri disagi in tutto, obnubilando la nostra fede e la nostra fiducia in Dio insinuando pensieri cattivi, negativi, meschini nella mente, ingannandoci e seducendoci.

Contro questi nemici noi lottiamo in collaborazione con Nostro Signore Gesù Cristo + una collaborazione che culminerà nella Sua gloriosa vittoria sul mondo.

Questa è la visione della Chiesa, la visione tradizionale che, come tutto ciò che è tradizionale nella Chiesa è da accettare da noi come pienamente cattolica.

Gloriamoci, dunque, di combattere sotto i vessilli di questo Re vestito di una Corona e di una Porpora più gloriose di quelle di tutti i re che abbiano mai vissuto su questa terra, essendo gli strumenti dell’opera del Suo Divin Amore; gloriamoci nel Nostro Re, per cui saremo onorati di versare la nostra vita, come Lui ha versato la Sua per noi fino all’ultima goccia del Suo preziosissimo Sangue; gloriamoci di seguirLo in questa vita non con l’arroganza e la superbia, però, bensì nella profondissima umiltà portando la nostra croce dietro a Lui, consapevoli solo della Sua infinita maestà e della nostra iniquità e della nostra nullità, la nostra iniquità che l’ha messo in Croce, e seguendoLo così nell’umiltà, rinnegandoci, e portando la nostra croce vinceremo nella battaglia contro i nostri nemici, e trionferemo e regneremo con Lui per sempre nella gloria della Patria Celeste.

La raffigurazione di Cristo Re e Sommo Sacerdote secondo il canone iconografico slavo,
che mostra Cristo in abiti episcopali

Vivat Christus Rex!