domenica 31 dicembre 2017

COMUNICATO DI FINE ANNO

TRADITIO MARCIANA
circolo di studj liturgici occidentali e orientali


COMUNICATO

Il nostro circolo, apparso con il suo sito il 2 aprile 2017 nel vasto panorama della Chiesa Cattolica sul web, continua incessantemente a perseguire il suo obbiettivo, ossia la diffusione e l’approfondimento delle tradizioni liturgiche orientali e occidentali, con un occhio di riguardo per quelle delle nostre terre venete.

RIEPILOGO DEGLI SCOPI DEL CIRCOLO

Quale utile rimembranza, ricordiamo che tra le nostre principali attività vi sono:

- La pubblicazione su internet di approfondimenti sulla liturgia e sulla storia della Chiesa, di prediche e scritti moralmente edificanti, di articoli d’opinione sulla tragica situazione presente della Chiesa di Cristo, di notizie inerenti al mondo tradizionale e particolarmente alle celebrazioni liturgiche nel Triveneto;
- Il sostegno attivo alle realtà tradizionali del Triveneto, comprendente la collaborazione con i coetus locali e le società benemerite della Messa Tridentina che operano localmente, l’offerta di un servizio liturgico il più possibile competente, e particolar-mente la cura del servizio liturgico e di altri aspetti gestionali presso la cappellania di S. Simeon Piccolo, sita in Venezia e retta dalla FSSP;
- L’organizzazione periodica di SS. Messe e Pellegrinaggi secondo tradizione, con lo scopo di riportare il culto tradizionale nelle principali chiese del Triveneto, special-mente quelle che custodiscono preziose reliquie di Santi o sono da sempre note mete di pellegrinaggio.

RESOCONTO DELLE ATTIVITA’ NELL’ANNO 2017

Al termine di questo anno civile 2017, il nostro circolo ribadisce i suoi propositi e rinnova i suoi impegni, fornendo contestualmente un resoconto di quanto fatto nei primi 8 mesi della sua attività.

- Pubblicazione di 198 articoli su www.traditiomarciana.blogspot.it per un totale di 26.820 visualizzazioni ricevute, con una media di oltre 100 visualizzazioni al dì.
- Organizzazione delle seguenti SS. Messe e pellegrinaggi:
§  Alla Basilica di S. Antonio (Padova) il 2 giugno
§  Alla B.V. delle Cendrole (Riese Pio X) il 5 agosto (come collaboratori di alcuni fedeli locali)
§  Alla Basilica di S. Maria Assunta (Aquileia) il 23 settembre (come col-laboratori dell’organizzatore principale, Compagnia di S. Antonio)
§  A S. Nicolò (Lido di Venezia) il 6 dicembre
§  A S. Giovanni Crisostomo (Venezia) il 27 gennaio 2018 (organizzato)

Tutte le attività sono state svolte anche grazie alla volontaria e cortese collaborazione di associazioni, siti, sacerdoti e fedeli, che ringraziamo calorosamente. Per tutte le attività organizzate, il Circolo non ha percepito alcun finanziamento, e ha dovuto sostenere da sé le spese relative all’organizzazione delle S. Messe. Per questo motivo riteniamo opportuno di richiedere, in futuro, un’erogazione liberale, sottoforma di denaro contante da consegnare al nostro direttivo in occasione delle celebrazioni da noi organizzate, al fine di continuare nei nostri propositi di promozione del culto tradizionale.

PROGETTAZIONE DELLE ATTIVITA’ PER L’ANNO 2018

Oltre al succitato pellegrinaggio a S. Giovanni Crisostomo, del quale si è già provveduto all’organizzazione, segnaliamo le seguenti attività in programma. Precisiamo che si tratta di un programma indicativo; può dunque interpretarsi il seguente elenco come una serie di proposte, talune di certa realizzazione, altre di dubbia, e non includente tutti gli eventi che saranno da noi organizzati l'anno prossimo. Tutti i consigli ed aiuti per l’organizzazione dei seguenti progetti e tutti i suggerimenti di altri eventi sono benvenuti.

- Festa solenne di S. Marco a S. Simon Piccolo [S. Messa e Vespro] (25 aprile)
- Messa per la festa di S. Pio V a S. Giorgio Maggiore [con conferenza sulla Battaglia di Lepanto?](5 maggio)
- Riti della Veglia di Pentecoste [a Mariano del Friuli?] (19 maggio)
- Pellegrinaggio dei coetus del Veneto a Mirano (13 o 16 giugno)
- Messa per la festa di S. Elena nella Chiesa a Lei intitolata (18 agosto)
- Messa per la festa di S. Teodoro a S. Salvador (10 novembre)
- Si riproporranno inoltre il pellegrinaggio ad Aquileia e la S. Messa a S. Nicolò

Affidiamo alla Beata Vergine tutti i nostri progetti, acciocché possano essere portati a compimento per la maggior gloria di Dio.

In Christo Rege et Maria Regina


La direzione di Traditio Marciana

S. Stefano a Mariano (fotografie)

Pubblichiamo alcuni scatti della S. Messa cantata officiata nella festa di S. Stefano (26 dicembre 2017) nella chiesa parrocchiale di S. Gottardo a Mariano del Friuli (Gorizia), stracolma di fedeli e locali e giunti da tutto il Friuli per l'occasione.
Ha celebrato la S. Messa il M. Rev. parroco don Michele Tomasin, grande amico della Tradizione. Il canto è stato eseguito dal coro di Turriaco, che ha eseguito la Messa Pastorale di Luigi Ricci. Il servizio liturgico è stato coordinato dalla nostra direzione con l'aiuto dei ministranti locali.





Dominica infra octavam Nativitatis

Seguito del S. Vangelo secondo S. Luca

In quel tempo: Giuseppe e Maria Madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che di lui si dicevano. E Simeone li benedisse e disse a Maria sua Madre: Ecco che egli è posto per ruina e per risurrezione di molti in Israele: e per bersaglio alla contraddizione; e anche l’anima tua stessa sarà trapassata da una spada, affinché di molti cuori restino disvelati i pensieri. Eravi anche una profetessa, Anna, figliuola di Fanuel, della tribù di Aser: essa era molto avanzata in età, ed era vissuto sette anni con suo marito, al quale erasi sposata fanciulla. Ed ella era rimasta vedova fino all’età di ottantaquattro anni: e non usciva dal tempio, servendo Dio notte e giorno con orazioni e digiuni. E questa, sopraggiungendo quel tempo stesso, lodava anch’essa il Signore e parlava di lui a tutti coloro che aspettavano la redenzione d’Israele. E soddisfatto a tutto quello che ordinava la legge del Signore, se ne ritornarono in Galilea nella loro città di Nazaret. E il bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza, e la grazia di Dio era in lui.


Omelia di sant'Ambrogio Vescovo
Libro 2 sul capo 2 di Luca, verso la fine

Tu vedi che colla nascita del Signore la grazia è stata abbondantemente comunicata a tutti e la profezia fu rifiutata agl'increduli, ma non ai giusti. Ond'ecco Simeone profetizzare il Signore Gesù Cristo essere venuto per la rovina e la risurrezione di molti, per discernere i meriti dei giusti e degli iniqui; e per decretarci secondo la qualità delle nostre opere, egli giudice verace e giusto, o la ricompensa o il supplizio.
«Per te sarà una spada che ti trapasserà l'anima» Luc. 2,35. Né la scrittura, né la storia ci dicono che Maria sia morta di morte violenta. Poiché non l'anima, ma il corpo può essere trapassato da spada materiale. Onde ciò prova che la sapienza di Maria non ignorava il mistero celeste. «Infatti la parola di Dio è viva ed efficace, e più affilata di ogni spada acutissima, e penetrante fino alla divisione dell'anima e dello spirito, e delle giunture e delle midolle, e scruta i pensieri del cuore e i secreti dell'anima, perché tutto è nudo e palese al Figlio di Dio» Hebr. 4,12, al quale non sfuggono i secreti della coscienza. Profetò adunque Simeone, aveva profetato una vergine, aveva profetato una maritata; dové profetare anche una vedova, affinché nessuna condizione o sesso venisse escluso. E perciò Anna, che e per l'uso che fece della sua vedovanza e per i suoi costumi ci apparisce affatto degna di fede, annunzia che il Redentore di tutti è venuto. Ma avendo noi parlato delle sue virtù nell'esortazione alle vedove, non crediamo dover ripeterci ora, dovendo parlare di altro.

venerdì 29 dicembre 2017

Meditazione sul Santo Natale

 del rev. Padre Konrad zu Loewenstein, FSSP
Abbiamo letto che la Beata Vergine, nell'episodio della Natività, "meditava tutte queste cose nel suo cuore". La parola latina "conferens" suggerisce di fare dei paragoni, tra l'umano e il Divino: l'umano nella nascita di un bambino umano da una madre umana, nelle più povere e meschine condizioni; il Divino nella nascita di un Dio annunziata da un Arcangelo, predetta dalla concezione e dall'esultanza in grembo di San Giovanni Battista, dalle profezie di S. Elisabetta e S. Zaccaria, dalla moltitudine degli angeli e dalla stella.

E tra i segni dell'azione divina possiamo includere anche il carattere del parto in se stesso, e la presenza di angeli ministri.

Il parto non violò l'integrità verginale della Madre, così come non lo fece la Concezione, in quanto la Madre di Dio è perpetuamente Vergine: prima, dopo, e durante il parto; né il parto fu in modo veruno doloroso, perocchè i dolori delle nostre doglie non furono ereditati dalla Nostra Madre Santissima, in quanto ella era immune da ogni macchia del Peccato Originale. Perché laddove Eva, la madre di morte, partorì nel dolore come pena per il Peccato, la Beata Vergine, la Madre della Vita, partorì nella gioia, esente da ogni peccato.

La Madonna rivelò a Santa Brigida: "Egli uscì dal mio chiuso grembo verginale con indicibile gioia ed esultanza... io lo partorii... inginocchiata da sola in preghiera nella stalla. Perché con tale esaltazione e letizia dell'anima io l'ho partorito, ché non ebbi alcun travaglio né provai dolore veruno, ma subito Lo avvolsi nelle vesti pulite che io avevo già da lungi preparate". Nel Discorso Angelico leggiamo: "Inoltre, quando il Figlio di Dio fu concepito, Egli entrò nell'intero corpo della Vergine con la Sua Divinità, cosicché, quando nacque con la Sua umanità e la Sua Divinità, Egli uscì versato attraverso il suo corpo, siccome tutta la dolcezza esce interamente dal seno della rosa, rimanendo la gloria della verginità nella Madre Sua".

Dove si fermò Nostro Signore al momento della Sua nascita? Barradio asserisce ch'Ei s'adagiò sul terreno a cagione della Sua Divina umiltà, mentre, secondo una tradizione riportata dal Ribadaneira, la Beata Vergine non appena vide Cristo, fu colta da gran meraviglia per il Dio fatto uomo, e si prosternò a terra davanti a Lui, e con la più profonda riverenza e gioia del cuore Lo salutò con queste parole: "Tu sei venuto da me, che tanto Ti ho desiderato, o mio Dio! Mio Signore! Mio Figliuolo!", non dubitando affatto di esser stata compresa da Lui, pur Bambino quale Egli è, e che ella dunque Lo adorò, baciandogli i piedi in quanto Egli era il suo Dio, le mani in quanto Egli era il suo Signore, il Suo volto in quanto Egli era il suo Figliuolo. Altri sono invece dell'opinione che Egli fu posto dagli angeli nelle braccia della Sua Beatissima Madre; altri ancora, tra cui S. Brigida e il padre Cornelio a Lapide, affermano che il Divino Bambino si alzò con la Sua stessa forza e si mise tra le braccia della Sua dolcissima Vergine Madre.

Per quanto riguarda la presenza di angeli ministri, padre Cornelio a Lapide commenta giustamente: "Se le stelle del mattino lodavano Iddio e tutti i Suoi Figli (ovverosia gli Angeli) si rallegravano della creazione del mondo, come dice Giobbe (38,7), quanto più devono aver gioito al momento dell'Incarnazione e della Natività del Verbo? Infatti, S. Paolo afferma (Eb 1,6): Quanto il Padre fece nascere il Suo primogenito nel mondo, Egli ordinò che tutti i Suoi Angeli Lo adorassero. E possiamo facilmente immaginare che non solo nel cielo sopra i pastori, circondato da una nuova e maestosa luce divina, ma certamente pure nella stalla di Betlemme le schiere degli Angeli lo adorassero.

E lo stesso padre Cornelio a Lapide commenta: "Tutti gli Angeli accompagnarono Cristo loro Dio e Signore sulla terra, al modo in cui tutte le corti reali accompagnano un Re quando si reca da qualche parte. Provavano meraviglia del Dio Incommensurabile, come se si trovassero ridotto a concepibili dimensioni in una luce immensa, e Lo veneravano e Lo adoravano... E così avvenne che questa stalla era come se fosse diventata l'alto cielo del Paradiso, piena di Angeli, di Cherubini e di Serafini, i quali, lasciando il Cielo, venivano in terra ad adorare il loro Dio fatto uomo. Siffatta era l'opera dell'Incarnazione e della Natività del Verbo, finora inconcepibile, così come era del tutto incredibile per gli Angeli, in quanto era l'opera suprema e conveniente della Divina Potenza, Saggezza, Giustizia e Clemenza, la quale supera ogni capacità di comprensione degli uomini e degli Angeli.

E così la Madonna, nel silenzio, nella sua verginale modestia, nella sua celeste prudenza, nella sue quanto mai salde Fede e Speranza, contemplava tutte queste cose, sia umane che Divine, paragonando i segni di profondissima umità che vedeva con quanto ella conosceva della Suprema Maestà di Dio: la stalla con il cielo; le fasce con l'abito meraviglioso di cui è rivestito Colui che è "coperto di luce come da una veste" (salmo 104); la culla con il trono dell'Altissimo; le bestie con i Serafini: vedendo in esse tutta una meravigliosa armonia, tale da confermare la sua Fede, che l'unico Figlio di Dio, Quello che da lei nacque, il Quale avrebbe, nel corso del tempo, manifestato e portato a compimento suddetti misteri nella Redenzione del mondo.

E proprio come la Rivelazione di Dio sotto le spoglie di un bimbo neonato suscita meraviglia negli Angeli per la sublime novità, così eleva il cuore dell'umanità, e soprattutto della Madonna, all'adorazione della Divinità, siccome canta la Chiesa nel Prefazio di Natale: "Poiché dal mistero del Verbo Incarnato, la nuova luce del Vostro splendore rifulgette agli occhi della nostra mente, sicché, mentre venivamo a conoscere Dio visibilmente, siamo rapiti dal desiderio per le cose invisibili". E così la Beata Vergine, tutti gli Angeli e gli uomini gioiscono assieme, e così anche noi, cari fedeli, gioiamo insieme e ringraziamo Iddio per esser venuto sulla terra per amor nostro, sicché pure noi possiamo amarLo come un piccolo bambino, come il nostro Dio, il nostro Redentore, il nostro Bene Infinito.

predica del p. zu Loewenstein durante la Messa di Mezzanotte del Natale 2017 alla St. Mary's Church di Warrington
testo inglese riportato da Rorate Caeli
traduzione a cura di Traditio Marciana

mercoledì 27 dicembre 2017

News - Parroco abolisce le feste natalizie e paragona Nostro Signore a un migrante

Non è una notizia veneta, dacché il parroco in questione è il famigerato don Farinella di S. Torpete a Genova (già tristemente noto per aver sostituito il presepe col modello di una moschea), ma ritengo la faccenda abbastanza grave da dover essere qui analizzata, soprattutto perché questo parroco non è il solo ad esprimere idee del genere... Facendo ordine, il don Farinella in questione avrebbe cancellato tutte le festività natalizie dalla sua parrocchia: e questo sarebbe sufficiente a tacciarlo di gravissima blasfemia e oltraggio alla Fede Cattolica, a procurargli come minimo la sospensione a divinis se non la scomunica (sottointeso: ai tempi felici di S. Pio X. Oggi, viceversa, nemmeno la Curia genovese ha aperto bocca sulla faccenda, nonostante i reiterati appelli della sconcertata comunità parrocchiale). Al di là delle vuote motivazioni di ordine pratico che indarno il parroco offre nei primi paragrafi della sua lettera, ritengo importante soffermarsi sulle affermazioni sottoriportate:

Si inneggia al presepe col Bambino, Maria e Giuseppe, attorniati da pastori, oche e animali vari, facendo finta di non sapere che quel Bambino è un Profugo, che scappa dalla polizia di Erode, ricercato per essere fatto fuori, emigrante in Egitto in cerca di salvezza e di fortuna, nato fuori dall’abitato perché nessuno lo voleva. Solo i pastori, gli emarginati «impuri» del tempo lo assistono, mentre nel tempio di Gerusalemme splendono le luci e si elevano i canti al Dio dei cieli e compagnia cantando. Nel 2017 Cristo non nasce in Italia, in Europa, negli Usa e non nasce nelle chiese: Egli nasce e resta nei campi profughi della Turchia che sperpera lautamente i tre miliardi della UE perché Gesù Bambino sia tenuto lontano dai Paesi europei, ubriachi di «civiltà cristiana». Egli è in Libia, dove i tanti Gesù Bambini senza pastori, Magi o pecorelle e nenie, sono stuprati, venduti, violentati e anche assassinati. Quest’anno Gesù nasce “dentro il Mediterraneo”, che assume la forma di una tomba. L’arte bizantina ha sempre raffigurato la culla di Gesù nascente a forma di sarcofago/tomba, forse immaginando che un giorno sarebbe successo «alla grande» a centinaia e centinaia di Gesù Bambini colpevoli di cercare la vita. In Italia, in Europa, negli Usa, nel Mondo, rigurgiti pericolosi di fascismo stanno strozzando la fragile Democrazia e sono proprio i fascisti che difendono «la civiltà cristiana» e i valori cristiani, mentre affermano il loro razzismo.

Non è purtroppo la prima volta che le sentiamo. Ma esse dimostrano una faziosità disgustosa, una singolare ignoranza, nonché una taciuta pericolosità. Di solito non amo occuparmi di temi strettamente politici, compresa la svolta immigrazionista della Chiesa degli ultimi anni; ma in questo caso c'è un gravissimo risvolto religioso che mi spinge a confutare queste affermazioni. Al di là del solito illogico sillogismo portato avanti da qualche anno a questa parte dai grandi teorici dell'immigrazionismo (siccome c'è stata la guerra in Siria, dobbiamo prenderci i "profughi" da tutto il resto del mondo), rasentano la bestemmia le affermazioni che paragonano Nostro Signore Domineiddio a un migrante. La meravigliosa storia dell'infanzia di Cristo, dettata dalla Provvidenza sin dall'inizio dei tempi, viene paragonata alla ricerca di fortuna di un clandestino. E sebbene nella sua nascita Egli avesse voluto darci un esempio di vera umiltà, non dimentichiamo che gli Angeli del cielo alla sua nascita scesero a cantargli un inno gioioso, e tre Re dell'Oriente vennero ad adorarlo. Perché Egli è uomo, ma è anche Dio.
E poi, il politicismo (questi fascisti, sempre a dar fastidio!), il democratismo (c'è compatibilità tra democrazia e cristianesimo?), l'identificazione della "civiltà cristiana" (di cui i paesi europei, tra aborto, divorzio, unioni contro natura etc. non mi paiono proprio ebbri, ma si vede che questi temi non sono molto cristiani per don Farinella...) con una cultura dell'accoglienza indiscriminata (volta, perché no, alla sostituzione etnica del nostro paese, il famigerato piano Kalergi) che non ha nulla a che vedere con la carità cristiana e con la misericordia di ospitare i pellegrini (i pellegrini, non gli invasori!).
Ma alla base di tutto questo sconclusionato e blasfemo ragionamento sta un'ignoranza di fondo, sia culturale che dottrinale. E si capisce dal riferimento assurdo all'arte bizantina: i nostri padri greci avrebbero raffigurato Nostro Signore in una culla simile a una tomba in previsione dei profughi morti nel III millennio?! Oltre che ignoranza artistica, qui manca completamente la base della teologia del Natale: anche nella tradizione occidentale il Bambinello del presepe è raffigurato coi piedi incrociati e le braccia stese, proprio perché nella Nascita del Salvatore è già racchiusa tutta la sua missione, compresa la sua salvifica morte sulla Croce! A questo servono la festa di S. Stefano e la triste ricorrenza dei SS. Innocenti nell'Ottava di Natale, a ricordarci che l'economia della missione del Cristo è tutta collegata in sé! Un'affermazione del genere dimostra completa ignoranza del senso del Natale, nonché uno svilimento totale della salvezza della Croce, in favore di un becero e anticristiano materialismo immanentista e umanista.
Miserere nostri, Domine!

Benedictio vini in festo S. Joannis Evangelistae


La tradizione narra che, mentre trovavasi in Efeso, a S. Giovanni fu offerto un calice di vino avvelenato; prima di berlo, il Santo lo benedisse, tracciandovi un segno di Croce, e da questo calice uscì il veleno sotto forma di un serpente verde. Da allora, la Chiesa nella festa del Santo Apostolo officia la Benedizione del Vino, per la quale ogni fedele portava una bottiglia di vino o sidro (detto "Amore di San Giovanni"), una cui goccia si sarebbe poi dovuta versare dentro ogni bottiglia di vino che si sarebbe bevuta durante l'anno, in modo da trasmettere ad esse la benedizione. Quel vino benedetto veniva poi custodito in casa a protezione della famiglia, o anche dato da bere ai malati gravi quale sacramentale.

BENEDICTIO VINI
in festo S. Joannis Evangelistae
sollemnior


In fine Missæ post Evangelium sancti Joannis, In principio erat Verbum, dicitur:
V. Adjutorium nostrum in nomine Domini.
R. Qui fecit coelum et terram.

Psalmus 22
Dóminus regit me, et nihil mihi déerit: * in loco páscuæ ibi me collocávit.
Super aquam refectiónis educávit me: * ánimam meam convértit.
Dedúxit me super sémitas justítiæ, * propter nomen suum.
Nam, et si ambulávero in medio umbræ mortis, non timébo mala: quóniam tu mecum es.
Virga tua, et báculus tuus: * ipsa me consoláta sunt.
Parásti in conspéctu meo mensam, * advérsus eos, qui tríbulant me.
Impinguásti in óleo caput meum: * et calix meos inébrians quam præclárus est!
Et misericórdia tua subsequétur me * ómnibus diébus vitæ meæ:
Et ut inhábitem in domo Dómini, * in longitúdinem diérum.
Gloria Patri. Sicut erat.

Kýrie, eléison. Christe, eléison. Kýrie eléison.
Pater noster secreto usque ad
V.
Et ne nos indúcas in tentatiónem.
R.
Sed líbera nos a malo.
V.
Salvos fac servos tuos.
R.
Deus meus, sperántes in te.
V.
Mitte eis, Dómine, auxílium de sancto.
R.
Et de Sion tuére eos.
V.
Nihil profíciat inimícus in eis.
R.
Et fílius iniquitátis non appónat nocére eis.
V.
Et si mortiférum quid biberint.
R.
Non eis nocébit.
V.
Dómine, exáudi oratiónem meam.
R.
Et clamor meus ad te véniat.
V.
Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Orémus.
Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: qui Fílium, tuum tibi coætérnum et consubstantiálem de cælis descéndere, et de sacratíssima Vírgine María in hoc témpore plenitúdinis incarnári temporáliter voluísti, ut ovem pérditam et errántem quǽreret, et in húmeris própriis ad ovíle reportáret; nec non ut eum, qui in latrónes íncidit, a vúlnerum suórum dolóre, infúndens ipsi vinum et óleum, curáret; béne + dic et sanctí + fica hoc vinum: quod de vite in potum hóminum produxísti, et præsta: ut, quisquis in hac sacra solemnitáte de eo súmpserit vel bíberit, salútem ánimæ et córporis consequátur: et si in peregrinatióne fúerit, ab eódem, tua grátia mediánte, confortétur; ut via ejus in omni prosperitáte dirigátur. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. R. Amen.

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui te vitem veram, et sanctos Apóstolos tuos pálmites appellári, et de ómnibus te diligéntibus víneam eléctam plantáre voluísti; béne + dic hoc vinum, et virtútem ei tuæ benedictiónis infúnde: ut, quicúmque ex eo súmpserit vel bíberit, intercedénte dilécto discípulo tuo Joánne Apóstolo et Evangelísta, síngulis morbis et venénis pestíferis effugátis, sanitátem inde córporis et ánimæ consequátur: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum. R. Amen.

Orémus.
Deus, qui humáno géneri panem in cibum, et vinem in potum procreásti, ut panis corpus confórtet, et vinum cor hóminis lætíficet; quique beáto Joánni prædilécto discípulo tuo tantam grátiam contulísti, ut non solum haustum venéni illǽsus eváderet, sed étiam in tua virtúte venéno prostrátos a morte resusitáret: præsta ómnibus hoc vinum bibéntibus, ut spirituálem lætítiam et vitam conséqui mereántur ætérnam. Per Dóminum.
R. Amen.


Et aspergatur aqua benedicta.

lunedì 25 dicembre 2017

Santo Natale a Venezia (fotografie)

Santa Messa cantata della notte di Natale
con bacio del Divino Bambino e della reliquia dei panni di Nostro Signore

Celebrante: don Joseph Kramer FSSP




Natale 2017

Pietro Lorenzetti, Natività, Assisi, 1315-1329


Auguri di un Santo Natale 2017 a tutti i lettori!


Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consíli Angelus.
(Isaias IX, 6)

sabato 23 dicembre 2017

In Vigilia Nativitatis Domini

All'approssimarsi della festa del Santo Natale, la Chiesa, almeno a partire dai Concili di Nicea e Costantinopoli che per fortificare la fede ortodossa nella Trinità avevano posto l'accento sulla festa della Natività, si prepara a gioire per la Nascita del suo Salvatore non già dal Vespero, come avviene normalmente per le feste, ma già dal giorno prima; la Vigilia del Natale è infatti, benché celebrata in viola come ogni vigilia, un'anticipazione diretta del gaudio natalizio. Tutta la liturgia odierna trasmette questo senso di gioiosa attesa: alcuni elementi in tal senso sono il rito doppio assegnato alla festa (all'Ufficio si ripetono due volte le antifone, e alla Messa non si aggiungono le orazioni pro diversitate temporum) e la mitigazione del digiuno vigiliare (la refezioncella di 200-250 grammi permessa nei giorni di digiuno diventa un vero e proprio pasto di 400-500 grammi, prendendo il nome di jejunum gaudiosum). L'importanza che ha per la Chiesa l'ufficio di questo giorno ci è dato da un'altra particolarità: qualora esso cada nella IV Domenica d'Avvento, si deve tralasciare tutto della domenica e celebrare solennemente la vigilia.

E' vicino il compimento di quelle invocazioni che per tutto l'Avvento sono state solennemente cantate, quelle invocazioni che avevano costituito il linguaggio dei Profeti, che avevano espresso per lunghi secoli il desiderio del popolo d'Israele di veder nascere il Redentore. San Pier Damiani inizia il suo sermone per la Vigilia con queste parole: "Finalmente siamo giunti dall'alto mare nel porto, dalla promessa alla ricompensa, dalla disperazione alla speranza, dal lavoro al riposo, dalla vita alla patria". Ed ecco, che tutti i testi della Liturgia ci richiamano al compimento imminente delle promesse di Dio, e specialmente quest'antifona, che durante il giorno sarà ripetuta moltissime volte fino ad entrare nei cuori dei fedeli già protesi ad attendere il Cristo: Hódie sciétis, quia véniet Dóminus et salvábit nos: et mane vidébitis glóriam ejus (Oggi saprete che il Signore verrà e ci salverà: e al mattino vedrete la sua gloria).


E fanno eco i meravigliosi responsori del Mattutino:
Sanctificámini hódie, et estote paráti: quia die crástina videbitis majestátem Dei in vobis. (Santificatevi oggi, e state pronti: imperocché domani vedrete la maestà di Dio in voi)
Constántes estote, videbitis auxílium Dómini super vos: Judǽa et Jerúsalem, nolíte timére: cras egrediémini, et Dóminus erit vobíscum. (Siate vigilanti, vedrete l'aiuto del Signore sopra di voi; Giudea e Gerusalemme, non temete: domani sarete liberate, e il Signore sarà con voi).
Sanctificámini, fílii Israël, dicit Dóminus: die enim crástina descéndet Dóminus, et áuferet a vobis omnem languórem (Santificatevi, figli d'Israele, dice il Signore: domani infatti discenderà il Signore, e toglierà da voi ogni languore).

Quest'ultimo responsorio prosegue con un altro capolavoro, usato anche come Alleluja della Messa: Crástina die delébitur iníquitas terræ, et regnábit super nos Salvátor mundi (Domani sarà cancellata l'iniquità della terra, e sopra di noi regnerà il Salvatore del mondo).
Quali annunzi! Quali inviti a prepararci spiritualmente, con una buona confessione per esempio, all'incommensurabile evento che stiamo per contemplare: la nascita del Dio fattosi uomo nell'umiltà di una mangiatoia! Le Laudi del mattino sono cantate colla salmodia solenne, e non con quella penitenziale, e non si cantano nemmeno le preci feriali che hanno accompagnato la Chiesa per tutto l'Avvento. Tuttavia è all'Ufficio di Prima che la Liturgia dà il massimo del suo splendore in preparazione del Natale, con il canto del solenne annunzio della Natività, all'inizio della lettura del Martirologio: nel compimento di tutte le profezie, si realizza l'expectatio gentium, la nascita del Re dei Re.

Anno a creatióne mundi, quando in princípio Deus creávit cælum et terram, quinquiés millésimo centésimo nonagésimo nono; a dilúvio autem, anno bis millésimo nongentésimo quinquagésimo séptimo; a nativitáte Abrahæ, anno bis millésimo quintodécimo; a Móyse et egréssu pópuli Israel de Ægýpto, anno millésimo quingentésimo décimo; ab unctióne David in Regem, anno millésimo trigésimo secúndo; Hebdómada sexagésima quinta, juxta Daniélis prophétiam; Olympíade centésima nonagésima quarta; ab urbe Roma cóndita, anno septingentésimo quinquagésimo secúndo; anno Impérii Octaviáni Augústi quadragésimo secúndo, toto Orbe in pace compósito, sexta mundi ætáte, Jesus Christus, ætérnus Deus æterníque Patris Fílius, mundum volens advéntu suo piíssimo consecráre, de Spíritu Sancto concéptus, novémque post conceptiónem decúrsis ménsibus (Hic vox elevatur, et omnes genua flectunt), in Béthlehem Judæ náscitur ex María Vírgine factus Homo. (Hic autem  in tono passionis:) Natívitas Dómini nostri Jesu Christi secúndum carnem.
Nell’anno 5199 dalla creazione del mondo, da quando in principio Iddio creò il cielo e la terra; nell’anno 2957 dal diluvio; nell’anno 2015 dalla nascita di Abramo; nell’anno 1510 dall’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto guidato da Mosè; nell’anno 1032 dall’unzione di Davide a Re; la sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele; durante la centonovantaquattresima Olimpiade, nell’anno 752 dalla fondazione di Roma, nel quarantaduesimo anno dell’Impero di Ottaviano Augusto, quando tutta la terra era stata portata alla pace, durante la sesta età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo consacrare il mondo con il suo avvento sacratissimo, concepito di Spirito Santo, passati nove mesi dalla sua concezione (Qui si alza la voce, e tutti genuflettono), a Betlemme di Giudea nacque da Maria Vergine, e si fece Uomo. (Qui invece col tono della passione:) Natività del Signor nostro Gesù Cristo secondo la carne.
Nella colletta che accompagna l'ufficio di oggi, noi supplichiamo Dio che, come oggi usciamo lietamente incontro al nato Redentore, che se ne viene tutto umile e mite sotto le forme d'un vezzoso pargoletto, cosi in fine di vita con tranquilla coscienza possiamo attenderne la venuta negli splendori della maestà, in qualità di giudice e di nostro rimuneratore. Infatti, le due parusie sono così intimamente collegate fra loro, che fanno parte d' un identico piano di salvezza. La nascita temporale di Gesù segna l'inizio del regno messianico; ma l'ultima sua venuta al giorno della catastrofe inale dell'orbe, ne caratterizza la deinitiva sistemazione. Chi pertanto vuole aver parte nel regno messianico dell'ultimo giorno, deve accoglierlo sin d'ora nel cuore, e lasciarlo dilatare per mezzo della fede e delle opere. Deve cioè accogliere l'umiltà, la povertà, lo zelo di Gesù, e solo cosi può ripromettersi la gloria ed il possesso di Gesù nell'eternità. (I. Schuster)

L'Epistola della Messa è l'inizio della lettera di S. Paolo ai Romani: si tratta di un'introduzione, una meditazione sulla missione di Cristo, la cui lettura s'interrompe senza un punto fermo, nel bel mezzo di una lunga frase iniziata e non terminata, come a segnare l'imminenza della venuta di Cristo, e al contempo la non-necessità di altre parole su di Lui, quando Egli stesso sta per venire a illuminarci. Il Vangelo, invece, è l'annuncio dell'Angelo a Giuseppe (Matth. II), per convincerlo a tenere in casa Maria e il Figlio e per avvertirlo di ciò che ha designato Iddio per quella Sacra Famiglia.


Lo Schuster segnala anche che, giusta gli antichi Ordines Romani, nella cappella papale oggi si cantavano due uffici vigiliari, come nei di più solenni del ciclo annuale. Nel primo si recitavano tre salmi con cinque lezioni ed altrettanti responsori. Nella quarta si rimproveravano gli Ebrei perchè non avevano voluto riconoscere il nascituro Messia, e per responsorio si cantavano i famosi versi sibillini: Judicii signum, tellus sudore madescit, affinchè anche la Musa pagana rinfacciasse a quel popolo ostinato la sua infedeltà al Signore.

E allora trascorriamo nel gaudio, nella meditazione e nella preghiera le ultime ore che ci separano dalla Nascita secondo la carne dell'Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo il Salvatore: manca assai poco, perocché dopo Nona il viola si dismetterà definitivamente, e comparirà l'oro solenne dei Primi Vespri, e pochissimo tempo dopo l'Ufficio Notturno e la S. Messa nel cuore della notte porteranno a tutti il lieto annunzio del mistero dell'Incarnazione e dell'inizio dell'economia salvifica del Cristo giunto in persona su questa terra, e alfine cum ortus fúerit sol de cælo, videbitis Regem regum procedéntem a Patre, tamquam sponsum de thálamo suo (quando sarà sorto il sole nel cielo, vedrete il Re dei re procedere dal Padre, siccome uno sposo dal suo talamo [Antifona al Magnificat nei I Vespri di Natale]).

giovedì 21 dicembre 2017

Tempora Adventus - I sermone di S. Bernardo sopra il "Missus est"

I sermoni di san Leone "sul digiuno del decimo mese" sottolineano i riferimenti agricoli di questo digiuno. Questo riferimento appare ancora nei formulari del leoniano, ma in essi è accompagnato già da un'allusione alla prossima venuta di Cristo. Benché qualche orazione sia stata ritoccata a questo scopo, i formulari gelasiani non sono ancora sistematicamente conformati al nuovo tempo dell'avvento. La cosa è compiuta nella nuova scelta di orazioni che appare con il gregoriano e che è riprodotta nel messale romano. L'assimilazione è totale per le letture e i canti, tutti fissati già nei più antichi documenti.
Le letture delle Messe sono tolte da Isaia. Alle sette pericopi che si leggono ancora, si aggiungeva una volta Is. 42, 1-9 che è stato poi sostituito da Dan. 3. L'epistola del sabato (II Tess., 2, 1-8), che tratta della parusia non è stata scelta forse per questo motivo, ma per il versetto 8 che cita Is. 11, 4.
Come le letture di Isaia, anche i Vangeli si riferiscono alla venuta di Cristo nella carne.
Alcune parti in canto sono tolte dalle letture di Isaia oppure da Zaccaria. Le altre sono tolte dal salterio. Accanto ad estratti isolati dei Sal 23,118 e 144, alcuni salmi sono stati usati sistematicamente per le loro allusioni alla venuta di Dio, e la parte comune di questi estratti indica il passo sul quale è messo l'accento. Il Sal 18, salmo d'introito del mercoledì, ha fornito tre antifone al sabato (parte comune, il versetto 7a). Il Sal 84 ha dato due antifone al venerdì (parte comune, il versetto 8). Il Sal 79, salmo d'introito del sabato, ha dato a questo giorno quattro antifone (parte comune, il versetto 3).

Particolarmente nota è la liturgia del mercoledì di queste Tempora: nel Mattutino la Chiesa non legge nulla del profeta Isaia, come aveva invece fatto per tutto il resto del tempo di Avvento; si contenta di ricordare il passo del Vangelo di san Luca nel quale è narrata l'Annunciazione della Santa Vergine, e legge quindi un frammento del Commento di sant'Ambrogio su questo stesso passo. La scelta di questo Vangelo, che è lo stesso della Messa, secondo la usanza di tutto l'anno, ha dato una particolare celebrità al Mercoledì della terza settimana di Avvento. Si può vedere, da antichi Ordinari in uso presso parecchie e insigni Chiese, tanto Cattedrali che Abbaziali, come si trasferissero le feste che cadevano in questo Mercoledì; come non si dicessero in tale giorno in ginocchio le preghiere feriali; come il Vangelo Missus est, cioè quello dell'Annunciazione, fosse cantato nel Mattutino dal Celebrante rivestito d'una cappa bianca, con la croce, i ceri e l'incenso, e al suono della campana maggiore; e come, nelle Abbazie, l'Abate dovesse tenere una omelia ai monaci, allo stesso modo che nelle feste solenni.

Proprio grazie a questa usanza, siamo in possesso di quegli splendidi trattati omiletici che sono i Sermoni supra "Missus est" di S. Bernardo abate di Chiaravalle, di cui riportiamo il primo.


SERMONI SOPRA L'EVANGELO "MISSUS EST"
del Mellifluo Dottore e ultimo de' Padri, S. Bernardo, Abate di Chiaravalle

SERMONE I

1. Perché mai l’Evangelista ha voluto indicare tante cose con il loro nome in questo passo? Credo che l’abbia fatto perché noi non trascurassimo nulla di quanto egli con tanta diligenza si è studiato di raccontare. Nomina infatti il Nunzio che viene inviato e il Signore da cui fu mandato, la Vergine alla quale è mandato, e anche lo Sposo della Vergine, la discendenza di entrambi, la loro città e la loro regione. E questo perché? Pensi forse che siano indicazioni superflue? No, certamente. Se infatti non cade una foglia senza una ragione, né cade sulla terra un passero all’insaputa del Padre celeste, potrei io forse pensare che dalla bocca del santo Evangelista sia uscita una parola superflua, specialmente nel racconto della storia sacra del Verbo (incarnato)? Non lo penso. Tutte quelle parole infatti sono piene di profondi misteri e spandono una celeste soavità, a condizione che uno le mediti con diligenza e sappia succhiare il miele dalla roccia (Dt 32, 13). In verità, in quel giorno i monti hanno stillato dolcezza, e i colli fecero scorrere latte e miele (G13, 18; Es 3, 8) quando dall’alto dei cieli stillava la rugiada e le nubi piovevano il giusto e la terra si apriva, germogliando con letizia il Salvatore (Is 45, 8; 35, 2); quando, manifestando il Signore la sua benignità, e dando la nostra terra il suo frutto, su quel monte eccelso, pingue e ferace, la misericordia e la verità si incontrarono, la giustizia e la pace si baciarono (Sal 84, 13. 11; 67, 16). Pure in quel tempo, questo beato Evangelista, uno, e non piccolo, tra gli altri monti, con il mellifluo linguaggio ci ha descritto il desiderato inizio della nostra salvezza e, quasi investito dal vento caldo (austro) e dai raggi del Sole di giustizia, ormai vicino a nascere ha sparso il profumo di celesti aromi. Si degni ancora Dio di mandarci la sua parola e spanda anche per noi; faccia soffiare il suo spirito, e ci renda intelligibili le parole del Vangelo: siano esse al nostro cuore più desiderabili che l’oro e le pietre molto preziose, e ci diventino anche più dolci che un favo di miele.

2. Dice dunque: L’Angelo Gabriele fu mandato da Dio (Lc 1, 26). Non penso che questo Angelo sia di quelli inferiori, di quelli che sogliono di frequente portare annunzi dal cielo alla terra; ciò si deduce chiaramente dal suo stesso nome che significa Fortezza di Dio, e dal fatto che egli non viene mandato da un altro Angelo a lui superiore, ma viene detto mandato da Dio stesso. Perciò l’Evangelista ha precisato: Fu mandato da Dio; ovvero ha detto: Da Dio perché non si pensasse che Dio aveva rivelato il suo disegno a qualcuno degli spiriti beati, prima che alla Vergine, fatta eccezione per l’arcangelo Gabriele che tanto eccelleva tra i suoi compagni da apparire degno del suo nome, e degno di portare tale messaggio. Del resto al messaggio si adattava il suo nome. A chi infatti meglio conveniva annunziare Cristo, che è la virtù di Dio, se non a lui, il cui nome significava la stessa cosa? Forza di Dio è infatti lo stesso che virtù di Dio. Né disdice o è sconveniente chiamare con lo stesso nome il Signore e il suo messaggero, sebbene il medesimo nome sia attribuito per diversa ragione all’uno e all’altro. Cristo difatti è chiamato fortezza o virtù di Dio in senso diverso dall’Angelo: questi è detto virtù di Dio solo per partecipazione Cristo invece è tale per essenza, ed è lui che, più forte di quel forte armato che era solito custodire indisturbato la sua casa, venne a debellarlo con la sua potenza e così gli strappò la preda che teneva in suo potere. L’Angelo invece è stato chiamato fortezza di Dio, o perché ha meritato il privilegio di annunziare la venuta di questa Virtù di Dio, o per il fatto che doveva confortare la Vergine, per natura timorosa, semplice e vereconda perché non si spaventasse per la novità del miracolo; ciò che egli fece. «Non temere, o Maria, disse, hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1, 30). Si può anche ragionevolmente credere che sia lo stesso Angelo, anche se l’Evangelista non lo nomina, che ha confortato lo sposo di Maria, anche lui uomo umile e timorato. Giuseppe, gli dice, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa (Mt 1, 20). È pertanto conveniente che a Gabriele sia affidato questo compito; anzi appunto perché gli è imposto tale ufficio gli sta bene il nome con cui è chiamato.

3. Fu dunque mandato da Dio l’Angelo Gabriele (Lc 1, 26). Dove? In una città della Galilea chiamata Nazaret. Vediamo se da Nazaret, come dirà Natanaele (Gv 1, 46), può venire qualcosa di buono. Nazaret significa fiore. A me sembra che le parole e le promesse fatte da Dio ai Padri, Abramo cioè, Isacco e Giacobbe siano state come un seme della rivelazione divina gettato dal cielo sulla terra, del quale seme è scritto: Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un seme, saremmo diventati come Sodoma e simili a Gomorra (Is 1, 9). Questo seme fiorì nelle meraviglie operate da Dio quando Israele uscì dall’Egitto, nelle figure e simboli misteriosi che lo accompagnarono durante tutto il viaggio per il deserto fino alla terra promessa, e in seguito nelle visioni e nei vaticini dei Profeti e nell’ ordinamento del regno e del sacerdozio fino all’ avvento di Cristo. Non a torto Cristo è considerato come frutto di questo seme e di questi fiori, secondo le parole di Davide: Il Signore elargirà il suo bene, e la nostra terra darà il suo frutto (Sal 84, 13); e ancora: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11). In Nazaret dunque viene annunziata la nascita di Cristo, perché nel fiore c’è la speranza del frutto. Ma, spuntato il frutto, il fiore cadde, perché apparendo la verità nella carne, la figura scomparve. Perciò è detto che Nazaret è una città della Galilea, cioè una città di passaggio, perché alla nascita di Cristo sono passate tutte quelle cose che ho detto sopra, le quali, come dice l’Apostolo «erano accadute loro come figure» (1 Cor 10, 11). Anche noi, che ormai possediamo il frutto, vediamo che quei fiori sono caduti; e mentre ancora si vedevano fiorire, si prevedeva che sarebbero passati. Per questo dice Davide: come l’erba che germoglia al mattino, che al mattino fiorisce e germoglia, e alla sera è falciata e dissecca (Sal 89, 6). Alla sera, cioè quando venne la pienezza dei tempi, in cui Dio mandò il suo Unigenito, fatto da donna, fatto sotto la legge, secondo ciò che ha detto: Ecco,faccio nuove tutte le cose (Ap 21, 5), le cose vecchie passarono e scomparvero, a quel modo che, appena il frutto comincia a crescere, i fiori cadono e inaridiscono. Per cui è ancora scritto: Seccò l’erba, e cadde il fiore; ma la Parola del Signore rimane per sempre (Is 40, 8).

4. Cristo pertanto è il buon frutto che rimane in eterno. Ma dov’è l’erba che è seccata? Risponda il Profeta: Ogni carne èfzeno (erba), e tutta la sua gloria è come ilfiore dell’erba (Is 40, 6). Se ogni carne è erba, dunque fu erba quel popolo carnale dei Giudei. Non è forse seccata l’erba, mentre quel popolo, vuoto di ogni contenuto spirituale, si contentò dell’arida lettera? Se non è caduto il fiore, dov’è dunque il regno, dove il sacerdozio, dove sono i Profeti, il tempio, dove infine quelle meraviglie di cui soleva gloriarsi dicendo: « Quanto abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato (Sal 77, 3). E ancora: le cose che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli (ivi 5)? Questo per spiegare perché sia stato detto:...a Nazaret, città della Galilea.

5. In questa città fu dunque mandato da Dio l’Angelo Gabriele. A chi fu mandato? Ad una Vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe (Lc 1, 27). Chi è questa Vergine così venerabile da essere salutata da un Angelo, e così umile da essere sposa di un falegname? Bel connubio della verginità con l’umiltà; molto piace a Dio quell’anima in cui l’umiltà dà pregio alla verginità, e la verginità adorna l’umiltà. Ma di quanta venerazione pensi che sia degna colei nella quale l’umiltà è esaltata dalla fecondità, e la maternità consacra la verginità? La senti proclamare vergine, la senti umile; se non puoi imitare la verginità dell’umile, imita l’umiltà della vergine. È virtù lodevole la verginità, ma è più necessaria l’umiltà. La prima è consigliata, l’altra è comandata. Alla prima sei invitato, alla seconda sei obbligato. Della verginità è detto: Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19, 12); dell’umiltà è detto: Se non diventerete come questo bambino non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3); alla prima è promessa una ricompensa, la seconda è di stretta necessità. Insomma, puoi salvarti senza verginità; senza umiltà non lo puoi. Può, dico, piacere l’umiltà che rimpiange la verginità perduta; ma senza umiltà oso dire che neppure la verginità di Maria sarebbe stata gradita a Dio: Su chi, dice, si poserà il mio Spirito, se non sull’umile e compunto di cuore? (Is 66, 2). Sull’umile, ha detto, non sul vergine. Se dunque Maria non fosse stata umile, non sarebbe disceso in lei lo Spirito Santo. E se non fosse disceso in lei lo Spirito Santo, neppure avrebbe concepito per opera di Lui. Come infatti avrebbe concepito da Lui senza di Lui? È dunque chiaro che, perché essa concepisse per opera dello Spirito Santo, Dio, come essa confessa, ha riguardato l’umiltà della sua serva (Lc 1, 48), piuttosto che la sua verginità, concepì però per la sua umiltà. Anzi, è chiaro anche che se la verginità piacque, certamente fu in vista della sua umiltà.

6. Che ne dici tu che ti insuperbisci della tua verginità? Maria, dimentica di sé, si gloria della sua umiltà; e tu, trascurando l’umiltà ti vanti della tua verginità? Dio, dice Maria, ha guardato l’umiltà della sua serva. E chi è questa serva? Una vergine santa, sobria, devota. Sei forse tu più casto di lei? più devoto? O forse la tua pudicizia è più gradita della castità di Maria, di modo che per renderti accetto a Dio senza umiltà ti basti la tua, mentre a Maria non bastò la sua? Infine, quanto più sei degno di onore per il singolare dono della castità, tanto maggior danno fai a te stesso per il fatto che ne deturpi lo splendore mescolandola con la superbia. Al punto che ti converrebbe piuttosto non essere vergine che insolentire a causa della tua verginità. Non è di tutti la verginità; molto di meno sono quelli che con essa hanno l’umiltà. Se dunque non puoi se non ammirare la verginità in Maria, studiati di imitarne l’umiltà, e per te è sufficiente. Che se sei anche vergine, e sei anche umile, chiunque tu sia, sei davvero grande.

7. Ma c’è ancora una cosa da ammirare in Maria, la verginità unita alla fecondità. Non si è mai sentito dire che una donna fosse insieme madre e vergine. Oh, se riflettessi anche di chi è madre, fin dove salirebbe la tua ammirazione per la sua grandezza? Non ne concluderesti che la tua ammirazione non potrà mai essere adeguata? Non la giudicherai forse, anzi la Verità stessa non la giudicherà degna di essere esaltata al di sopra degli stessi cori Angelici, lei che ha avuto Dio per figlio? Non osa forse Maria chiamare figlio colui che è Dio, e Signore degli Angeli? Dice infatti: Figlio, perché ci haifatto così? (Lc 2, 48) Quale degli Angeli oserebbe fare questo? È sufficiente per essi, e lo considerano già un grande onore, il fatto che, essendo spiriti per natura, li abbia Dio gratificati col farli e chiamarli Angeli, come dice Davide: Fa degli Spiriti i suoi Angeli (Sal 103, 4). Invece Maria, riconoscendosi Madre, chiama con fiducia figlio suo quella Maestà a cui gli Angeli servono. Né Dio disdegnò di essere chiamato quello che si degnò di farsi. Infatti poco appresso soggiunge l’Evangelista: Ed era sottomesso a loro (Lc 2, 51). Chi? A chi? Dio agli uomini: Dio, dico, al quale stanno sottomessi gli Angeli, al quale obbediscono i Principati e le Potestà, era sottomesso a Maria; e non solo a Maria, ma per Maria anche a Giuseppe. Ammira dunque l’una e l’altra cosa, e vedi tu cosa sia più degna di stupore, o la benignissima degnazione del Figlio, o l’eccellentissima dignità della Madre. Doppio motivo di meraviglia, doppio miracolo, e che Dio si faccia obbediente a una donna, umiltà senza esempio, e che una donna comandi a Dio, eccellenza senza uguale. A lode delle vergini si canta come di un loro privilegio che seguono l’agnello ovunque vada (Ap 14, 4). Di quali lodi sarà pertanto degna colei che anche gli va innanzi?

8. Impara, uomo, ad obbedire; impara, terra, a sottometterti; impara o polvere a ottemperare. Parlando del tuo Creatore l’Evangelista dice: Ed era loro sottomesso (Lc 2, 51) , a Maria cioè e a Giuseppe. Arrossisci, superba cenere! Dio si umilia, e tu ti esalti? Dio si sottomette agli uomini, e tu, bramoso di dominarli, ti metti avanti al tuo Creatore? Dio volesse che, quando penso tali cose, Egli si degnasse di rispondermi come quando sgridò l’Apostolo Pietro: Vattene da me, Satana, perché non pensi secondo Dio (Mt 16, 23). Perché tutte le volte che desidero di comandare agli uomini, mi sforzo di precedere il mio Dio, e allora veramente non penso secondo Dio. Di lui è detto infatti: Era loro sottomesso. Se non disdegni, o uomo, di imitare l’esempio di un uomo, certamente non sarà cosa indegna dite seguire il tuo Creatore. Forse non potrai seguirlo dovunque vada: accetta per lo meno di seguirlo mentre Egli scende a te. Cioè, se non puoi praticare la via sublime della verginità, segui Dio almeno per la via sicurissima dell’umiltà. Anche le vergini, se dovessero deviare da questa via retta, neppure esse, a dir vero, seguirebbero l’Agnello dovunque va. Segue l’Agnello colui che è umile, ma è impuro, lo segue chi è vergine, ma superbo, ma nessuno dei due può dire di seguirlo dovunque va, perché il primo non può seguire nel suo candore l’Agnello senza macchia, né il secondo si degna di scendere alla mansuetudine del medesimo Agnello che restò muto non solo davanti ai tosatori, ma ai suoi uccisori. Tuttavia sceglie la via più salutare il peccatore che segue Cristo nell’umiltà, che non chi si insuperbisce per la verginità, perché quello è purificato dalla sua immondezza mediante l’umiltà, mentre alla pudicizia di questo porta pregiudizio la sua superbia.

9. Ma felice Maria, cui non mancò né l’umiltà, né la verginità. E una verginità singolare, a cui la maternità non portò offesa, ma onore; e pure una umiltà speciale che non fu tolta, ma elevata dalla verginità feconda; una fecondità del tutto incomparabile, accompagnata dalla verginità e dall’umiltà. Quale di tutte queste cose non è meravigliosa? Quale non incomparabile? Quale non singolare? Farebbe meravigliare se tu non esitassi nell’esprimere il tuo pensiero, se cioè stimi più degna di ammirazione la stupenda fecondità in una vergine, o l’integrità in una madre, o la sublimità della Prole, o l’umiltà in una persona così eccelsa. Ma senza dubbio alle singole qualità è da preferirsi l’insieme di tutte, ed è incomparabilmente più bello e più felice il considerarle tutte riunite nella medesima persona di Maria. E quale meraviglia se Dio, che si legge e si vede ammirabile nei suoi Santi, si è dimostrato più ammirabile nella sua Madre? Venerate dunque, o coniugi, l’integrità in una carne corruttibile; ammirate anche voi, sacre vergini, la fecondità nella vergine; imitate, uomini tutti, l’umiltà della Madre di Dio. Onorate, Angeli santi, la Madre del vostro Re, voi che adorate la Prole della nostra Vergine, che è nostro e vostro Re, riparatore del nostro genere umano, restauratore della vostra città. A Lui, così sublime tra di voi, fattosi così umile tra noi, salga da voi e da noi la riverenza dovuta alla sua dignità e l’onore e la gloria dovuti dalla sua degnazione nei secoli dei secoli. Amen.

mercoledì 20 dicembre 2017

Antiphonae Majores

Dal 17 al 23 dicembre, al Vespro, la Chiesa canta prima e dopo il Magnificat le Grandi Antifone, altresì dette Antifone “O” (dacché iniziano tutte con il vocativo di uno dei titoli di Cristo), brevi ma densi poemetti teologici sulla Messianicità di Nostro Signore, testi di antichissima origine, più volte musicati e arricchiti di fioriture e melismi.

In uso nell'officio vesperale sin dall'VIII secolo (come si evince dal Responsoriale Maurino), Amalario di Metz (+850) afferma che sono di origine romana, e che furono introdotte in Gallia nel secolo precedente al suo; l'affermazione sembra concordare (nonostante alcuni liturgisti moderni tendano a retrodatarle) con gli accenni di Boezio, che scrivendo nel VI secolo pare averle già ben presenti e attestarle come in uso a Roma in quegli anni.

Alle sette antifone originarie si aggiunsero durante il Medioevo altri testi, sempre cantati al Magnificat o talvolta al Benedicttus, che variavano sensibilmente in ogni chiesa locale: tra le più diffusi vi erano alcune antifone non dedicate a Nostro Signore, come O Virgo Virginum, O Gabriel, O Thomas Didyme (per la festa di S. Tommaso che cade il 21 dicembre, ma fu presto sostituita dalla tuttora in uso Quia vidisti); tra le meno note, O Rex pacifice, O mundi domina, O Hierusalem. Il riordino voluto dal Concilio Tridentino e da Papa San Pio V eliminò dal Breviario Romano queste introduzioni tardive, ripristinando la purezza armonica, letteraria e simbolica del novero originario delle sette antifone gregoriane.

La struttura di queste antifone è tripartita e fissa: l’invocazione iniziale, con il vocativo di un titolo tratto dai Sapienziali o dai Profeti; la profezia dell’Antico Testamento riguardo la manifestazione del Salvatore; l’invocazione finale, marcata dall’imperativo “veni!”, che ben esprime l’attesa ecclesiale di questi giorni. Fin dal Medioevo, si notò che leggendo al contrario l’iniziale di ciascuno dei sostantivi invocati all’inizio delle antifone, si ottiene ERO CRAS, che significa “domani io ci sarò”, evidente riferimento all’imminente prima venuta di Cristo.

De XVII decembris:   
O Sapientia, quæ ex ore Altissimi prodidisti, attingens a fine usque ad finem, fortiter suaviterque disponens omnia: veni ad docendum nos viam prudentiæ!

De XVIII decembris: 
O Adonai, et Dux domus Israel, qui Moysi in igne flammæ rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti: veni ad redimendum nos in bracchio extento!

De XIX decembris:    
O radix Jesse, qui stas in signum populorum, super quem continebunt reges os suum, quem gentes deprecabuntur: veni ad liberandum nos, jam noli tardare!

De XX decembris:     
O clavis David, et sceptrum domus Israel; qui aperis, et nemo claudit; claudis, et nemo aperit: veni, et educ vinctum de domo carceris, sedentem in tenebris, et in umbra mortis!


De XXI decembris:    
O Oriens, splendor lucis æternæ, et sol justitiæ: veni et illumina sedentes in tenebris, et umbra mortis.


De XXII decembris:   
O Rex gentium, et desideratus earum, lapisque angularis, qui facis utraque unum: veni, et salva hominem, quem de limo formasti.

De XXIII decembris: 
O Emmanuel, Rex et legifer noster, expectatio gentium, et Salvator earum: veni ad salvandum nos, Domine Deus noster!
Il 17 dicembre:                      
O Sapienza che usciste dalla bocca dell’Altissimo, e vi estendete da fine a fine, e ogni cosa con forza e dolcezza disponete: venite ad insegnarci la via della saggezza!

Il 18 dicembre:                 
O Signore, e guida della casa d’Israele, che appariste a Mosè nel fuoco di fiamma di un roveto, e gli donaste la legge sul Sinai: venite a redimerci con braccio potente!

Il 19 dicembre:                      
O germoglio di Jesse, che siete posto a segno dei popoli, davanti al quale tacciono i re, colui che implorano le genti: venite a liberarci, non tardare!

Il 20 dicembre:          
O chiave di Davide, e scettro della casa d’Israele; voi che aprite, e nessuno può chiudere; chiudete, e nessuno può aprire: venite, e portate fuori dal carcere colui che, in catene, siede nelle tenebre e nell’ombra della morte!

Il 21 dicembre:                      
O Oriente, splendore di luce eterna, e sole di giustizia: venite, ed illuminate coloro che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte.

Il 22 dicembre:          
O Re delle genti, e desiderato delle nazioni, pietra angolare, che fate di entrambe una sola cosa: venite e salvate l’uomo che plasmaste col fango.

Il 23 dicembre:          
O Emmanuele, nostro Re e legislatore, attesa delle genti e loro Salvatore: venite a salvarci, o Signore Dio nostro!